Come avrete ormai capito, non ci limitiamo a compleanni, amarcord, gare e rubriche, ma abbiamo intenzione di omaggiare anche coloro che hanno fatto la storia dei motori: una di queste figure è quella di Barry Sheene, nato proprio l’11 settembre (nel 1950) e scomparso prematuramente nel 2003 a causa di un doloroso tumore.

Il pilota britannico, puro prodotto di Londra al punto da guadagnarsi il soprannome di Baronetto, è stato uno dei più spettacolari, esuberanti e scanzonati interpreti del motorsport, capace di grandi vittorie e cadute tremende, che però non l’hanno mai frenato nella sua ricerca del successo: Barry fa il suo esordio nel Motomondiale nel GP di Spagna del 1970, gareggiando in 50 (ritiro) e 125 (3° con Suzuki), e nell’annata seguente ottiene le prime vittorie, con tre successi in 125 (3° nel Mondiale) e uno nella 50cc con una Kreidler.

Seguono due anni bui, che fanno credere a tutti di essere di fronte a un flop, ma il passaggio alla 500cc con Suzuki rivitalizza il suddito di Sua Maestà, che inizia il lungo percorso che lo porterà a diventare una leggenda della 500cc: in tutto saranno 19 le sue vittorie nella classe regina, coi titoli iridati del 1976 (5 vittorie) e del 1977 (6 successi) a ripagare i tanti sforzi profusi in gara. Sheene entrerà nella storia per i suoi successi, su tutti quello ad Assen nel 1975 che sarà il primo di Suzuki nell’Università del motociclismo e lo vedrà superare Agostini nella S finale, ma anche per quelle cadute che hanno rovinato in parte la carriera di un pilota che era stato capace di chiudere al 2° posto il Mondiale 1978 e al 3° il campionato 1979, vinti da Kenny Roberts.

Il primo incidente grave colpirà Sheene nel 1975, l’ultimo nel 1982: parentesi importanti della carriera di un pilota che si è guadagnato la palma di ”più fratturato del Motomondiale”. Nel 1975 è la gomma posteriore a tradire Barry, esplodendo in rettilineo a Daytona (a 280 km/h!) e facendo volare, procurandogli svariate fratture multiple, nel 1980 invece un brutto capitombolo costa al pilota il mignolo sx (totalmente maciullato, come capitò a Bayliss). L’infortunio più grave, però, arriva nel 1982 e nelle qualifiche di Silverstone, un anno dopo l’ultima vittoria nella 500: il britannico va contro la moto di Igoa, che era caduto in precedenza, e si sfracella le gambe, che verranno ricostruite a suon d’interventi e inserimento di viti. Viti che causeranno più di un problema a Sheene, che non riusciva mai a passare il metal detector (da qui il nuovo soprannome di ”Iron Man”) e si vide consigliare il ritiro senza però ascoltare i medici: ecco dunque il ritorno in pista e l’ultimo podio, raggiunto nel 1984 a Kyalami.

Nello stesso anno Barry Sheene si è ritirato, trasferendosi in Australia per svolgere il ruolo di commentatore tecnico e sfruttare un clima ”amico” per le sue gambe disastrate: da lì in poi il britannico, precursore di varie soluzioni del Motomondiale moderno (dalla scelta di tenere il suo 7 anche da campione del mondo, al paraschiena, alle tute colorate), ha corso solo sporadiche gare tra vecchie glorie, prima di spegnersi a 52 anni per il già citato cancro che l’aveva colpito e contro il quale aveva duramente lottato. Il giorno dopo la sua morte Sheene sarebbe dovuto andare a Melbourne per fare da starter nel GP di Formula 1, ma il destino aveva altri piani per il bicampione mondiale, che è stato uno degli ispiratori di Valentino Rossi e di altri piloti moderni.

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