Chi ha detto che gli argentini sono talentuosi solamente nel gioco del calcio? Sanno essere anche validi tennisti, certo, ma anche il feeling con i motori non manca nella terra sudamericana. In F1, i rappresentanti più illustri sono stati Fangio e Reutemann, ma nel motomondiale il talento “albiceleste” più fulgido è stato indubbiamente Sebastian Porto. Anzi, Porco, come compariva all’anagrafe fino al 1997, anno in cui decise di cambiare il proprio cognome d’origine anche per poter gareggiare serenamente laddove quel termine avrebbe suscitato facili ironie.

Al di là di questa curiosità burocratica, l’argentino non si è mai contraddistinto per bizzarrie. Sebastian ha sempre avuto ben chiaro cosa fare per emergere: lavorare duramente sui propri limiti, correggendone i difetti. Ed anno dopo anno, tra alti e bassi, è riuscito a portare avanti un lungo processo di maturazione. Ce n’è voluto di tempo. Il pilota sudamericano è stato un giovane apprendista nell’epoca del dominio di Max Biaggi, si è fatto notare negli anni del primo Valentino Rossi ed è diventato un top rider a partire dal nuovo Millennio. Sebastian ha attraversato quasi tre epoche differenti nella 250. La categoria di mezzo è stata la sua casa per diversi anni, non abbandonandola mai, conscio forse di poter vincere in 125, ma di non essere pronto per le cilindrate superiori. I suoi piazzamenti hanno in parte confermato questa tesi. Dopo le prime stagioni trascorse tra wild card e mezzi non all’altezza, concluse al 28°, 19°, 11° e 22°, la svolta: dal 1999 in poi, Porto non ha centrato la top ten solamente in un’occasione, nel 2001, concluso in sedicesima piazza.

Il 2002 è stato l’anno della svolta, con il primo podio in carriera in Germania e la prima vittoria sotto la pioggia brasiliana. Resta il dubbio su cosa ne sarebbe stato della storia motociclistica di Porto se non si fosse trovato dinnanzi Dani Pedrosa. Nel 2004, l’argentino aveva tutto per vincere il titolo: esperienza, la competitività dell’Aprilia ufficiale ed un’ottima lettura della gara. Eppure, nonostante le cinque vittorie ed altrettanti piazzamenti sul podio, il titolo è andato al piccolo spagnolo, al debutto nella classe di mezzo. A Sebastian non è bastato correre come mai prima di allora, non è stato sufficiente il cuore per vincere. Se non si fosse trovato davanti il pupillo di Alberto Puig, che ne sarebbe stato di Porto? Sarebbe passato finalmente in MotoGP, forte di un campionato del mondo in tasca? L’impressione di aver sciupato un’occasionissima ha forse condizionato la stagione successiva, fatta di prestazioni opache, qualche errore ed un feeling mai sbocciato con la nuova Aprilia. Del suo 2005 è rimasta una sola perla, ma la più bella tra le 7 in carriera. Assen, penultimo giro: Jorge Lorenzo è in testa, al suo inseguimento ci sono sempre loro due, gli acerrimi rivali, Porto e Pedrosa. Dani infila l’argentino e si porta in seconda posizione. Si arriva all’ultima variante prima di lanciarsi sul traguardo. Sebastian inventa la magia: sorpasso all’esterno su Pedrosa e via all’interno su Lorenzo per poi transitare per primo all’inizio della tornata conclusiva. Da terzo a primo in una frazione di secondo. Un numero da illusionista che consegna a Sebastian l’unica gioia della stagione, l’ultima della sua carriera.

Nel 2006, tutti si sarebbero aspettati di vederlo lì in lotta per il titolo ed invece stavolta Porto prende una decisione sorprendente. Annuncia il ritiro a Barcellona, dopo diverse gare trascorse più a fare i conti con la propria crescente demotivazione che con gli avversari. Una decisione incredibile. Sebastian ha scelto di fare altro nella vita, dedicandosi sempre ai motori, ma in modo diverso. Ha preso parte ad altre competizioni, vincendo anche il campionato argentino Supersport e tornando nel circus del Motomondiale nel 2014 come wild card nel GP argentino in Moto 2. Un modo per salutare un ambiente che ha tanto amato, ma da cui ha sentito il bisogno di staccarsi. E chissà se oggi, nel giorno del suo 39esimo compleanno, ripenserà a quel mondo con rimpianto o con lo stesso entusiasmo con cui ha sempre corso.

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