Per molti, essere figli d’arte è un grande vantaggio. Si trovano aperte porte ed opportunità che normalmente appaiono ai più chiuse o socchiuse. Tuttavia, avere un genitore illustre ha i suoi effetti collaterali. Chiedetelo a Damon Hill. Inglese classe 1960, ha vissuto l’infanzia a stretto contatto con le auto da corsa del padre Graham, anch’esso pilota di Formula 1. Si può affermare che il rombo dei motori abbia sempre esercitato su di lui un fascino particolare. Forse, merito anche della figura paterna. Chi tra gli appassionati degli Anni ’60 non ha provato una forte attrazione per quel funambolo guascone, con un modo di fare scanzonato e coinvolgente? Immaginatevi come il piccolo Damon potesse essere estasiato dal proprio babbo, una sorta di supereroe amato da tutti. La sua scomparsa in un incidente aereo lasciò un profondo segno nella vita del figlio, desideroso di ripercorrere le orme del genitore, ma al contempo frenato da un carattere timido ed introverso, l’esatto contrario di quello del padre. Forse, anche per questa ragione Hill junior ha preferito iniziare a correre partendo dalle moto. Meglio evitare il confronto diretto. Più opportuno defilarsi anziché affrontare le malelingue con l’etichetta di “raccomandato”.

Eppure, prima o poi, il destino torna a bussare, prende per mano e conduce verso vie stabilite. Damon non può sottrarsi: correre in macchina è parte di lui. Anche se non è spettacolare, anche se non è così diretto come papà Graham. È questione di talento. E Frank Williams se ne accorge: non è un caso e nemmeno per via del cognome se l’inglese approda nel team britannico nel 1993 come compagno di Alain Prost, dopo un anno di gavetta con vetture non performanti. Eppure, nonostante i buoni risultati, c’è sempre chi dubita di lui. La svolta della carriera avviene probabilmente a Silverstone, nel 1994: dopo la tragica morte di Senna e l’avvio a rilento in campionato, Damon vince il Gran Premio di casa, riuscendo a fare meglio del padre, che non era mai riuscito a conquistare la gara di casa. C’è tutto Hill in quella domenica: la grinta in pista, con un passo spedito, deciso, da leone vero. E poi, sul gradino più alto del podio, si esibisce con un inchino per ringraziare la folla. È un messaggio preciso: “Non sono e non sarò mai come papà Graham, è vero, ma anch’io, a modo mio, valgo qualcosa”.

Damon ha una capacità speciale: sa incassare i colpi, imparare dalle sconfitte, fortificare il proprio carattere. Impara a trincerarsi di fronte a chi gli imputa come sommo capo di non somigliare a Hill senior. Smaltisce l’ira per un Mondiale perso in maniera assai discutibile contro Michael Schumacher ad Adelaide nel ’94. Passa sopra agli errori commessi un anno più tardi. Si ricarica, si rigenera. E riprova. Perché non sarà talentuoso come quel tedesco su Benetton che proprio non gli va a genio, ma non è nemmeno arrivato lì per caso. È lui a spremere la Williams-Renault fino all’ultimo goccio di benzina. È sempre lui ad esaltare il team inglese. E prima o poi il lavoro paga. La soddisfazione delle soddisfazioni arriva nel 1996. Stagione dominata quasi fino alla fine e trionfo a Suzuka, all’ultima gara. Gli Hill campioni del mondo sono due. Così simili e così diversi. Damon ottiene la sua rivincita. Il brutto anatroccolo è un magnifico cigno, destinato a non volare in alto, ma a regalare comunque gioie ed imprese ad Arrows-Yamaha e Jordan tra il 1997 ed il 1999. Giusto per ribadire di avere la velocità nel sangue. Per dimostrare di non essere solamente il figlio di Graham Hill.

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