Torniamo con le auto improbabili, e dopo avervi parlato dell’Andrea Moda Formula, non potevamo esimerci dall’offrirvi una vettura di pari scarso valore: ecco a voi la Life Formula Racing, che divide con la già citata Andrea Moda la palma di peggiore F1 di sempre.

La Life nasce quasi per errore, dopo che l’imprenditore Ernesto Vita compra i diritti del rivoluzionario motore a 12 cilindri con cilindri a W (tre bancate da quattro cilindri) costruito e progettato da Franco Rocchi (ex tecnico Ferrari), un motore radiale a 3500cc (con soli 375cv) che strega Vita e gli mette in testa l’idea meravigliosa di diventare fornitore di motori in F1: il buon Ernesto propone il propulsore a varie scuderie, ricevendo altrettanti ”no grazie”, e così decide di sfidare tutti creando la sua scuderia.

Nasce così la Life F190, l’unica vettura che si presenta al via del Mondiale 1990 per conto di Ernesto Vita, che crea un team dall’ossatura ridotta e dal budget lillipuziano: sede a Formigine, pochissimi meccanici, una sola vettura e due soli motori W12, con pochissimi pezzi di ricambio per una vettura che in realtà è fragile e poco funzionale. Questo perchè il motore W12 viene mischiato a un telaio obsoleto, che non ha la minima compatibilità col suo propulsore, e viene acquistato ”a caso”: Vita compra i diritti del telaio progettato dal brasiliano Richard Divila per la mai nata scuderia First, che però avrebbe dovuto montare motori V8 Judd, totalmente diversi dal propulsore di Rocchi.

Insomma, la Life F190 è un caos disorganizzato, ma si presenta ugualmente al Mondiale F1 con Gary Brabham (figlio d’arte) come unico pilota: il primo GP stagionale, a Phoenix, è un assoluto disastro, con la vettura che termina ultima nelle prequalifiche dopo aver percorso solo 4 giri, e a oltre 30” dall’ultima macchina, l’altrettanto disastrosa Eurobrun. A Interlagos, vista la distanza ”continentale” da Formigine, non arrivano novità tecnologiche, e così il disastro è compiuto: Brabham resta a piedi dopo 400m, la batteria si è scaricata e non c’è verso di ripartire. L’australiano allora saluta (come biasimarlo?) la compagnia, cercando di salvarsi dal disastro completo (ma non tornerà mai in F1), e il dramma della Life F190 prosegue con Bruno Giacomelli, scelto dopo mille peripezie: il pilota italiano, un solo podio in carriera nel 1981 e 14 punti totali in F1, non corre dal 1983 e si ritrova con una vettura sempre rotta per problemi elettrici, con un’aerodinamica pari a zero e che, per il suo motore ”un po’ così” e un telaio riassestato a caso per inserire il W12, gira oltre 60km/h più lenta di ogni altra vettura.

Giacomelli vive un calvario, addirittura a Monaco è più lento delle F3000 nelle prequalifiche e non supera mai lo scoglio, arrivando (quando va bene) a 10” dall’ultima qualificata. Nel mentre Divila, che aveva definito la vettura ”un’interessante fioriera” al momento della presentazione, denuncia Vita per aver deturpato il suo progetto e mette in guardia i piloti dalla pericolosità della vettura, che infatti si manifesta. Dopo il GP d’Italia la Life passa al V8 Judd, riadattando alla bell’e meglio il cofano per il nuovo motore: una mossa che la rende pericolosa, dato che il cofano vola via in pieno rettilineo a Estoril. Anche a Spa la Life è disastrosa, e allora ecco l’addio al campionato a due gare dal termine: per la Life F190, dunque, 14 GP senza mai qualificarsi, e una giustissima damnatio memoriae.

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