La sua è una delle voci ”caratteristiche” e più apprezzate del mondo dei motori: Max Temporali, ex pilota che ha diviso il box con Valentino Rossi negli anni ’90, ha commentato la MotoGP sui canali Mediaset, e poi, una volta acquistati i diritti della Superbike, si è spostato sulle derivate di serie, commentando i successi di Jonathan Rea e di Kawasaki. Nel campionato 2017 l’abbiamo visto nel ruolo di ”uomo dalla pista”, sempre con la simpatia e la competenza che lo contraddistingue: abbiamo intervistato Max Temporali durante l’ultima puntata di ”Bandiera a scacchi”, la nostra trasmissione radiofonica in onda ogni lunedì dalle 17.45 alle 18.30 su Radio Ticino Pavia, ed ecco le sue parole ai nostri microfoni!

Ciao Max, partiamo con una considerazione su Jonathan Rea: si può dire che è pari, come forza e dominio della categoria, o addirittura superiore a Troy Bayliss?

”Mmm mmm, i paragoni possono essere molti di più, andando a scavare nella storia della SBK e pensando a Fogarty ad esempio, ma io credo che Jonathan Rea sia abbastanza unico nel suo genere. Le corse negli anni sono cambiate, seguono l’evoluzione di tecnica e tecnologia, dalle gomme al resto e conta tantissimo la perfezione: ho scritto un pezzo su questo sul mio blog, prendendo a spunto la vittoria di Marc Marquez in MotoGP e Johnny in Superbike, e parlando di queste due macchine perfette. La cosa che mi ha impressionato di più a Jerez è stata la velocità di Rea nel fuggire appena si spegne il semaforo: parte a razzo e salta tutti gli altri come se fossero birilli, mentre gli avversari fanno fatica e perdono  tempo/giri appena devono compiere un sorpasso. Avete visto il tempo impiegato dal povero Marco Melandri nel tentativo di superare van der Mark e Chaz Davies, mentre Rea ha questo dono innato nel pronti-via: gli altri devono migliorare in questo, perchè senza quello scatto si accumula già ritardo in partenza”.

Rea è una macchina: va subito forte nelle libere del venerdì, le domina e poi si ripete in ogni sessione…

”Ci sono due fattori da considerare. Innanzitutto una Kawasaki che è perfetta e facile da mettere a punto nonostante il passaggio a piste completamente diverse o con caratteristiche apposto: tocchi due vitine (ride, ndr) e la moto va già bene, mentre Ducati ha un range di messa a punto molto più ristretto e tutto è più complicato. In secondo luogo, cito il carattere di Jonathan Rea: non si accontenta mai, arriva lì e vuole essere il primo, e tra l’altro è sempre il primo a schierarsi, scendere in pista e voler dominare ovunque. Ha veramente la katana tra i denti, è un vincente dentro”.

Per il 2018, Dorna vorrebbe effettuare dei cambiamenti nel regolamento per ”limitare” Kawasaki e rendere più spettacolare il Mondiale, che è stato oggettivamente dominato da Johnny negli ultimi tre anni…

”Quest’idea non mi fa impazzire. Stanno facendo di tutto per disegnare un regolamento (che tra l’altro non è ancora chiarissimo nonostante novembre sia alle porte) contro Kawasaki, non per livellare il campionato: andrà a penalizzare chi vince troppo, perchè non riguarda solo un abbassamento del numero massimo dei giri-motore, ma prevede anche una diminuizione degli stessi man mano che si inizia ad accumulare vittorie, andando a penalizzare di fatto chi domina il campionato. E, siccome sin qui hanno vinto sempre la stessa persona e la stessa moto, parliamo di un regolamento che va chiaramente contro Kawasaki: è un’assurdità, io piuttosto andrei a rivedere la formula del campionato. Anche perchè Kawasaki vince grazie a una squadra che, con Ducati, è una delle poche ad avere tecnici di altissimo livello, che sanno sempre cosa fare e lavorano 24 ore su 24 per mantenere la moto al massimo del suo potenziale: quando guardi nei box, stanno sempre lavorando e l’accesso ai giornalisti, per dire, è di fatto vietato. In altre parti, invece, è un po’ come il mercato del pesce: si va, si viene e c’è un po’ di confusione. Lì percepisci la serietà del lavoro”.

Un modo per interrompere il dominio di Rea potrebbe essere un suo eventuale ritiro? Lui stesso ha fatto sapere di voler correre fino al 2020…

”È vero, lui ha una bellissima famiglia e altri interessi oltre alle moto, per cui verosimilmente resterà in SBK fino a fine carriera e non andrà in MotoGP come tanti sperano. Guadagna molto bene in Kawasaki e non credo che lascerà questo campionato dove sta vincendo tanto: venendo al discorso di un equilibrio maggiore in caso di un suo ritiro, beh, già guardando la classifica attuale, senza un dominatore come Johnny avremmo una classifica corta e un Mondiale aperto fino al GP del Qatar di Losail tra Sykes e Davies. Questo sarebbe una figata, ma il problema, se possiamo chiamarlo così, è che Rea ha rifilato 180pti a entrambi e via”.

Venendo agli altri piloti, come vedi Marco Melandri? Nella cronaca di domenica dicevi che ci ha messo tanto a capire la Ducati, e poi nei sorpassi ha bisogno di più tempo rispetto a Rea: come lo vedi in ottica-2018?

”Io credo che nel 2018 la sua stagione possa prepararsi meglio e per più motivi: innanzitutto avrà alle spalle un anno importante, perchè guidare la Panigale non è facile e il suo predecessore, Davide Giugliano, pur essendo molto veloce, non aveva mai vinto una gara. Marco invece ha vinto a Misano e, senza la sfortuna a tre giri dalla fine, avrebbe vinto anche sabato a Jerez: è pronto per fare il salto, ha avuto un approccio prudente quest’anno e non ha voluto strafare, e poi c’è la variabile della configurazione della moto. A fine 2016 è andato nel Team Aruba e ha trovato una Panigale già fatta e finita, adesso ci può essere il suo zampino: ad esempio una differenza che potrebbe esserci in futuro è quella del cambio, che è stato deciso dal tipo di guida di Chaz Davies e con cui Melandri non si trova e fatica a trovare le marce giuste nel 50% delle piste. Questo è un aspetto a cui si è dovuto adattare, e quindi l’anno prossimo per buon senso le cose dovrebbero solo andare meglio per Melandri”.

Hai parlato di adattamento, e allora io ti faccio una domanda su Andrea Dovizioso: ti aspettavi un Dovi così forte, che si stava giocando il Mondiale fino al tonfo di Phillip Island, di fatto?

”Sinceramente no, sono franco e sincero. Ho sempre ritenuto Dovizioso un ottimo pilota, ma non con quella classe aliena che è presente in Marquez, Rossi, Lorenzo e pensavo inizialmente Vinales. In realtà lui ha dimostrato che con tanto lavoro, tanta pazienza, tanto sacrificio e umiltà si può arrivare dove arrivano gli alieni, e questo ti fa pensare, perchè un Dovi senza titoli mondiali è arrivato a giocarsi il Mondiale: purtroppo questa nostra speranza di vittoria sta sfumando piano piano, perchè man mano che si arriva alle gare dove si è tanto sotto pressione, Marquez sta dimostrando di essere più abituato a gestire un titolo mondiale. Ne ha vinti 5, va verso il sesto, e per lui è più facile dormire la notte”.

Diciamo che Marquez non sa neanche cosa significhi ”pressione”, di fatto…

”Da come ha guidato in Australia sembrerebbe proprio di sì! Io ho un’ammirazione pazzesca per chi riesce ad avere una testa del genere: adesso non so voi, però immagino che tutti noi umani se domani abbiamo esami di scuola, di guida, di università, siamo tesi perchè non ci sentiamo mai pronti abbastanza o preparati al giusto. Lui invece sorride prima di salire in moto, ha sicurezza nei propri mezzi pazzesca e sa sempre di essere il più forte e quanto può dare: è così, è sempre stato così anche quand’era in 125 e noi di Mediaset avevamo creato una rubrica che lo riguardava in ogni GP. Quello è un dono di natura”.

Anche perchè, citando una sua impresa, è un pilota che a Estoril 2010 è caduto nel giro di ricognizione, è ripartito ultimo e poi è andato a vincere…

”Lui è un atleta nato per vincere. Mi raccontava Carlo Luzi, suo attuale ingegnere di pista, che la prima volta che si è presentato per guidare la MotoGP, che fino all’anno prima era guidata da Stoner, era arrivato questo ragazzino e aveva chiesto di restare lì tutto il giorno a studiare una moto totalmente diversa dalla Moto2. Doveva andare in pista il giorno dopo, ma è stato lì e ha chiesto agli ingegneri di preparargli una sorta di manualetto con tutto ciò che c’era da sapere sulla Honda: quando è andato in pista nei test, lui sapeva tutto, e vi garantisco che quando mi capita di fare giri di pista con le Superbike, che sono molto meno complesse, è un casino. La roba più difficile è proprio ricordarsi i vari tasti e gestire la pulsantiera, non la guida fine a sè stessa”.

D’altronde lo ricordiamo, tu sei stato un pilota e correvi nel campionato italiano Sport Production quando ci correva il 14enne Valentino Rossi…

”Tutto vero. Ho avuto l’onore di correre in quella categoria che era particolarmente formativa, quando si correva con le 125, e poi nel 1993 ho diviso il box con Valentino nel team Lusuardi: guidavamo le Cagiva Mito, ho tanti ricordi di Rossi in quegli anni, la sua impronta non è cambiata ed è la sua forza. Rimaneva sempre tranquillo e sereno, capivi che veniva a fare quello sport perchè gli piaceva e si divertiva, sia che arrivasse 1° o 15° riusciva ad affrontare l’esperienza con grande armonia, mentre gli altri piloti vivevano i brutti risultati con piva lunga e umore pessimo. Tornando al discorso di prima, ci sono piloti che hanno qualcosa di innato, anche se durante il loro percorso riescono a essere più ordinati e crescere: Valentino prima era un disastro, magari aveva lo stivale da una parte e il casco dall’altro, arrivava in ritardo, doveva entrare in pista e i meccanici si chiedevano dove diavolo fosse. Poi negli anni è diventato pignolo, uno svizzero: c’è una parte che va formata e curata durante la carriera, e poi c’è il talento innato dei grandissimi”.

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  1. […] tutti i suoi piloti. L’ordine di scuderia di Sepang? Non ne sono convinto (a differenza di Max Temporali), Dovizioso andava più forte e avrebbe comunque superato Jorge. Tra l’altro Lorenzo è quasi […]

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