È senza dubbio il miglior progettista al mondo, l’uomo che ha costruito i cicli vincenti di Williams, McLaren e Red Bull a suon di intuizioni e soluzioni innovative: Adrian Newey è una delle figure più durature di una F1 che continua a cambiare (e non in meglio: le norme per le power unit 2021 sono farraginose, e Liberty Media vorrebbe mettere un tetto di spesa per i team a 150-200mln, cifra fuori da ogni logica), ma nonostante i mille successi da progettista e le soddisfazioni che si è tolto recentemente, andando a disegnare l’ultima Aston Martin, ha confessato di avere sempre un peso sulla coscienza che non vuole saperne di lasciarlo.

Newey progettò la vettura della tragedia, la vettura che causò la morte di Ayrton Senna dopo la rottura del piantone dello sterzo, e ancora adesso non si dà pace, come ha confessato nella sua autobiografia: ”Mi sentirò sempre responsabile per la morte di Ayrton, ero uno degli ingegneri capo di un team che ha disegnato la macchina che ha causato la morte di un grande uomo e di un grande pilota. Non m’interessa se è stato il piantone dello sterzo a ucciderlo, questo non allevia il mio senso di colpa: quel pezzo era mal disegnato, non doveva essere inserito nell’auto. Ho sbagliato tutto nell’aerodinamica dell’auto, andando a perdere la transizione tra sospensione attiva e passiva: quella Williams era aerodinamicamente instabile e pericolosa, Ayrton stava facendo cose che non erano nelle disponibilità di quella vettura e ne eravamo tutti consapevoli”.

Per chi non se lo ricordasse, sia Newey che Patrick Head (responsabile tecnico Williams) furono indaganti per quel drammatico incidente, venendo poi assolti in un processo dalle mille ombre (recentemente Damon Hill ha confessato di aver mentito spudoratamente sulla solidità dell’auto).

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