È stato il secondo pilota indiano a mettere piede in F1 (il primo è stato il disastroso Narain Karthikeyan), e il suo nome (ahilui) resterà sempre legato al fallimento colossale della HRT, una delle peggiori scuderie viste nel circus dall’inizio degli anni Duemila.

Karun Chandhok è stato dipinto come un pilota improbabile, approdato in Formula 1 per puro caso (o interesse indiano), ma in realtà non lo è mai stato: come si può definire ”improbabile” chi vince il campionato nazionale a 16 anni, a 17 effettua il grande salto in Formula Asia (vinta) e a 18 è già nella Formula 3 inglese? Il giovane Chandhok, nato a Madras il 19 gennaio 1984, fa tutto questo e molto altro, chiudendo addirittura 3° nel campionato britannico 2003 con 8 vittorie: sembra il preludio a qualcosa di meraviglioso, a un pilota asiatico che può lottare per le zone nobili della F1, ma la crescita si ferma in GP2, quando nonostante le stagioni con Durango e altri team, ottiene una sola vittoria e pochi punti.

Ecco perchè Force India lo respinge per due volte, nonostante Vijay Mallya sia un amico di famiglia, e il debutto viene rimandato al 2010: l’Hispania Racing Team, HRT per gli amici, è il team che ingaggia Chandhok, che probabilmente si pentirà poco dopo di quella scelta. La macchina è imbarazzante, la velocità di base irrisoria, e addirittura le vetture, che sono quelle della Campos Racing di GP2 riadattate alla Formula 1 con telaio Dallara e motore Cosworth, non ci sono: i due mezzi non superano i crash test, vengono rifatti e arrivano giusto in tempo per le qualifiche del Bahrain.

Chandhok prova lì la sua HRT per la prima volta, dando il via a un disastro annunciato: il miglior piazzamento è un 14° posto, e addirittura il team lo sostituisce a metà stagione con Sakon Yamamoto, lasciandolo a piedi. La F1 lo rigetta, ma gli fa disputare un altro GP nel 2011 con Renault, che dopo averlo ingaggiato come terzo pilota lo fa gareggiare in Germania al posto di Trulli: 20° posto e fine della corsa, con Karun Chandhok che deve reinventarsi e lo fa benissimo.

Il pilota indiano si rimette in sesto nell’Endurance, correndo la 24h di Le Mans con una Hpd ARX-03a, un prototipo schierato in una LMP1 ricca di vetture e chiudendo 6°, e trasformando la 24h in un appuntamento fisso: l’ha corsa anche nel 2017, non mollando quindi la carriera da pilota e schierandosi al via nella LMP2 con una Ligier, portata all’11° posto complessivo e 9° di classe.

Insomma, la velocità c’è sempre, e forse manca solo la resistenza alla pressione dei grandi campionati: lo dimostra anche una disastrosa avventura in Formula E, che vide Karun Chandhok guidare la Mahindra nel 2014-15 e ottenere solo 17pti in una stagione completa, non venendo confermato. Allora l’indiano parti col 5° posto in Cina e il 6° in Malesia, salvo poi crollare inesorabilmente: un manifesto di una carriera che poteva dare tanto, e invece l’ha relegato a un ruolo da insoddisfatto comprimario.

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