Strana sorte quella di Jonathan Rea. Per una vita è stato costretto a dare sfoggio del suo immenso talento con mezzi non all’altezza ed ora che domina si studiano continue soluzioni sulla limitazione del suo strapotere. Dalle due manche nello stesso giorno si è passati alla suddivisione tra sabato e domenica. Si è persino pensato di disporre l’ordine della griglia invertendo i risultati della prima gara. Niente da fare, nessun effetto: Johnny il Cannibale ha continuato a stravincere. Addirittura, al termine di questa stagione che doveva ridimensionare il suo dominio, il nordirlandese classe 1987 ha stabilito il record di punti, abbattendo il precedente primato appartenente a Colin Edwards.

Ed ora? Nel 2018 la Superbike cambia ancora. Il nuovo regolamento prevedrà una riduzione della potenza del motore di Kawasaki e Ducati. La verdona dovrà passare 15.000 a 14.100 giri. Una privazione che dovrebbe aumentare di altri 250 giri ogni tre round vinti. Lo scopo di questo meccanismo ideato dalla Dorna è il livellamento della categoria, rendendo il campionato, sulla carta, più equilibrato. Eppure, questa regola rischierebbe di diventare un flop qualora il dominio di Rea dovesse rimanere intatto. Un dubbio sollevato dai recenti test in cui la Kawasaki ha ostentato un notevole potenziale.

Tuttavia, questo cambiamento rischia di diventare un boomerang anche per un altro motivo. Stroncare l’eccellenza, rappresentato stavolta dal binomio Rea-Kawasaki, non è sinonimo di spettacolo. Abbattuta una dittatura sportiva ne può sorgere un’altra. Lo sport offre diversi spunti a riguardo, molti dei quali nella recente Formula 1, attraversata nel nuovo Millennio da tre cicli vincenti: Ferrari, Red Bull e Mercedes. Dunque c’è il pericolo concreto di assistere non tanto ad un rimescolamento delle carte, ma ad una nuova tirannia, con conseguente scarso divertimento. E poi ne uscirebbe fuori un campionato dai valori non pienamente veritieri. Un esempio esplicativo può essere il caso di Carlos Checa nel Mondiale Superbike 2012. Lo spagnolo era reduce da una stagione da dominatore, conclusa con il titolo iridato. Di conseguenza, la Dorna decise di appioppare alla Ducati numero 7 del catalano una zavorra per limitarne la velocità. Una decisione che condizionò pesantemente il cammino dell’ex MotoGP. Ecco, un rischio analogo potrebbe correrlo Rea nel 2018.

Ma sarebbe un vero campionato o piuttosto il figlio di un capriccio per negare ad un talento cristallino di raccogliere i frutti che merita? In fondo, nessuno ha mai regalato qualcosa al nordirlandese quando, ai tempi della Honda, si inventava numeri da rodeo pur di portare la CBR ai vertici. Perché dunque, ora che può godersi i risultati di un duro lavoro, deve essere riportato a tutti i costi sulla terra? Deve pagare la sua manifesta superiorità? Eppure, la storia di questo sport non è scevra di altri grandi interpreti cannibali. Non sarebbe la prima volta. Anziché cercare di stroncare il dominio di Rea non si potrebbe cercare incentivi per permettere ai rivali di godere di una maggiore competitività durante tutta la stagione? Forse è questa la strada da percorrere. Gli appassionati si meritano un duello vero, fino all’ultima staccata, non un campionato regolato da bizze simili al televoto di un programma televisivo. Per quello ci sono reality e talent, non la Superbike.

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