Anno nuovo, vita nuova. Se lo augurano anche Tom Sykes e Chaz Davies i due scontenti dell’ultimo triennio di Superbike. Già, perché in fondo dev’essere frustrante realizzare vittorie e numeri impressionanti e non conquistare mai il titolo iridato. Colpa di quel Jonathan Rea diventato un rullo compressore nel momento in cui ha sposato la causa Kawasaki. Quando, nel 2015, è iniziato il dominio schiacciante del nordirlandese, nessuno si sarebbe immaginato che sarebbe durato per ben tre stagioni e che avrebbe ridimensionato il compagno di squadra ed il ruolo della Ducati in Superbike. Johnny è diventato il volto principale della “verdona”, ponendo quasi in un ruolo subalterno uno come Sykes, campione del mondo nel 2013 e due volte vice iridato. Insomma, non proprio un curriculum di secondo piano. Eppure, di fronte ai record continuamente aggiornati da Rea, gli ottimi risultati di Tom sbiadiscono impietosamente. Inevitabilmente l’attenzione ricade sull’appartenenza allo stesso team e molti fanno notare come il numero 1 della categoria ottenga prestazioni inavvicinabili per tutti anche laddove il compagno stenta. Va anche detto che Sykes ha pagato all’inizio della convivenza la mancanza di feeling immediato con il pacchetto moto-gomme, cosa riuscita alla perfezione al connazionale. Per diverse ragioni, Tom non è mai stato realmente in grado di intaccare la supremazia del rivale.

Discorso simile si può fare per Chaz Davies. Il ducatista è stato spesso più incisivo nel ruolo di anti-Rea rispetto a Sykes, ma ha pagato le tante battute a vuoto in cui è incappato nel corso della stagione. Il gallese è fatto così: tutto o niente. Lo si vede spesso inventarsi traiettorie incredibili, derapate al limite, frenate profondissime. Spreme la propria moto, non fa mai calcoli. Anche grazie a questo stile di guida ed a questa filosofia di vita, Chaz è riuscito ad impensierire il Cannibale, colmando in diversi casi le lacune di assetto della Rossa di Borgo di Panigale. Ed il problema di Davies in ottica iridata è proprio il dover correre sempre sul filo del rasoio, a metà strada tra il capolavoro ed il disastro. Il gap tecnico tra Kawasaki e Ducati, seppur non enorme, c’è e costringe i piloti della casa italiana a dare il 110%. La motivazione di questo piccolo dislivello va ricercato negli obiettivi e nei fronti aperti dai due colossi. Kawasaki punta fortemente sulla Superbike, investendo importanti risorse; al contrario, gli emiliani considerano il campionato delle derivate di serie un obiettivo importante, ma secondario rispetto alla MotoGP. Di conseguenza, i nipponici hanno sempre un leggero vantaggio in termini di sviluppo ed aggiornamento. Per di più, se sulla “verdona” c’è il Rea delle ultime tre stagioni tutto diventa tremendamente più complicato. I numeri del gallese nel recente triennio 2015-2017 sono straordinari, da campioni del mondo. Purtroppo per lui, c’è chi va ancora più forte. È un destino capitato a tanti atleti, essere capitati in un periodo storico dominato da un fuoriclasse, senza il quale avrebbero ottenuto successi a iosa.

Tuttavia, il 2018 è un anno nuovo, diverso, con regole differenti. Dunque, la speranza di invertire la tendenza ritorna a galla. Per Sykes la missione è più complessa, in quanto le eventuali difficoltà della Kawasaki coinvolgeranno anche lui. Davies, al contrario, potrebbe vedere annullato quel gap tecnico e forse effettuare quel sorpasso tecnico nei confronti del rivale nordirlandese. Sicuramente, data l’incertezza di competitività per la vittoria nell’arco di tutta la stagione, conteranno i piazzamenti e la regolarità. Un aspetto su cui Tom potrebbe fare la differenza e sul quale Chaz dovrà lavorare per limitare eventuali sbavature. Sicuramente, anche dal punto di vista anagrafico, per entrambi il 2018 sarà una tappa cruciale della loro carriera, dal momento che Davies è un coetaneo di Rea e Sykes ha due anni in più. Sarà un’occasione per far tornare sulla terra il Cannibale e togliersi di dosso l’etichetta di “eterni piazzati”, soprannome ingiusto per il loro talento.

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