Da qualche anno, anche tra i piloti impazza la moda del “mental coach”. Spesso questo aiutante non è solamente un semplice psicologo sportivo, ma un ex rider capace di analizzare le difficoltà e di fornire stimoli al proprio assistito. Se l’ultima stagione di Dani Pedrosa è stata una delle migliori dal 2013 ad oggi, lo si deve anche a Sete Gibernau. Spagnolo classe 1972, è entrato nella storia del Motomondiale per i suoi duelli con Valentino Rossi tra il 2003 ed il 2005. E nonostante non sia mai riuscito a vincere il titolo iridato, il catalano si è preso comunque i giusti applausi per aver contrastato per quanto possibile il pesarese negli anni d’oro della sua carriera.

Straordinario in condizioni di perdita di aderenza e dotato di una notevole sensibilità, Sete ha saputo costruirsi passo dopo passo, stagione dopo stagione, risorgendo dagli insuccessi e dai vari alti e bassi. Come ammesso da Wayne Rainey, suo primo team manager ai tempi della Yamaha, il talento del nipote di Paco Bultò era apparso fin da subito in modo naturale. Forse, avere un nonno così innamorato dei motori non poteva spingerlo ad abbracciare una carriera differente. La grossa difficoltà di Gibernau è sempre stata la fatica nel trovare un mezzo che ne valorizzasse i pregi ed una maggiore fiducia in sé stesso. Con la NSR che fu di Mick Doohan e con la Suzuki mostrò ottimi spunti, senza mai trovare quella continuità decisiva per spiccare il volo. L’episodio che ha segnato la vita sportiva dello spagnolo con il numero 15 in carena è stato indubbiamente la tragica scomparsa del compagno ed amico Daijiro Kato. Dopo la gara di Suzuka nel 2003, Sete è diventato un altro pilota. O meglio, ha tirato fuori di sé il meglio, componendo un mosaico splendido con tutte le tessere del proprio talento, prima mostrate solamente a sprazzi. La metamorfosi di Gibernau è stata un caso incredibile nella storia dei motori. In poche altre occasioni un corridore è stato capace di crescere al punto da diventare un autentico top driver. E quasi nessuno prima di lui è arrivato al punto di far infuriare uno come Valentino Rossi dopo una gara. Era il Gran Premio di Germania del 2003 e Sete era riuscito a beffare il pesarese in volata, sfruttando un’imprecisione del Dottore. Da quel pomeriggio estivo, il mondo ha osservato Sete con uno sguardo diverso. Il brutto anatroccolo era diventato un cigno.

Cosa è mancato al catalano per fare l’ultimo scalino verso la gloria? Sicuramente un pizzico di fortuna. I suoi numeri spesso sono stati da campione del mondo, ma sono stati sopravanzati da una macchina da record. Certamente fa riflettere pensare ad un Gibernau vice iridato con oltre 270 punti e ad un Hayden vincitore del titolo con una cifra inferiore. Questione di concretezza, sicuramente, ma anche di annate più o meno sostenute dalla buona sorte. Sete si è sempre fermato lì, ad un passo dall’Olimpo. Eppure, è destinato ad entrare nella storia di questo sport per aver animato la MotoGP, in pista e fuori, con i suoi sorpassi e con il suo carattere solare e generoso. Duro in sella e disponibile una volta dismessi i panni del pilota. Gentile, ma anche risoluto nel far sentire le sue ragioni, senza il timore di rendersi impopolare. Anche per questo motivo, il nipote d’arte è stato uno dei top rider più amati dal pubblico. Oggi, il catalano taglia il traguardo dei 45 anni di età. Cifra tonda e l’occasione di guardare con il suo consueto sorriso il passato progettando il futuro. Un futuro da mental coach o assistente. L’ennesima metamorfosi di Sete Gibernau.

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