<<Il ricordo più brutto è il Gran Premio di Malesia nel 2011. Sono caduto e vedevo doppio, ho passato 5 mesi così e i medici mi dicevano che non sapevano se avrei corso di nuovo. Volevo tornare a tutti i costi, è stato difficile per me. Mi risulta complicato stare fermo, a meno che non sia proprio stanco>>. Ai microfoni del quotidiano spagnolo Marca, Marc Marquez ritorna su uno snodo cruciale della sua carriera. Nelle prove libere sul circuito di Sepang, infatti, il giovane catalano scivolò su una chiazza d’acqua non segnalata correttamente dai commissari e riportò un danno importante al nervo ottico, con conseguente diplopia. Un problema gravissimo, specialmente se si sta parlando di un atleta abituato a gareggiare andando a 300 km/h. In quel momento, la vita sportiva di Marc sembrava lanciata: il “Cabroncito” aveva già vinto un titolo in 125 e si stava contendendo punto a punto il campionato Moto2 con Stefan Bradl nel 2011. L’incidente di Sepang privò gli appassionati di un duello spettacolare e diede il successo “a tavolino” al tedesco figlio d’arte. Marquez rimase fermo per ben 5 mesi, saltando anche i test della stagione successiva. Fu dichiarato idoneo per riprendere l’attività agonistica solamente a ridosso del debutto in Qatar. Anziché accusare il lungo stop, lo spagnolo riprese a vincere con grande facilità, imponendosi anche in Moto2.

Il resto è storia nota ai più. Dal 2013 ad oggi, Marc ha fallito l’assalto al titolo una sola volta, nel 2015. Una dimostrazione di forza incredibile, specialmente se si pensa al livello molto alto nella top class ed agli avversari con cui si è dovuto confrontare. Tuttavia, quell’episodio ha lasciato il segno nella psiche di Marquez, come testimoniato dalle lacrime uscite spontaneamente nel corso di una conferenza stampa, tre anni fa. La paura di perdere tutto e di non poter coronare i propri sogni è diventata un pungolo importantissimo per conquistare il mondo negli anni successivi, ma anche è rimasta una cicatrice ben visibile.

Tuttavia, fa anche riflettere come un pilota con un passato simile sia attualmente uno dei rider con più cadute all’attivo tra prove e gare, a dimostrazione dell’approccio iperaggressivo. Un metodo di lavoro rischioso e votato alla ricerca del limite. Nella stagione da poco conclusa, il “Cabroncito” è finito a terra per ben 27 volte. Un numero esorbitante, incrementato ulteriormente dagli scivoloni delle altre stagioni. Eppure, Marc, nonostante questi crash, continua a vincere. E parte dei successi va proprio alle cadute rimediate in prova. È grazie agli incidenti nel corso dei turni di pratiche che lo spagnolo trova il limite, prende le misure alla pista e capisce dove e come migliorare. Certamente è un sistema scientificamente particolare e difficilmente imitabile. Eppure, i risultati che offre sono straordinari. Inoltre, grazie anche alle imprecisioni nelle prove, Marquez ha saputo sventare possibili highside o scivoloni. L’ultimo miracolo si è verificato a Valencia, quando la perdita dell’anteriore avrebbe potuto estrometterlo dalla gara e rilanciare Dovizioso. La caduta controllata è un metodo di lavoro ormai vincente ed innovativo, al punto che in tanti si interrogano se sia l’inizio di una nuova era motociclistica. Un’epoca sorta da un incidente che poteva stroncare il sogno e fermare la carriera del “Cabroncito”. Un terribile ricordo che ogni tanto riemerge, fa capolino, prima di riessere messo da parte, vinto dal coraggio e dall’incoscienza di un fuoriclasse incredibile. Sicuramente, gli altri piloti riflettono su cosa emulare dello stile del catalano. Ma chi è veramente disposto a prendersi i suoi rischi?

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