Entrambi sono britannici. Uno proviene dall’Irlanda del Nord, l’altro ha origini caraibiche da parte paterna. Tutti e due hanno la vittoria nel DNA. Jonathan Rea e Lewis Hamilton sono reduci da un 2017 ricco di soddisfazioni. Si sono spinti al limite, trionfando a più riprese e regalando ai propri tifosi giornate memorabili. Infine, hanno conquistato il titolo iridato della propria categoria con ampio merito. Tuttavia, le loro stagioni hanno seguito percorsi differenti. Non poteva essere diversamente, viste le caratteristiche dei due protagonisti e le condizioni di partenza.

Rea era il campione in carica ed era atteso alla seconda difesa del titolo, impresa mai riuscita a nessun altro in Superbike. Una pressione non indifferente, certo, ma anche la consapevolezza di avere tutti gli strumenti per riscrivere la storia, data la sua superiorità esibita nel biennio precedente. Hamilton, invece, aveva perso lo scettro nello sfibrante duello con Nico Rosberg nel 2016. Covava vendetta, anche se doveva ricostruire un contesto crollato a pezzi tra atteggiamenti indisponenti e dichiarazioni spavalde. Uno dalla vetta, l’altro dal basso: curioso come la rincorsa ad un titolo iridato possa seguire strade e prospettive diverse.

Johnny ha dominato in lungo ed in largo. La sua leadership non è mai stata lontanamente in discussione grazie ad una costanza di rendimento straordinaria. Lewis, al contrario, ha sofferto qualche giornata storta e la partenza sprint della Ferrari. Rea ha combattuto contro il timore di non farcela e la pressione che soffia fortemente come un vento contrario, mentre Hamilton si è trovato a lottare in pista con un avversario indomito come Sebastian Vettel e dentro di sé, affrontando i propri demoni e le proprie insicurezze. Complici anche le disavventure degli avversari, entrambi hanno trionfato nelle rispettive categorie con largo anticipo, coronando un cammino introspettivo e sportivo straordinario per intensità e risultati. Jonathan ha riscritto la storia della Superbike diventando il primo pilota a vincere per tre anni consecutivi il campionato delle derivate di serie e stabilendo il nuovo record di punti. Lewis si è preso il quarto titolo in carriera, eguagliando Vettel e Prost.

Interessante è stata anche la maturazione a livello caratteriale: il cannibale nordirlandese ha affinato ulteriormente l’attenzione ai dettagli, mantenendo intatte la tranquillità in ogni situazione e la fame di vittorie. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi. Perché vincere aiuta a vincere, ma la macchina perfetta può rompersi da un momento all’altro senza preavviso. Migliorare la perfezione è un capolavoro riuscito a Rea. L’anglo-caraibico, invece, ha ricostruito un nucleo vincente attorno a sé ed ha imparato dagli errori delle ultime stagioni. Ha capito che, se vincere è complesso, ripetersi richiede ancora maggiore fatica e, di conseguenza, sacrifici ancora più duri. E la mente di Lewis, per una volta, si è focalizzata esclusivamente sulla Formula 1 e su sé stesso. Non è insensato affermare che l’Hamilton 2017 sia la miglior versione del pilota inglese. Scusate se è poco.

Così la loro nomina all’atleta dell’anno nel Regno Unito deve essere considerata un premio per il loro 2017. Non si pensi che sia stata una scelta scontata da parte dei fans inglesi, alla luce dello splendido momento dello sport britannico in generale. In particolare, il secondo posto di Rea alle spalle del fondista Mo Farah è una bella rivincita per chi lo ha sempre considerato un atleta incapace di esaltare i tifosi, di smuovere i cuori degli appassionati. Un po’ quello che riusciva solitamente a Hamilton, il quale a sua volta era accusato di non avere la concentrazione maniacale di JR1. Stai a vedere che Jonathan e Lewis si sono copiati a vicenda, prendendo il meglio l’uno dall’altro. Sicuramente, non sono le premesse migliori per chi spera nel 2018 di scalzarli dal trono.

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