Una rivelazione nel deserto. La Dakar, il rally-raid più affascinante del mondo, non poteva nascere in modo diverso: tutti conoscono la corsa che si è recentemente spostata in Sudamerica e scatterà domani da Lima, ma in pochi sanno la storia della sua nascita, una storia di rischio e salvezza, di illuminazione e… morte.

Il ”padre” della Dakar è Thierry Sabine, che a sua volta per anni è stato un partecipante ai rally-raid e ha concepito la sua creatura durante una di quelle esperienze che finiscono col segnare per sempre la tua esistenza. Siamo nel 1977, e il 28enne francese sta partecipando alla Abidjan-Nizza con la sua Yamaha XT500: l’idea è quella di portare a termine una sfida alla natura e al deserto, testare i limiti dell’uomo e soddisfare quel bisogno d’adrenalina che è tipico dei piloti e dell’uomo in generale, ma l’avventura si trasformerà presto in un incubo. Nei rally-raid, oltre alla guida e alla velocità, contano molto l’abilità nella navigazione, nel saper leggere bussola e mappe (che ai tempi erano rigorosamente cartacee) e interpretare i segnali del tracciato, e Thierry Sabine commette uno di quegli errori che possono costarti la vita: basta un attimo di disattenzione e scarsa lucidità per fargli perdere il contatto col gruppo e far iniziare il calvario del francese.

Sabine si perde nel bel mezzo del deserto del Ténéré, una delle più afose e insidiose distese di sabbia di tutta l’Africa, nota per la presenza di un isolato e bellissimo albero (un’acacia) nel bel mezzo del nulla, a 400m da ogni tipo di vegetazione, e inizia pian piano a disidratarsi e perdere la lucidità e il controllo della moto: una brusca caduta gli fa distruggere la bussola e l’orologio, e danneggia la sua Yamaha, che pian piano diventerà solo un peso da portare. Troppa la fatica per trascinarsi dietro la moto, troppo il caldo che sta rendendo il suo vagare nel deserto un’implacabile agonia: Thierry Sabine vede la morte per la prima volta, e si firma nel deserto con un laconico ”Thierry Sabine è stato qui” (”e chissà per quanto ci rimarrà”, racconterà di aver pensato). Ma l’uomo è un animale insolito e altrettanto duro a morire, e allora Sabine raccoglie le ultime energie e riparte con la sua moto mezza distrutta e la sua mappa cartacea totalmente inutile in cerca di una forma di vita che possa aiutarlo: nel Ténéré però ci sono solo chilometri e chilometri di nulla, e così Thierry vaga senza una meta, abbandonando la moto e proseguendo a piedi scalzi nel deserto. ”Qualcuno mi troverà”, pensa, ma sa già che è impossibile in un deserto totalmente…deserto: il pilota francese non ha cibo e ha pochissima acqua che cerca di centellinare durante i giorni di cammino, che diventeranno tre interminabili giornate d’agonia.

Ed è lì, nel bel mezzo del Ténéré e mentre osserva la leggendaria alba nel deserto ha un’illuminazione: come racconterà negli anni seguenti, un po’ per le allucinazioni, un po’ per un sogno ad occhi aperti, durante quella folgorazione vede motociclette e auto che sfrecciano nel deserto squarciandone la tranquillità, una sorta di rivincita da realizzare contro quelle dune e quella sabbia che stavano per strappargli la vita. ”Se resterò in vita, realizzerò questo sogno”, pensa, e frugandosi in tasca trova quel vecchio amuleto che gli aveva regalato un amico tuareg (non è un caso che il simbolo della Dakar sia proprio un tuareg): in un impeto di fede e rassegnazione, lo sfrega pregando le divinità supreme di aiutarlo e non rendere le sue peregrinazioni nel Ténéré vane. Thierry Sabine piazza così delle rocce a X nella speranza che qualcuno le veda dall’alto e lo trovi, e poi si lascia andare alla disidratazione e allo sfinimento: è proprio qui che accade il miracolo, perchè una squadra di soccorso lo trova e gli salva la vita nonostante le condizioni siano critiche.

E un anno dopo, il 26 dicembre 1978, il sogno visionario di un uomo che aveva vagato per tre giorni nel deserto diventa realtà: 182 equipaggi divisi tra moto, auto e camion si trovano sugli Champs-Elysées per la partenza ufficiale della Parigi-Dakar, il rally-raid più difficile e insidioso del mondo, che attraversa il Sahara (in senso contrario rispetto all’Abidjan-Nizza) e praticamente tutta l’Africa Centrale fino alla cittadina senegalese, e consente a Thierry Sabine di prendersi la sua personale rivincita su quel deserto che stava per strappargli la vita. Ma si sa, raramente il destino lascia conti in sospeso, e così nel 1986, mentre stava seguendo la corsa dall’alto, l’elicottero di Thierry Sabine viene abbattuto da una tempesta di sabbia proprio nel ”suo” deserto (e proprio in quel deserto, ai piedi del già citato albero, sono state sparse le ceneri di Thierry Sabine): è la rivincita del deserto nei confronti dell’uomo, e una delle prime morti di una corsa che per anni è stata definita ”maledetta”.

PARIGI-DAKAR E POI SEMPLICEMENTE… DAKAR: I CAMBIAMENTI DELLA CORSA ”MALEDETTA”– Difficile, insidiosa, probante per il fisico e per la mente e soprattutto pericolosissima: la Parigi-Dakar ha rappresentato per anni ”la sfida” per tantissimi piloti e appassionati di motori, che tentavano di completare un percorso che attraversava l’Africa e sottoponeva al caldo infernale, a migliaia di chilometri nel deserto e all’attraversamento di svariati paesi dell’Africa continentale. Il pericolo si nascondeva ovunque, anche nei posti più inspiegabili e nei letti dei fiumi ”abbandonati”, i famosi wadi (uno di questi ha causato la morte di Fabrizio Meoni), e così i morti della Parigi-Dakar sono stati tantissimi, facendo ribattezzare il rally-raid ”la corsa maledetta” e coinvolgendo anche qualche spettatore, travolto dai veicoli passanti o trascinato in tragici incidenti: e, quando non c’erano morti o incidenti gravi, c’erano i dispersi, con la storia incredibile del figlio di Margaret Thatcher che si perse nel deserto (Parigi-Dakar 1982) e venne ritrovato solo dopo 5 giorni di infruttuose e dispendiose ricerche. Parigi-Dakar di nome e di fatto, e con rarissime eccezioni fino al 2007: nell’80% dei casi la corsa è partita dagli Champs-Elysees, con qualche eccezione rappresentata dagli start da Marsiglia, Clermont-Ferrand, Arras, Lisbona e Barcellona, mentre l’arrivo è sempre stato a Dakar.

L’anno di svolta è stato rappresentato dal 2008, quando 4 turisti francesi sono stati trucidati in Mauritania e la corsa è stata annullata poichè il paese avrebbe dovuto ospitare alcune tappe della corsa: l’instabilità politica africana, le minacce di attentati e stragi e quant’altro hanno spinto l’ASO (che aveva rilevato l’organizzazione dalla famiglia Sabine) a spostare la corsa in Sudamerica, mantenendo però la denominazione di Dakar e mantenendone il prestigio. È nata una Dakar diversa, che attraversa Argentina e Bolivia con la partecipazione di Cile (Atacama), Paraguay e (nel 2018) Perù, e fa assaggiare ai piloti l’altissima altitudine delle Ande, ma ugualmente difficile e spettacolare: Thierry Sabine probabilmente sarebbe fiero anche di quest’edizione, anche se il fascino del ”suo” deserto è qualcosa d’imbattibile e resterà tale.

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