13 anni, 13 dannatissimi anni. Ricordo ancora il giorno in cui finii con lo scoprire il mondo della Dakar e quei matti che girano per ore e ore nel deserto alla ricerca dell’adrenalina, di una realizzazione personale e di una sfida da vincere conquistando la vittoria finale o semplicemente l’arrivo al traguardo del rally raid più pericoloso del mondo: era ancora la ”vera” Dakar, con partenza dalla Francia e arrivo nella città senegalese dopo aver attraversato mezza Africa, e in testa alla gara delle moto c’era un italiano.

”Un uomo solo al comando, il suo nome è Fabrizio Meoni”, per prendere in prestito un’espressione tipica del racconto ciclistico: Fabrizio, toscano verace, sembrava un gigante buono che inanellava continui exploit, e in effetti lo era. Nato nel 1957 a Castiglion Fiorentino, aveva le moto nel sangue ed era anche un discreto meccanico, abituato ad arrangiarsi e ”preparare” le moto con le proprie mani (non a caso, aprì un’officina insieme all’amico Paolo Acciai nel 1981): nasce così una vita da pilota privato, iniziata in gioventù con l’enduro, stoppata parzialmente dal servizio militare e ripresa subito dopo, con quell’illuminazione arrivata nel 1989 che cambierà per sempre la sua carriera e la sua stessa vita.

Dopo aver vinto il titolo di campione italiano d’enduro a 31 anni, Fabrizio Meoni decide di dare una svolta e provare a competere nei rally-raid: noleggia una KTM 350cc, la prepara e trasforma in un mezzo da corsa e resistenza, e partecipa all’Incas Rally in Perù, chiudendolo al 4° posto. È un’epifania che indica al toscano quale sarà il suo futuro, ovvero competere nelle corse di durata nel deserto e vincerle: la prima esperienza africana con una KTM 500cc non va benissimo (ritiro nel Rally di Tunisia), la seconda volta in Perù porta alla vittoria nell’Incas Rally, e nel 1992 ecco il debutto alla Dakar. Con una moto totalmente privata e totalmente ”sua”, Fabrizio chiude 12° e lotta a lungo per la top-10, ripetendosi negli anni seguenti col 3° posto del 1994, il 4° del 1995 e lo sfortunato ritiro del 1996: risultati fantastici in una Dakar dominata dai piloti ufficiali, che gli valgono la chiamata da parte di una KTM ancora sperimentale e molto lontana dall’invincibile Armada che quest’anno insegue la 17a Dakar consecutiva.

Meoni diventa pilota ufficiale della casa austriaca, paga qualche errore di gioventù nel 1997 (frattura al polso e caduta), ma mostra tutta la sua sensibilità alla guida e si dimostra perfetto per i rally raid: da sempre ostile ai mezzi ipertecnologici e al GPS (l’unica volta che l’aveva seguito, gli aveva fatto perdere la Dakar 1998, chiusa al 2° posto), il toscano è capace di orientarsi con una bussola o seguendo semplicemente la linea dell’orizzonte, dimostrandosi un pilota d’altri tempi e sfruttando questo vantaggio ”mentale” per guadagnare grazie a traiettorie sconosciute agli altri e intuizioni geniali. Il rapporto con KTM, dopo qualche screzio datato 1999 che aveva portato alla rescissione del contratto per il ridimensionamento del budget austriaco e la rottura del motore mentre era 3° a pochi km dalla fine della Dakar, diventa più solido quando la casa austriaca lo richiama in seguito alle vittorie in due rally africani, dando vita a un binomio indissolubile: Fabrizio, con la sua sensibilità e capacità di guida, è il collaudatore perfetto per KTM, che gli affida lo sviluppo della moto e ne ricava continue vittorie.

L’apice della carriera del gigante toscano arriva nel 2001, quando Meoni conquista la vittoria nella sua prima Dakar approfittando degli scivoloni di Nani Roma e Richard Sainct per chiudere con oltre 25′ di vantaggio su Arcarons (senza vincere neanche una tappa!), dando il via al dominio assoluto di KTM nel rally-raid africano. Dopo la prima vittoria, l’importante e il difficile è ripetersi, e Fabrizio ci riesce nonostante un progetto decisamente folle della casa austriaca, che gli affida una 950cc bicilindrica che deve sfidare e battere le moto monocilindriche che stanno prendendo sempre più piede: il ”mostro” affidato al toscano fatica nelle prime tappe, ma nell’ottava frazione ecco il ribaltone che porta in testa il detentore della Dakar, che non mollerà più quella posizione fino all’arrivo e vincerà con un vantaggio abnorme. L’episodio chiave della Dakar 2002 arriva nella 14a tappa, e ai piedi di un checkpoint (waypoint, nel gergo della Dakar) posizionato in cima a una ripida parete di falesia: svariati piloti impazziscono dandosi al trial pur di seguire il GPS e guadagnare tempi rispetto ai rivali (su tutti Nani Roma, che era secondo a 3′ da Meoni), ma Fabrizio intuisce che qualcosa non va e segue il suo istinto. Un’occhiata alla bussola e via, verso un percorso alternativo mentre gli altri piloti si chiedono che fine abbia fatto e pensano al ribaltone in classifica: Fabrizio è ovviamente il primo ad arrivare al traguardo della speciale e blinda la sua seconda Dakar, che lo vedrà trionfare all’arrivo con 47 minuti sul secondo classificato e raggiungere l’apoteosi.

Il suo legame col continente africano diventa viscerale, al punto da aprire una scuola per i bambini poveri in quella città di Dakar che gli aveva dato tanto, ma non arriveranno altre vittorie nel rally-raid: nel 2003 Meoni giunge 3° con l’ormai superata bicilindrica, mettendo comunque in mostra tutto il suo talento, e poi nel 2005 arriva l’episodio che spezza per sempre la sua vita. Siamo nel bel mezzo dell’11a tappa della Dakar, si arriva a Yaffa dopo aver attraversato per svariati km il deserto della Mauritania, e Meoni ha bisogno di recuperare dopo aver perso svariati minuti da Despres per una caduta avvenuta il giorno prima, che l’ha relegato al 2° posto nella generale. Forse anche per questo osa nel deserto, e alle 10.15 dell’11 gennaio cade rovinosamente nei pressi di uno dei beffardi wadi, i fiumi in secca del deserto, subendo una doppia frattura alle vertebre cervicali che, sommata a una forte emorragia interna che provoca un violento arresto cardiaco, lo fa morire sul colpo: Fabrizio Meoni ci lascia a 48 anni, diventando una vittima di quella corsa che gli aveva dato tanto e l’avrebbe visto partecipare per l’ultima volta, prima di dedicarsi ad altro e alla sua fondazione umanitaria.

La Dakar che dà e toglie come nel caso di Thierry Sabine, e la fine della vita di un gigante buono che in carriera ha vinto due Dakar, 4 Rally dei Faraoni, 4 Rally di Tunisia e un Incas Rally: senza dubbio il miglior pilota italiano di sempre nel rally-raid africano (e ora sudamericano), un grandissimo personaggio che ora rivive grazie alla fondazione che porta il suo nome e grazie alle attività intraprese dal figlio Gioele (13enne alla morte del padre), che ha avviato una startup nata per aumentare la sicurezza negli sport off-road e per evitare nuove morti nel deserto.

Sono passati 13 anni, ma Fabrizio Meoni manca terribilmente agli appassionati, e vogliamo ricordarlo così, mentre parlava alla sua moto per chiedergli di non abbandonarlo e supportarlo nel suo sogno.

1 commento

Trackbacks & Pingbacks

  1. […] CLASSIFICA MUTEVOLE E BENAVIDES LEADER. CORONERÀ IL SUO SOGNO?– 17 anni di dominio KTM, ma stavolta la casa austriaca non è partita a razzo come le capitava solitamente, e si ritrova a […]

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *