Sei tappe intense, con continui colpi di scena e tanti ritiri, un cambiamento di scenario e ”terreno” che si è consumato ieri e ci ha portato verso la Bolivia: la Dakar numero 40 è iniziata nel migliore dei modi, risultando una delle più interessanti dell’ultimo periodo e facendo sussultare tutti gli appassionati. Dopo che le prime 6 tappe ci hanno regalato le leadership di Stephane Peterhansel e Kevin Benavides, è giunto il momento di effettuare un punto della situazione e un’analisi di questo avvio della Dakar, che ha già perso la bellezza di 88 equipaggi (le più colpite sono le auto, sono rimaste solo 53 vetture) e nei prossimi giorni affronterà l’altura delle Ande e le mostruose tappe Marathon.

MOTO: CLASSIFICA MUTEVOLE E BENAVIDES LEADER. CORONERÀ IL SUO SOGNO?– 17 anni di dominio KTM, ma stavolta la casa austriaca non è partita a razzo come le capitava solitamente, e si ritrova a inseguire in una Dakar decisamente imprevedibile, costellata di cadute, episodi inattesi (il ”tuffo” di Xavier De Soultrait in un fiume durante la tappa di ieri, che gli è costato la vittoria parziale) e capovolgimenti di fronte. La Dakar delle moto è sicuramente la più aperta ed equilibrata dopo le prime 6 tappe, con tanti piloti che hanno mostrato la loro velocità e sembrano avere le carte in regola per vincere e una sorta di ”maledizione”: chi vince una tappa, inevitabilmente il giorno dopo si ritrova a lasciare parecchio terreno agli avversari commettendo gli errori tipici dell’apripista. È capitato a tutti i vincitori di tappa, da Sam Sunderland a Joan Barreda ad Adrien van Beveren, e vedremo se il trend si ripeterà fino al traguardo finale di Cordoba: uno scenario che ci sta regalando una Dakar bellissima e imprevedibile, guidata al momento da un Kevin Benavides in grande forma. Pur non avendo vinto nessuna tappa, l’argentino di Honda è stato il più costante, riuscendo sempre a veleggiare in zona-podio e prendendosi la vetta della classifica nella giornata di ieri grazie al 2° posto di La Paz (alle spalle di Meo): basteranno la continuità e la capacità di adattarsi a tutti i terreni, sommate a una condizione fisica ottimale, per vincere la Dakar e coronare il sogno di diventare il primo sudamericano a sbancare il rally-raid? Lo scopriremo presto, anche perchè i rivali non mancano: Matthias Walkner sin qui è stato poco appariscente ma avrà i galloni da leader dopo il drammatico (per KTM) ritiro di Sam Sunderland, messo ko da una compressione seguita a un salto sulle dune (aveva fortissimi dolori alla schiena e tre ernie discali, addirittura inizialmente aveva perso sensibilità agli arti inferiori), Adrien van Beveren (al netto dei 3′ persi ieri) sta trovando grande continuità e dimostrando la forza della Yamaha 2018, e poi c’è Joan Barreda.

Joan ha dimostrato di essere il pilota più forte in termini di velocità e capacità di infliggere distacchi-monstre agli avversari (10′ nella 5a tappa), salvo poi incappare in un’autentica giornataccia e perdere completamente i riferimenti nella frazione di lunedì: un erroraccio che l’aveva fatto scivolare a oltre 20′ dalla vetta, ma ora si trova a 9’33” e potrà sicuramente dire la sua in ottica vittoria finale, anche perchè l’altura boliviana e la tanto temuta tappa Marathon (piloti che passeranno la notte all’addiaccio nel bivacco senza assistenza: se ci sono problemi tecnici, andranno riparati in prima persona) possono rimescolare le carte con una classifica corta. Insomma, ci sarà da divertirsi, e occhio anche a quel Toby Price che per sua stessa affermazione ”ha dormito un mese in altura” per prepararsi ad affrontare il clima andino: La grande delusione, invece, è ancora una volta rappresentata da Pablo Quintanilla: ogni anno il cileno arriva con grandi aspettative (d’altronde, è un due volte campione mondiale Cross Country), ogni anno commette un errore fatale che lo fa rimbalzare indietro in classifica. È successo anche nel 2018, ma i mille ritiri nelle auto e il ko di Sam Sunderland ci insegnano che nulla va dato per scontato e nessuno dei primi 7-8 è totalmente out dalla lotta per la vittoria.

AUTO: PETERHANSEL DOMINA, SORPRENDE EUGENIO AMOS– Se la gara delle moto è la più equilibrata (a differenza delle indirizzate classifiche di quad, SxS e camion, con Casale, Varela e Nikolaev che dominano), la gara delle auto è sicuramente quella maggiormente funestata dai ritiri e dai continui colpi di scena: le dune del Perù e la sabbia finissima del deserto di Ica ci hanno regalato un’autentica corsa a eliminazione, nella quale ogni possibile rivale del detentore Stephane Peterhansel è andato a compiere il ”suicidio” perfetto. Le Toyota di Nasser Al-Attiyah e Giniel De Villiers hanno perso più di un’ora rimanendo bloccate nella sabbia per problemi tecnici ed errori di navigazione, Cyril Despres è stato messo ko da un sasso che ha distrutto la sospensione posteriore e parte del retrotreno ed è ripartito per onor di firma e gioco di squadra (si trova a 41h dal leader, un distacco frutto di 29h di penalità per aver terminato di ricostruire l’auto nel bivacco 10′ prima del via della tappa seguente: capita, quando tutti finiscono la tappa alle 18 e tu arrivi alle 7), Nani Roma si è ritirato dopo il forte trauma cranico seguito al ribaltamento della sua Mini e Sebastien Loeb ha vissuto un dramma sportivo nella 5a tappa: Seb era reduce dal successo nella frazione precedente, si è insabbiato dopo soli 5km, è ripartito, si è insabbiato di nuovo e si è poi ritirato perchè in una compressione post-salto Daniel Elena si era fratturato il coccige (piangendo dal dolore anche a 30km/h). Ne va da sè che Stephane Peterhansel, complici i distacchi inflitti agli avversari e la propria capacità nell’evitare ogni pericolo ed essere semplicemente perfetto (capita, dopo 30 anni di Dakar), si sia trovato senza il minimo avversario e in totale controllo di una corsa che lo vede in testa con 27′ sul compagno di squadra Carlos Sainz (unico possibile rivale, va sempre fortissimo tra Bolivia e Argentina) e 1h24′ sulla prima delle Toyota. Una Dakar che ha un unico padrone, e una grande sorpresa tutta italiana.

Stiamo parlando ovviamente di Eugenio Amos, che pur essendo iscritto alla corsa con un mezzo non ufficiale (un buggy marchiato Two Wheels Drive, abbreviato 2WD) ed essendo alla prima Dakar si sta comportando egregiamente: per lui una certa costanza di rendimento nell’arco delle varie tappe, un prestigioso 5° posto nella frazione vinta da Loeb e il 9° posto nella classifica generale. Niente male per un 32enne (nato in Canada) che ha iniziato in pista con le GT, decidendo poi di virare sulla Dakar e sui rally-raid per seguire le orme del padre, che aveva conseguito discreti risultati nei camion: chissà se Eugenio Amos riuscirà a mantenere questo ritmo e migliorare la sua posizione, dando così un sapore particolare alla Dakar degli italiani. Stiamo parlando di uno scenario decisamente possibile, dato che il varesino (sposato con Margherita Missoni, ereditiera del noto marchio) si trova a soli 5′ dal 6° posto.

Eugenio Amos e la sua Two Wheels Drive

ALTURA E TAPPE MARATHON: DA DOMANI INIZIA UNA NUOVA DAKAR– Un nuovo inizio. Possiamo definire così ciò che ci attenderà da domani in una Dakar che affronterà tre scenari totalmente differenti: dopo la finissima sabbia peruviana, ecco il freddo, l’altura e il fondo pietroso della Bolivia a mettere in crisi i piloti. Non sarà facile gestire delle tappe che andranno a portare i corridori sopra i 5mila metri d’altitudine, così come non sarà facile adattarsi all’abbassamento delle temperature, all’ossigeno ”razionato” dell’altura o agli scenari e ai problemi tipici delle tappe Marathon (che saranno due: una in Bolivia e una in Argentina, dove i corridori affronteranno le tanto temute Dunas de Fiambalà): insomma, da domani in poi tutto può succedere e sarà difficile fare pronostici fino alle frazioni argentine. Una cosa, però, è certa: a scapito del racconto ”ufficiale” sui bagni di folla giustamente riservati ai piloti all’arrivo a La Paz, c’è anche un rovescio della medaglia: la Bolivia non è più così contenta dell’approdo della Dakar, ci sono già state svariate manifestazioni popolari al grido di ”più ospedali e niente corse”. Il buon vecchio panem et circenses non ha cancellato i problemi della gestione di Evo Morales, e chissà che queste proteste non portino la Bolivia ad abbandonare la Dakar nel breve periodo: intanto, però, domani si riparte con 726km da La Paz ad Uyuni (senza attraversare il temuto Salar, il deserto salato che ha tolto una vittoria finale a Barreda), con la bellezza di 425km cronometrati per tutte le categorie tranne che per i camion, che faranno 669km totali e 368 di speciale. Ci sarà da divertirsi, in una Dakar numero 40 che vuol diventare la più bella del nuovo corso.

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  1. […] giorno di riposo (la Dakar ci è mancata, dobbiamo ammetterlo) e rieccoci, pronti per commentare i nuovi colpi di scena e […]

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