Da pilota a organizzatore: tutti sanno del salto effettuato da Marc Coma, passato da leggenda della Dakar a ds del rally-raid più famoso del mondo, ma anche un meno chiacchierato esponente italiano dei rally-raid ha effettuato qualcosa di simile. Stiamo parlando di Edoardo Mossi, 38enne imprenditore che è uno dei quattro ”bracci destri” di Coma nell’organizzazione della Dakar e lavora ormai stabilmente nell’ASO: Mossi, nato a Tortona nel 1980, ha iniziato il suo percorso ”sabbioso” come pilota, gareggiando da dakariano (senza obiettivi di vittoria) nelle moto e nelle auto, e poi ha creato il Merzouga Rally, rally-raid marocchino che gli ha consentito di farsi conoscere e apprezzare dagli organizzatori di quella Dakar che l’aveva visto correre nelle retrovie e ora lo vede fare da ultimo apripista prima della partenza dei piloti. Un ruolo di responsabilità all’interno di una corsa amata da tantissimi appassionati, un ruolo che meritava di essere analizzato e spiegato nel dettaglio: abbiamo intervistato Edoardo durante l’ultima puntata di ”Bandiera a scacchi”, la nostra trasmissione in onda ogni lunedì dalle 17.45 alle 18.30 su Radio Ticino Pavia (FM 91.8 e 100.5), scoprendo alcuni retroscena sul suo lavoro nell’organizzazione e sentendo le sue valutazioni sulla Dakar 2018. Ecco le sue parole ai nostri microfoni.

Ciao Edoardo, innanzitutto partiamo dalla tua esperienza nell’organizzazione della Dakar: ci racconti come sei arrivato all’interno di ASO, e di cosa ti occupi?

”Ho avuto tanta fortuna in realtà, trovandomi al posto giusto nel momento giusto. Ho organizzato 9 anni fa il Merzouga Rally, che da 3 anni è all’interno di ASO ed è entrato in questa grande famiglia facendo parte del circuito Dakar Series (gare preparatore alla Dakar): da lì è iniziata la mia esperienza nella Dakar, lavoro con Marc Coma e Tiziano Siviero nell’equipe sportiva e posso dire di aver avverato uno dei sogni che avevo da quando ho iniziato a fare questo mestiere. Il mio ruolo? Ho un compito di responsabilità, sono l’ultimo ”supervisore” delle tappe che percorreranno i piloti e devo controllare il percorso e le condizioni del fondo che verrà affrontato prima del via del primo partecipante: non è facile, di fatto mi trovo a scegliere se far disputare o meno le singole frazioni, e spesso i piloti si lamentano perchè non dovevo far partire la tal tappa oppure le condizioni meteo erano impraticabili. Faccio questa revisione del percorso il giorno prima con un ragazzo argentino, e decidiamo se la gara può passare o meno, stabilire varianti e quant’altro: d’altronde il clima sudamericano è imprevedibile, e pur lavorando a stretto contatto con Meteo France che ci fornisce previsioni dedicate e ”personalizzate”, quest’anno abbiamo dovuto annullare una tappa per l’eccessiva pioggia. Fa parte del gioco e dei miei compiti”.

Com’è nata l’idea di dar vita alla tua creatura, il Merzouga Rally? Organizzi per ASO anche un rally-raid in Cina, tra l’altro.

‘Il Merzouga Rally nasce come il sogno di un pilota di avere una gara diversa dalle altre. Quando andavo a correre il Mondiale dei rally-raid mi dicevo sempre ”se organizzassi io farei questo o quest’altro”, e un giorno per scherzo mentre parlavo con degli amici ho deciso di organizzare una gara in Marocco: fortunatamente la formula che ho proposto era semplificata al mille per mille (e dedicata solo a moto e quad) e funzionava, ogni anno avevamo un incremento di iscritti, e questo è stato l’inizio della corsa e la mia fortuna. Da quest’anno faccio inoltre parte dell’organizzazione di un altro rally, il Dakar Series-China Rally, che viene corso nell’Inner Mongolia e nel deserto del Gobi: è un altro progetto molto ambizioso e dedicato solo alle auto, e inoltre insieme al Merzouga Rally viene utilizzato da ASO come laboratorio per regolamenti tecnici/sportivi/della navigazione e per coltivare nuovi talenti in vista della Dakar. In ognuna di queste gare si può vincere l’iscrizione alla Dakar, se il vincitore non ha mai partecipato, e dunque fanno anche da incentivo per i piloti e li spingono a correre nella Dakar stessa”.

Ma quindi, per partecipare alla Dakar, serve un’esperienza in queste gare di preparazione, oppure è possibile iscriversi ”dal nulla”? 

”Noi chiediamo un’esperienza nella disciplina, e anche le federazioni che rilasciano le licenze chiedono di avere una buona esperienza nelle discipline rallystiche e nelle gare nel deserto: vengono fatte delle selezioni abbastanza serrate, dove i piloti si candidano e noi decidiamo se sono abbastanza preparati, hanno fatto gare difficili e quant’altro, e poi decidiamo se accettare la loro iscrizione o no”.

È capitato così anche con Andre Villas-Boas, che aveva corso un paio di rally in Portogallo?

”Da quel che so, aveva iniziato a fare delle gare con Ruben Faria come copilota testandosi anche in Africa: ha corso un rally in Marocco a ottobre e poi si è iscritto alla Dakar delle auto (si è ritirato per un problema fisico, ndr)”.

Passando all’Edoardo Mossi pilota, cosa ti ricordi delle tue Dakar? E, siccome tra moto e auto hai avuto modo di gareggiare sia nella Dakar ”originale” che in quella sudamericana, quali differenze hai riscontrato tra le due versioni di questa splendida corsa?

”È una bellissima domanda. Innanzitutto premetto che ho sempre fatto il pilota che tentava di arrivare alla fine, perchè secondo me la Dakar va fatta per essere finita e non ho mai avuto ambizioni di classifica. La Dakar è un incubo quando si corre, perchè succedono sempre mille imprevisti e guai tecnici strazianti, e poi è un incubo quando si torna a casa, perchè nonostante durante la gara uno dica sempre ”ma chi me l’ha fatto fare?”, appena torna a casa inizia a preparare le successive. A me piace definire le Dakar africane e quelle sudamericane come due gare diverse: la disciplina, cambiando il terreno si è evoluta molto e con lei i mezzi, perchè in Africa correvano con moto più grosse e ora con 450cc che sono quasi moto da cross, mentre le auto sono diventate molto più veloci e potenti. Fondamentalmente sono entrambe gare estreme, prima in Africa si facevano speciali più lunghe ma più scorrevoli, mentre ora sono speciali più corte ma più complesse: tantissime differenze, ma in sostanza parliamo sempre di quella che è una gara folle e bellissima. Quest’anno abbiamo visto tantissimi colpi di scena e difficoltà, e tutti i piloti che l’hanno conclusa sono dei campioni”.

Come hai detto tu, abbiamo assistito a una gara altamente spettacolare e a tantissimi capovolgimenti di fronte, e allora ti chiediamo un tuo giudizio sulla Dakar 2018: come l’avete vissuta all’interno della macchina organizzativa?

”È stata un grandissimo regalo di compleanno per una Dakar che quest’anno compiva 40 anni, è stata senza dubbio l’edizione più difficile e spettacolare da quando si corre in Sudamerica. Purtroppo, col mestiere che svolgo non ho potuto seguire totalmente la gara perchè noi stiamo in macchina dal mattino… al mattino e non abbiamo molto tempo per osservare la corsa”.

Ci hai dato una bella idea su quanto sia complicato vivere la Dakar da organizzatore.

”Esatto. ASO è la più grande compagnia che organizza eventi al mondo: gestisce il Tour de France, la maratona di Parigi e tantissimi altri eventi: parliamo di 300mila iscritti alle manifestazioni organizzate, che sono 70. Hanno grande savoir-faire e un’organizzatore meticolosa con il top del top dei soggetti coinvolti nella costruzione della Dakar: abbiamo Marc Come, 5 volte vincitore della Dakar nelle moto, che fa da ds della gara e studia i percorsi insieme a Tiziano Siviero, storico copilota di Miki Biasion nei rally e due volte campione del mondo con lui. Lavorare con condizioni e persone del genere è una garanzia di successo e di organizzazione perfetta: parliamo di un evento che attraversa tre paesi in 15 giorni senza problemi di sorta. Risulta difficile capirlo da fuori, ma ogni giorno ci ritroviamo a spostare circa 3.500 persone, dar loro colazione, pranzo, cena, assistenza medica e tra l’altro ci occupiamo anche di quelle riprese che arrivano in tv e sono frutto di 150 persone, 10 elicotteri che filmano, trasmissioni satellitari, dirette tv ecc. Una macchina grande e complessa, ma di altissimo livello”.

È una Dakar che coinvolge anche un grande pubblico: abbiamo visto migliaia di persone nel deserto per assistere alla corsa, aiutare i piloti ecc.

”I veri vincitori della Dakar sono loro, gli spettatori che nei tre paesi (Perù, Bolivia, Argentina) sono stati numerosissimi nelle città e non solo: a La Paz nel giorno di riposo c’erano un milione di persone ad aspettare la Dakar, così com’è capitato alla partenza da Lima e all’arrivo a Cordoba. Il pubblico supporta tutti i concorrenti, dai big agli ultimi arrivati: oltre a essere un’impresa fisica e mentale per chi gareggia, è un’impresa anche per gli spettatori che fanno km e km nel deserto per supportare i propri idoli e seguire la gara”.

Chiudiamo con una proiezione futura: sarà possibile vedere, tra qualche anno, la Dakar in altri continenti o paesi? Si era parlato dell’Asia…

”Sicuramente nello spirito di Thierry Sabine, fondatore della corsa, la Dakar ha come base il fatto di andare a scoprire nuovi paesi e nuovi orizzonti, quindi questo spirito avventuriero verrà mantenuto. Oggi come oggi la gara va benissimo ed è molto seguita in Sudamerica, quindi dubito che possa spostarsi nel breve periodo o esplorare paesi ”richiesti” come il Brasile, che però è logisticamente impossibile per le distanze e per la foresta amazzonica. Sicuramente il mercato asiatico richiede e vorrebbe eventi di questo tipo, avrebbero gli spazi per fare manifestazioni del genere e la riprova arriva dalla Dakar Series cinese, ma il problema è la condizione climatica a gennaio: in Asia spesso si va sotto ai -15 gradi d’inverno e non c’è un clima favorevole. Per fare qualcosa di simile andrebbero stravolte tutte le date, spostando magari la corsa in estate, ma si perderebbe quello spirito che ha reso la Dakar l’unica gara d’inizio anno e l’ha resa così famosa: spostandola a luglio, per dire, finirebbe fagocitata da altri campionati e perderebbe fascino e spettatori. Ma non decido io queste cose, e chissà che tra qualche anno non ci ritroveremo a commentare uno spostamento della Dakar”.

1 commento

Trackbacks & Pingbacks

  1. […] autentico fulmine a ciel sereno anche per chi ha vissuto all’interno dell’organizzazione e conosce personalmente Marc Coma: la notizia della separazione tra l’ex campionissimo del […]

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *