Sebastian Vettel vincitore dopo una difesa da leone, Valtteri Bottas al 2° posto e staccato di 699 millesimi, Lewis Hamilton terzo a 6”512 e Pierre Gasly quarto a 1’02”234: è stato questo l’ordine d’arrivo del GP del Bahrain, che da un lato ci regala lo straordinario risultato di quello che è sicuramente uno dei talenti del futuro (approderà in Red Bull qualora Ricciardo optasse per altri lidi, verosimilmente), e dall’altro uno scenario decisamente preoccupante per il prosieguo del campionato.

La festa dei meccanici della Toro Rosso, che avevano provato una gioia simile solo con l’insperata vittoria di un giovanissimo Sebastian Vettel sotto la pioggia torrenziale che aveva colpito Monza, è ampiamente comprensibile: nei test, la vettura che rappresenta un mix tra l’eredità italiana di Minardi e la mentalità imprenditoriale della proprietà Red Bull aveva fatto vedere grandi cose ed era spesso rimasta intorno alla 5a-6a posizione, segnalandosi come una delle grandi rivelazioni e mostrando un motore Honda trasformato rispetto al 2017. Basti pensare che Gasly aveva ottenuto per due giorni la miglior velocità di punta, ricavando degli ottimi tempi e delle indicazioni di spessore. Poi però era arrivato il blackout di Melbourne, col francese ultimo in qualifica e una gara decisamente non all’altezza delle attese, mentre a Sakhir tutto è stato perfetto: le uscite di scena immediate di Verstappen e Ricciardo e quella ancor più sfortunata di Raikkonen hanno spalancato le porte all’impresa di un Gasly impeccabile, che ha difeso il quarto posto e mantenuto anche una certa comfort-zone rispetto agli inseguitori (13” su Magnussen). Miglior risultato in carriera per lui, esultanza in casa-Toro Rosso e tutti contenti, ma in realtà il dato è sia bello e stimolante, che decisamente preoccupante: come dicevamo poc’anzi, Gasly è arrivato a 1’02” da Vettel e a 56” da chi lo precedeva, un divario non accettabile in un GP che è stato comunque combattuto nelle zone alte della classifica e ha visto Seb crollare di schianto per l’usura delle gomme nei giri finali.

Il distacco dunque sarebbe potuto essere ancora più ampio, e fa specie doverci trovare a commentare un 4° posto con un margine così elevato. La sensazione che ci lasciano le prime due gare del 2018 è quella di un campionato tripartito, nel quale Ferrari, Mercedes e Red Bull si divideranno le vittorie ed alterneranno nei piazzamenti di prestigio a seconda dell’affidabilità delle monoposto e delle diverse caratteristiche dei circuiti che verranno affrontati. Troppo netto il divario tra le tre scuderie maggiori del circus e le altre, anche perchè manca la terra di mezzo: McLaren ha ancora qualche problema di base e di progettazione (basti pensare ai mille guasti nei test, o al fatto che Alonso girasse 2”5 più lento di Vettel e sia stato doppiato nonostante il 7° posto), Renault è sulla buona strada ma non ancora velocissima, Force India ha problemi di budget e si è staccata dalle big e Williams è un disastro. Manca la terra di mezzo, e così Toro Rosso e Haas potranno inserirsi in altre gare e confermare la bontà dei propri progetti, ma sembrano destinare a incassare spesso distacchi del genere nonostante gli ottimi piazzamenti: chissà che Shanghai non finisca col ribaltare il nostro giudizio, ma il margine tra le big-3 e le altre è decisamente preoccupante, e allora torneranno di moda i discorsi avanzati da Liberty Media su un salary cap e un budget contingentato che vadano a livellare le prestazioni.

Certamente non è questo il modo di intervenire per restituirci una F1 combattuta in ogni giro o delle monoposto altamente competitive anche se ti chiami Sauber-Alfa Romeo (che, per inciso, è andata a punti e pare in crescita) e hai un decimo del budget di Ferrari e Mercedes, ma almeno è un tentativo: vedremo se diventerà realtà in vista del 2021, oppure se porterà a una clamorosa rottura tra Liberty Media e le big-3 che governano la F1 a livello di risultati, e vogliono ovviamente continuare a restare in alto e vincere titoli mondiali.

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