«Babbo, dov’eri l’8 maggio 1982?». Nessuna risposta. Un silenzio prolungato può dire molto più di mille parole. A volte può persino raccontare se una domanda è arrivata dritta al cuore, suscitando emozioni forti e tra loro contrastanti. Per un Ferrarista puro l’8 maggio non può essere una giornata qualsiasi. Chi ha vissuto quel tragico pomeriggio di 36 anni fa conserva il dolore e lo shock derivanti dalla perdita di un idolo, di un mito, dell’amico che fa venir voglia di imitarlo nel proprio piccolo. Chi non era presente nel 1982 mantiene un rispetto quasi religioso e sacro per il pilota scomparso, Gilles Villeneuve.

Canadese classe 1950, aveva qualcosa di magico. Impossibile rimanere colpiti ed impressionati dal suo stile di guida. Il piccolo pilota della Ferrari non correva come i suoi colleghi. No, era diverso. Sembrava quasi danzare con la sua vettura, portandola ad accarezzare muri, a calpestare i cordoli scodando, intraversandosi, pennellando traiettorie impensabili, fuori da ogni logica. Sì, Gilles era un artista. La macchina era lo strumento con cui esprimersi, il rombo del motore la sua voce durante la gara. Non amava perdere, ma non riusciva a resistere alla melodia incantevole della velocità. Ah quanto è bello andare sempre più rapidamente, sfidare le leggi della fisica, abbattere ogni limite! Villeneuve, a volte, appariva quasi ossessionato da quell’idea. Era una sorta di magnifica follia, penalizzante talvolta in termini di punti e vittorie, eppure così esaltante e coinvolgente emotivamente. Un po’ tutti gli appassionati hanno immaginato almeno per una volta di essere sulla Ferrari con Gilles, giocando con il destino e con gli avversari, battagliando con René Arnoux o tenendo alle spalle un nugolo di avversari nettamente più performanti, trascinando ai box la propria vettura su tre ruote o guidando sotto il diluvio con un alettone anteriore sollevato ad impedire la visuale. Ogni amante della Formula 1 conserva gelosamente una gemma, una perla di Villeneuve, l’Aviatore.

Già, l’Aviatore. Lo chiamavano così perché volava, talvolta con una certa frequenza pure fuori dalla pista. Ironia della sorte, proprio una piroetta contro le reti protettive del circuito di Zolder ha posto fine alla vita di Gilles, consegnandolo alla leggenda. Ferrari distrutta dopo l’impatto con la March di Mass, pilota sbalzato violentemente dall’abitacolo, casco lungo la pista, triste monito della tragedia, poi confermata dai medici: il tragico pomeriggio di Zolder si consuma in pochi attimi. Sguardi tristi, poca voglia di parlare anche per Didier Pironi, colui che causò la grande collera di Villeneuve poche settimane prima. Eppure Gilles già aveva pensato alla morte: «Morire fa parte del lavoro». Apparentemente cinico, di fatto estremamente realista e lucido. Un’altra sfumatura di un mito delle quattro ruote, scomparso 36 anni fa.

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