C’era una volta un “american boy” dal sorriso contagioso. Bella presenza, occhi azzurri comunicativi, un buona parola con tutti, mai un litigio. Nicky Hayden era una delle persone più apprezzate dal paddock della MotoGP e della Superbike. Piaceva per la genuinità del suo comportamento, totalmente privo di vizi da star. Non gli interessavano le luci della ribalta. Non le ha mai prese in considerazione, nemmeno quando ha realizzato il sogno di una vita, conquistare l’alloro iridato. C’è riuscito in un assolato pomeriggio di fine ottobre a Valencia, nel 2006. Tutto lasciava presagire l’ennesimo successo di Valentino Rossi, capace di rimontare ben 52 punti al “Kentucky Kid” e di presentarsi all’ultimo appuntamento con 8 lunghezze di vantaggio sull’americano. Ed invece ecco il colpo di scena: dopo pochi giri il pesarese scivolava e finiva in fondo al gruppo, lasciando via libera a Nicky verso il titolo. L’immagine carica di affetto e  del pilota Honda stretto nell’abbraccio con la famiglia ha restituito per un attimo la MotoGP glamour e distaccata dal mondo alla semplicità delle apparenti piccolezze quotidiane tanto care a ciascun essere umano. A lui, al ragazzo statunitense, piaceva sempre sentirsi a casa, circondarsi dei consigli di mamma, papà e dei suoi fratelli. Un modo diverso di vivere il giro delle piste in tutto il mondo.

Il “Kentucky Kid” era un vincente. Certo, quell’iride può apparire come un successo apparentemente fortunoso, ma, si sa, alla Dea Bendata piacciono gli audaci, quelli che ci credono sempre e fanno di tutto per concretizzare i proprio obiettivi. Hayden è sempre stato un combattente. Certo, è stato un lottatore atipico, apparentemente privo di cattiveria e di proclami. Eppure, a modo suo, con tanto lavoro e dedizione, l’american boy aveva raggiunto traguardi incredibili.

Si sapeva che Nicky aveva talento. La Honda lo aveva voluto con sé nella top class nel 2003 e lo aveva protetto dagli insuccessi iniziali, sapendo che la pazienza è la virtù dei forti. Il numero 69 era cresciuto tanto, facendosi apprezzare per le doti di collaudatore, anche negli anni in Ducati. Tanti giri, tanti chilometri spesi per perfezionare la moto, per fornire dati agli ingegneri. Ad Hayden piaceva quell’aspetto motoristico anche per la capacità di instaurare un profondo rapporto umano con tutti coloro che frequentavano il suo box. Persino con gli ingombranti compagni di squadra non ha mai avuto grossi screzi. Non è stato capace di lasciarsi andare a sfoghi pesanti ed aggressivi nemmeno quando si era scontrato con Max Biaggi nei primi test del 2005 o quando Dani Pedrosa lo aveva gettato a terra nel GP del Portogallo 2006, poco prima di sorprendere il mondo a Valencia. Gli sfoghi li teneva per sé, Nicky, da persona intelligente, pacata e misurata. Quanto manca al mondo dei motori uno come lui! Quanto manca la sua sensibilità in un paddock troppo spesso diviso da rivalità esasperanti! Maledetto quell’incrocio romagnolo che se lo è portato via mentre si allenava in bicicletta, preparando gli appuntamenti della sua avventura in Superbike. Un anno fa, Hayden se ne andava per sempre. Un vuoto che non potrà mai essere colmato.

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