Vivere una carriera da pilota dei rally-raid non è affatto facile: il rischio e gli infortuni sono sempre dietro l’angolo, le insidie e le dune anche, soprattutto quando corri la Dakar con l’obiettivo di fare classifica e ottenere un risultato di prestigio. Jacopo Cerutti, 28enne di Lecco, ha sposato il progetto-Dakar nel 2016, quando da esordiente riuscì ad arrivare al 12° posto sorprendendo tutti e confermandosi il miglior italiano in questa disciplina: nel 2017 si è ritirato, ma quest’anno è arrivato 20° risultando il migliore dei nostri e precedendo tra gli altri Maurizio Gerini. Jacopo Cerutti, che come tanti dakariani aveva esordito da ragazzo nel motocross, passando poi all’enduro (un titolo europeo junior) e virando a 26 anni sul MotoRally (di cui è stato campione italiano), è ormai una delle figure fisse della Dakar all’italiana, ed era presente all’evento milanese del Dakar Tour: a qualche giorno di distanza, l’abbiamo intervistato per conoscere le sue sensazioni sulla nuova Dakar e il suo commento all’edizione 2018. Ecco le sue parole ai microfoni di ”Bandiera a scacchi”.

Ciao Jacopo, partiamo dal giudizio sulla Dakar che hai disputato nel 2018: sei arrivato 20°, non riuscendo a ripetere il tuo miglior risultato e il 12° posto del 2016. Sei soddisfatto di questo risultato, o si poteva fare meglio?

”Posso ritenermi soddisfatto. Finire questa Dakar non è stato facile, abbiamo corso un’edizione durissima. Inoltre, non ero molto in forma fisicamente perchè ho avuto dei problemi con l’alimentazione che ora dovrei aver risolto e avevo scoperto nel periodo in cui sono andato a correre la Dakar: di base le tappe vengono finite con una grande stanchezza, e io finivo a pezzi perchè ho faticato a causa di questi problemi. In quelle condizioni, già finire la corsa è stata una mezza vittoria: poi comunque, meglio chiudere 20° che stare davanti fino alle ultimissime tappe e poi ritirarsi per una caduta o un guaio fisico/alla moto”.

È una Dakar che ha fatto molte vittime illustri: Sunderland, Barreda e van Beveren nelle auto e Loeb nelle auto per citarne qualcuno. Era così complicato il percorso disegnato attraverso Perù, Bolivia e Argentina?

”Ogni paese ha le sue problematiche. Tra l’altro il livello è altissimo, e ormai per puntare a vincere o stare nei primi dieci bisogna rischiare tantissimo: io mi spiego così tutti questi infortuni, perchè andando a quel ritmo forsennato è impossibile non cadere o rischiare grosso. Sono al limite e si ritrovano a cadere”.

Qual è stato il momento più emozionante e quale quello più complicato della tua Dakar?

”Il più complicato le tappe in quota in Bolivia, c’è tanto freddo e abbiamo fatto delle dune a 4mila metri d’altitudine difficilissime. Ho fatto davvero fatica. Il più bello l’arrivo e la fine di questo percorso, ma anche e soprattutto quando ho finito le durissime tappe argentine delle Dune di Fiambalà: abbiamo finito davvero molto provati, e arrivare al traguardo è stato bellissimo”.

La Dakar 2018 ha visto crescere il pubblico in strada, col Perù che vi ha accolto davvero calorosamente: quest’edizione è stata davvero un successo da questo punto di vista.

”Sicuramente, è stato bellissimo. Anche se l’Argentina, dove non correremo quest’anno, resta il paese che ci regala più pubblico, sostenitori ed emozioni. D’altronde, come dicevi, dedica 9 ore di trasmissione al giorno alla corsa: ci si sente quasi come calciatori o corridori del Giro d’Italia e del Tour de France: c’è tanto pubblico, tante telecamere, tanti giornalisti. Ti senti davvero apprezzato, ed è bellissimo”.

Nel 2019 la Dakar verrà corsa al 100% in Perù, un paese che era piaciuto molto per la difficoltà delle sue dune e per i suoi paesaggi fantastici: è stimolante questa sfida che si dipanerà al 100% nella terra degli Incas?

”Il Perù mi era piaciuto molto, ha dei paesaggi incredibili ed è bellissimo. Però pensare che la Dakar venga corsa solo lì, se posso essere onesto, non è totalmente stimolante: quando veniva corsa in Africa i paesi erano tantissimi, e anche negli anni sudamericani non siamo mai scesi sotto 2-3 paesi toccati. Fare tutto in Perù e tutto sulla sabbia non mi convince del tutto: ci è stato detto che ci saranno delle tappe dure anche se correremo praticamente sempre sulle dune, ma il percorso dell’anno scorso non era durissimo. Posso dire che questa Dakar al 100% in Perù non è totalmente stimolante, però quello è il paese dove mi è piaciuto di più correre: c’è tanta sabbia, il clima non è caldissimo e si riesce a guidare bene. Da un lato mi fa piacere correre solo lì, dall’altro una Dakar in un paese solo perde un po’ di fascino”.

La Dakar perde fascino anche con la seconda chance che verrà data a chi si ritirerà prima del giorno di riposo?

”Non abbiamo ancora capito se questa chance ci sarà anche nelle moto, ma se venisse estesa anche a noi non avrebbe senso e sarei contrario. La Dakar delle moto ha sempre avuto una poesia particolare perchè si cercava di finirla ad ogni costo e facendo ogni singolo km, così svanisce un po’ di poesia. Secondo me non è molto adatta neanche nelle auto e nei camion, però mi rendo conto che un team privato che spende centinaia di migliaia di euro per correre questa corsa (si parla di 200mila euro necessari a un privato per correre nelle auto e 50-60mila nelle moto, ndr) e magari si ritrova costretto a ritirarsi perchè si blocca nelle dune o ha problemi, possa chiedere di ottenere questa seconda chance e apprezzarla. Diciamo che così si perde un po’ di magia della Dakar, che va finita km dopo km: ripartire nella seconda settimana sarebbe un vantaggio non da poco (anche se in realtà i piloti ”ripescati” scatteranno per ultimi nelle tappe e vivranno una classifica apposita, ndr), mi metto nei panni di chi potrebbe vedersi superato da un pilota più fresco”.

Quale sarà il tuo avvicinamento alla Dakar 2019: hai fatto il Merzouga Rally, hai altre gare in programma? E come ci si allena per una Dakar?

”Spero innanzitutto di riuscire a girare a lungo con la moto della Dakar, già questo sarebbe importante per crescere e allenarsi al meglio. Vorrei correre a settembre il Panafrica o l’Earth of Marocco, un rally che ho corso l’anno scorso a ottobre, e poi mi sposterò in Sardegna dove girerò e mi allenerò intensamente: per noi italiani è il posto migliore e più comodo per allenarsi in vista della Dakar. Non ho ancora stabilito la moto e il team con cui andrò nel 2019 (Jacopo ha corso con Husqvarna nel 2018) e dunque le cose potrebbero cambiare, ma al momento questi sono i miei programmi. Per un pilota privato, che non ha certi riferimenti di gare o la certezza di correrle tutte, l’avvicinamento è questo: navigazione e dune in Marocco e allenamento sulla sabbia in Sardegna, dove anche d’inverno si gira bene. L’allenamento facendo motocross? Certo, faccio molto motocross, anche quando vado in Sardegna giro tanto in pista: ho sfruttato più volte Riola Sardo, facendo manche più lunghe in pista e allenando la resistenza. La navigazione si allena in gara o in Marocco, ma la parte fisica si migliora facendo motocross”.

Venendo all’Italia e ai nostri risultati recenti nella Dakar, quanto ci vorrà prima che il nostro Paese possa tornare ad avere un atleta da top-5 e un degno erede di Fabrizio Meoni?

”Non saprei dirlo con esattezza, sicuramente sarà molto difficile. Se non cambia la Dakar, sarà molto difficile: i primi piloti rischiano tanto e hanno tutto un lavoro alle loro spalle che li aiuta ad andare ancora più forte. I piloti dei grandi team ufficiali lavorano sul percorso settimane prima con dei tattici e dei map-men, che li aiutano a trovare i punti-chiave e studiare come interpretare le varie tappe: è un vantaggio non da poco. Magari arriveranno italiani che andranno forte, ma ciò che ci manca sono dei grandi team e delle strutture ufficiali: se i piloti italiani (parlo di me, Gerini e degli altri che hanno fatto buoni risultati) avessero la possibilità e la struttura alle spalle per fare test giornalieri, andare più volte l’anno in Marocco ad allenarsi nella navigazione e sulle dune con moto specifiche o avere un map-man che ci aiuta, i risultati sarebbero certamente migliori. Ci mancano le basi, ci mancano le risorse e in questo sport niente viene inventato dal nulla”.

Come sei arrivato alla Dakar? Qual è stato il tuo percorso e quali sono state le varie tappe della tua carriera?

”Posso dire di esserci arrivato un po’ per caso. Quando correvo amici e addetti ai lavori mi dicevano che avevo la testa giusta per correre i rally, e quando correvo con Honda RS Moto ho fatto le prime gare di motorally, vincendola subito e continuando. Nel primo anno ho vinto il campionato italiano MotoRally, nello stesso anno ho vinto il Rally di Sardegna e conquistato la partecipazione alla mia prima Dakar. Da lì è venuto tutto naturale, ed eccomi qui a correre la Dakar dal 2016”.

Come ultima domanda, ti chiedo un ricordo di Fausto Vignola, che ha partecipato con te alla Dakar delle moto nel 2018 ed è deceduto tragicamente qualche mese fa.

”Conoscevo bene Fausto, e l’ho apprezzato ancor di più alla Dakar. Avrei tantissimi aneddoti, ma mi è rimasta impressa l’ultima volta che l’ho visto: eravamo alla Dakar l’ultimo giorno e abbiamo fatto un po’ di festa tra gli italiani alla fine. Ricordo che lui e Gerini dovevano partire la sera stessa e hanno preso il taxi per andare in aeroporto: peccato che avessero chiuso mio papà nella tenda con una fascetta che Fausto aveva rubato di notte dal mio team, e al mattino quando mio papà si è svegliato non riusciva più a uscire (ride, ndr). Voglio ricordare così Fausto, era davvero una bella persona e un buon pilota”.

Jacopo Cerutti con Gerini, Vignola e Ruoso

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