La 24 ore di Le Mans regala come di consueto emozioni. D’altronde come potrebbe una corsa nella quale vedi sfrecciare su un tracciato lungo oltre 13km prototipi avvenieristici e le care vecchie GT, alterni le ore di corsa nella calura diurna, in notturna, al crepuscolo e all’alba osservando dei piloti di livello assoluto lasciare indifferenti gli appassionati del motorsport? Vi siete già dati la risposta, e questa 24h verrà ricordata per due motivi: il successo di Toyota dopo anni di errori e fallimenti, e la vittoria di Fernando Alonso, che si porta a 2/3 della tripla corona e l’anno prossimo dovrebbe tornare alla Indy 500 per completarla. Ma non c’è stato solo questo nella storica corsa francese: andiamo a tracciare un recap classe per classe.

LMP1: DOMINIO TOYOTA, VINCONO ALONSO-BUEMI-NAKAJIMA– Succede tutto ciò che doveva succedere, o meglio, ciò che tutti si aspettavano accadesse. La vittoria nella 24 ore di Le Mans va all’equipaggio composto da Fernando Alonso, Sebastien Buemi e Kazuki Nakajima, tre piloti molto diversi tra loro che si sono combinati al meglio in questa gara di durata: doppietta per la casa nipponica, che finalmente spezza la maledizione-Le Mans dopo aver buttato via fior di successi per noie meccaniche ed errori propri, e dominio incontrastato dei prototipi ibridi sulle altre vetture. Nelle qualifiche e nei primi giri di gara sembrava poterci essere partita, ma non è stato così: le due Toyota hanno rotto gli indugi e sono scappate via, lasciando sul posto la Rebellion Racing degli ”umani”, che si è giocata in famiglia il terzo gradino del podio. Davanti, intanto, guidava l’equipaggio condotto da Josè Maria Lopez (con Kobayashi e Conway), che ha tenuto la vetta della gara per molti giri, approfittando della penalizzazione notturna a Buemi per aver oltrepassato la velocità consentita in regime di slow-zone (la versione corretta della Virtual Safety Car: velocità elettronica azionabile con un pulsante per tutti e distacchi davvero congelati). Un minuto che poteva buttare via la gara della #8, con Buemi apparso molto nervoso in tutta la gara, e invece ecco arrivare la provvidenza sotto forma di Fernando Alonso: l’asturiano è stato tenuto in pista 4 stint consecutivi per accorciare, recuperando 1’30” all’argentino e superandolo. A quel punto Toyota ha sostanzialmente congelato le posizioni e conquistato la doppietta, che potrebbe essere la prima di una lunga serie: è la vittoria di un equipaggio assortito tra velocità (Alonso), self-control da collaudatore (Nakajima) e istinto (Buemi), col nipponico che riesce a trionfare dopo aver assistito ai drammi del 2014 e del 2016. Disastroso quello di due anni fa, quando la vettura di Nakajima si ammutolì a due giri dal termine. Alonso vince dopo una gara impeccabile dunque, anche se molti sono convinti che Toyota abbia deliberatamente deciso di far trionfare Nando per marketing ecc, e dietro si consuma la gara degli altri: il terzo posto va alla Rebellion guidata da Laurent, Beche e Menezes, che precedono Jani-Lotterer-Senna (per loro un incidente in avvio e qualche problema tecnico) e si tolgono una grande soddisfazione, e dietro di loro c’è il vuoto. Tutti gli altri prototipi si sono ritirati per guasti: un dato drammatico che, sommato ai 12 (!) giri di distacco accumulati dalla prima Rebellion, dimostra che il WEC va profondamente rivisto.

LMP2: VERGNE FA SUA LE MANS– La LMP2 incorona un magico Jean-Eric Vergne, che prosegue nel suo momento epico portandosi a casa una corsa prestigiosa e tutta francese: il team G-Drive, completato da Rusinov e Pizzitola, trionfa restando in testa per varie ore e rifilando due giri alla Signatech Alpine di Lapierre-Negrao-Thiriet. Male invece le vetture born in the USA: Montoya chiude a 23 giri da JEV e soci e 5° di classe, precedendo l’equipaggio di Maldonado. Malissimo la Jackie Chan Racing, che delude le attese.

GTE PRO: PORSCHE FA DOPPIETTA, POI GLI ALTRI– Misteri del Balance of Performance, che troppo spesso favorisce l’una o l’altra squadra e squilibra tutto: un sistema che andrebbe rivisto, perchè sta penalizzando Ferrari e favorendo le vittorie a senso unico di Porsche e Ford. Prima le vetture di Ganassi erano quelle da battere, ora tocca all’anima germanica e a chi ha abbandonato i prototipi per correre nella GT: in una gara importante a livello emotivo per Porsche (festeggiava 70 anni), il trionfo è totale. Christensen, Estre e Vanthoor portano al successo la vettura ribattezzata Pink Pig per i suoi colori, precedendo Bruni-Lietz-Makowiecki e strappando il successo ai compagni di marca. Fatale una Safety Car mandata in pista quando la Pink Pig era già passata e la #91 dovva rallentare, franando indietro nelle classifiche di merito. Terza la Ford Ganassi di Hand, Muller e Bourdais, seguita dalla Corvette di Jan Magnussen e dalla prima Ferrari, che non è quella iridata: l’equipaggio guidato da Giovinazzi e completato da Vilander e Derani chiude 4° di classe, precedendo di tre posizioni i cugini iridati Guidi-Calado-Serra. D’altronde Ferrari viene pesantemente penalizzata dal BoP, e ne paga le conseguenze.

GTE AM: ANCORA PORSCHE– Porsche domina anche nell’ultima classe, che vede trionfare Campbell, Ried e Andlauer sui rivali. L’equipaggio del team Dempsey Proton (quel Dempsey) vince una gara senza storie, chiusa con quasi 2′ sulla Ferrari Spirit of Racing di Andrea Fisichella. Ritiro per l’altra Dempsey Proton, quella di Matteo Cairoli.

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