Jorge Lorenzo l’ha definita una «guerra di sorpassi». Certamente, Assen 2018 resterà impressa nella memoria dei più come una delle corse più belle della storia. Tantissimi i sopravanzamenti ed i cambi di posizione. Ma alla fine, quando la bagarre anima i giri intorno ad un circuito, emerge sempre la legge di Marc Marquez. È un insieme di norme rigide e severe, ma anche esaltanti ed entusiasmanti, come le entrate del funambolico numero 93. Lo spagnolo non si è fatto scrupoli e, dopo una lunga guerra di nervi e sorpassi mozzafiato, l’ha spuntata lui, grazie ad un efficace forcing nelle ultime tre tornate.

L’ha vinta Marc grazie ad un talento impressionante, ogni volta capace di sorprendere per efficacia ed inventiva. Ha reso semplici manovre normalmente complesse e difficilmente eseguibili per qualsiasi altro pilota. Ci è riuscito per la dote donatagli da Madre Natura e per una determinazione impareggiabile. Non basta essere baciati dalla fortuna, occorre piuttosto saper far fruttare in maniera adeguata le virtù ricevute in dono. Marquez ha un carattere esigente con sé stesso, pretende di ottenere sempre il massimo e, quando non ci riesce, cerca di capire cosa è andato storto. Impara e mette in pratica con rapidità sconcertante. Basti pensare a come ha gestito la gara olandese, evitando di incappare in errori in stampo “mugellistico”. Ha fatto tesoro degli sbagli del passato.

E poi, dopo un avvio eccessivamente nervoso, pare aver ritrovato anche un minimo di tranquillità. L’entrata dura, ma corretta, ricevuta da Alex Rins avrebbe potuto minarne il morale, magari scatenandone l’ira e portandolo ad incappare in una scivolata. Niente di tutto ciò. “El Cabroncito” ha mantenuto la calma ed ha continuato a disputare la propria gara, non prima di aver eseguito l’ennesimo super salvataggio. Un marchio di fabbrica, data la continuità e la facilità con cui riesce ad evitare la caduta. E no, non è sempre e solo fortuna. I numeri circensi sono ormai il prodotto consolidato di un modo di guidare ed interpretare la competizione completamente nuovo. Marquez non è riuscito fino in fondo a sedare la propria essenza di attaccante nato. Non sa violentare l’istinto da cacciatore, rendendosi mansueto. Se scende in pista, deve sentire il brivido della velocità, deve aggredire l’asfalto ed i cordoli. Vuole sfidare il limite con la sana incoscienza di un giovane impavido. Per poter guidare in questo modo, si espone a tantissimi rischi. Cosa fare dunque? Meglio portare avanti la lenta trasformazione in una bozza di ragioniere dai conti sbilenchi? O magari trovare uno stratagemma per ridurre il pericolo di una scivolata? Scelta la seconda opzione e maturata la soluzione, Marc ha mantenuto l’istinto da killer. Una peculiarità da campione che fa la differenza in tante occasioni. Ieri non ha vinto la semplice velocità, non è stata solo questione di moto. Ha vinto l’intelligenza unita all’insensata voglia di vincere e dominare sempre e comunque. Roba da Cannibali.

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