Un ottimo pilota, che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato: è questo, a nostro avviso, un breve riassunto della carriera di Carlos Checa, che pur avendo vinto due soli GP nel Motomondiale (e in 500cc) e conquistato 24 podi in una carriera durata 14 anni tra 125, 250 e 500/MotoGP, resta uno dei piloti più amati del circuito iridato. Checa, infatti, ha saputo conquistare i tifosi con la propria umanità e la propria voglia di non mollare mai e lottare in ogni situazione: spesso non ha avuto la migliore moto o si è trovato costretto a fermarsi per infortuni o problemi tecnici nel proprio momento migliore, ma non si è mai arreso, neppure quando Valentino Rossi vinse il titolo con Yamaha nel 2004 mentre lui era al passo d’addio con la casa nipponica. E il destino l’ha ripagato regalandogli il titolo mondiale tanto atteso a 39 anni: per vincerlo, Carlos è emigrato in Superbike e si è reinventato fino a diventare il pilota più forte di quella categoria, dominando il campionato 2011. Il suo percorso l’ha poi portato al ritiro nel 2013 dopo un brutto infortunio, ma Carlos Checa (classe ’72) non ha mai abbandonato le corse, e da poco ha intrapreso un nuovo percorso nei rally-raid partecipando al Merzouga Rally: ecco le sue parole e i suoi aneddoti sulla propria carriera e sui protagonisti di MotoGP e SBK nell’intervista rilasciata ai nostri microfoni.

Ciao Carlos, prima di effettuare dei passi indietro nella tua lunga carriera, parliamo dei tuoi progetti attuali. Hai partecipato al Merzouga Rally 2018: l’hai fatto perchè un giorno sogni di prendere il via alla Dakar o solo per provare una nuova esperienza?

”Ero già stato invitato al Merzouga Rally in moto nel 2017, avevo già fatto qualche MotoRally perchè mi piaceva la navigazione e volevo imparare qualcosa di questo mondo. Poi sono stato male e avevo un problema all’anca, e allora mi è stato proposto di partecipare con un buggy: ho fatto il primo Merzouga con questo mezzo perchè non potevo andare in moto, e mi sono divertito molto. Sono diventato più sicuro, l’ho fatto con Stefano Pelloni: ci siamo conosciuti e dopo qualche mese abbiamo vinto il Panafrica in questa categoria. Quest’anno, invece, sono stato contattato dalla Polaris e abbiamo trovato il mezzo per fare nuovamente il Merzouga: questa, in breve, è la mia storia attuale nei rally-raid (Carlos ha chiuso 6° nella categoria side-by-side). Ovviamente mi piacerebbe fare altri rally, ma la Dakar è un progetto ancora lontano: sono consapevole che il 2019 sarà un buonissimo anno per i buggy, ma non mi sento ancora pronto. Qualora dovesse esserci una struttura seria che vuole puntare su di me e farmi correre, ben venga, ma fare la Dakar è difficile anche a livello economico, e voglio farla solo sapendo di poter ottenere un risultato importante. Sono convinto di aver bisogno di altri rally e altre esperienze prima di affacciarmi alla Dakar: quando ci andrò, vorrò fare il massimo. In questo tipo di gare, devi conoscere benissimo il tuo limite e fin dove puoi spingerti: non c’è un circuito da imparare, ma devi conoscere il tuo mezzo e conoscere te stesso al 100%. Occorre sapere dove puoi spingere e dove no, perchè si affrontano percorsi da 400-500km che magari non si conoscono neppure alla perfezione”.

Carlos Checa al Merzouga Rally: ha chiuso 6° nella categoria SxS

IL MOTOMONDIALE E LA MOTOGP

Passiamo alla tua carriera nel Motomondiale, e ai tanti anni che hai trascorso nella top-class: non sei mai riuscito a centrare un titolo, e secondo me hai raccolto meno di quanto avresti meritato. Hai qualche rimpianto?

”Mi è mancato molto conquistare un titolo. Sono stato primo nel Mondiale nel 2000, mentre nel 1998 ero secondo alle spalle di Mick Doohan e sono stato messo ko da un incidente: sono stato sempre davanti, ma non ho mai vinto un campionato. Quando ripenso alla mia carriera, ci sono tante cose che avrei potuto migliorare e tanti momenti in cui avrei potuto insistere di più, però ho sempre fatto quello che sentivo e che potevo fare. Guardando le cose a distanza di anni pensi sempre a qualcosa che si poteva migliorare, ma ormai è tutto passato. Anche se, sicuramente, posso dire che alcune situazioni e alcune limitazioni delle moto non mi hanno mai consentito di avere un anno perfetto come invece mi è capitato in SBK: non voglio scusarmi o accusare nessuno, anche perchè credo di aver avuto qualche occasione per vincerlo e non ci sono riuscito per varie situazioni. Però, ho sempre pensato che non bisogna avere rimpianti: quando ripenso ai sogni che avevo da piccolo e al fatto che li ho realizzati e ho lottato per il titolo, mi ritengo fortunato perchè ho avuto ciò che desideravo. Se mai, per qualche strano caso, avessi la possibilità di tornare indietro e rivivere tutto, ripeterei le stesse scelte”.

Qual è la stagione che ricordi con più gioia tra quelle che hai vissuto nel Motomondiale?

”Onestamente, non saprei dirlo (ride, ndr). Mi sono divertito molto nell’anno con Ducati nel 2005, e ovviamente nel 1998 quando ho vinto a Jarama e sentivo di potermi giocare il titolo. Sono stati speciali anche il 1996 e la prima vittoria a Barcellona con la 500, oppure il periodo con la Yamaha, con Marlboro e Biaggi: ho un buon ricordo di ogni anno. Se dovessi dirti il più complicato, è stato sicuramente il 2007 con Cecchinello: il team era fantastico, ma la 800cc Honda non andava e non correva come avrebbe dovuto. Non aveva nè il motore, nè il telaio, nè la dimensione giusta: è stata la moto peggiore e sicuramente la meno divertente, e tra l’altro eravamo nel primo anno con delle gomme Michelin che erano inferiori a Bridgestone. Per il resto, ho avuto buoni momenti dislocati in varie stagioni, ma non un anno perfetto e da ricordare nel complesso”.

Hai corso con tanti piloti italiani: Max Biaggi e Valentino Rossi in Yamaha, e Loris Capirossi in Ducati. Ci racconti qualche aneddoto su di loro?

”Con Biaggi, come dicevo, mi sono sempre trovato bene. In generale ho sempre avuto un ottimo rapporto coi piloti italiani: con Valentino abbiamo condiviso un anno in cui lui era appena arrivato in Yamaha e io invece ero alla fine di un percorso con la casa giapponese dopo sei anni intensi. Vale arrivava fresco, era totalmente concentrato ed è riuscito a fare molto meglio di me, vincendo il titolo: non ho particolari aneddoti, a parte il fatto che era capace di dormire per terra nel pullman per stare con la sua moto. Rossi è una persona molto easy, alla mano, che però sa focalizzarsi al meglio sulle gare e trasformarsi in pista. Con Capirossi, invece, ho diviso il primo anno della Ducati in MotoGP: abbiamo avuto un grande rapporto tecnico, perchè abbiamo dovuto lavorare tanto e sviluppare la moto. Ducati voleva provare il freno-motore che ci faceva spegnere il motore, e abbiamo provato tantissime cose: mi sono spesso confrontato con Loris, abbiamo avuto un ottimo rapporto”.

Si può dire che la Ducati che poi ha vinto sia nata da voi e da quella stagione, di fatto.

”Abbiamo fatto crescere la moto e le gomme Bridgestone in quella stagione: il motore era 800cc, ma la base è rimasta. E dopo Capirossi e Gibernau, con una moto simile e gli stessi pneumatici, erano già vincenti: peccato che Loris, quando era al 100% e totalmente connesso con la moto, abbia perso la chance di vincere il Mondiale o comunque giocarsela fino alla fine, però quella combinazione era di altissimo livello”.

IL SALTO IN SUPERBIKE E IL TITOLO MONDIALE DEL 2011

Hai corso sia in Superbike che in MotoGP: hai riscontrato differenze d’approccio tra questi due campionati? Quali sono le differenze tra queste due classi?

”In quel momento la Superbike, a livello sportivo, era una grande battaglia. La MotoGP è più forte a livello mediatico: i piloti sono star, mentre in SBK c’è meno attenzione da questo punto di vista e puoi guidare con più libertà. Ma alla fine devo ammettere che non sono molto diverse: la moto, elettronicamente e nelle gomme/sospensioni/modo di guidare, è molto simile e non cambia molto. Ho trovato più differenze nel salto dalla Honda, alla Yamaha, alla Ducati in MotoGP, che nel salto da quella categoria alla SBK: e allo stesso tempo, ho trovato più difficoltà nel salto da Honda Superbike alla Ducati, rispetto al passaggio da un campionato all’altro. Alla fine contano di più le differenze tra le moto, e ho vissuto il salto di categoria come un cambio di marca”.

Restando alla Superbike, nella tua esperienza in Honda col team Ten Kate hai avuto come compagno di squadra Jonathan Rea: ti aspettavi che potesse arrivare a dominare ed essere così vincente?

”Johnny è uno molto professionale, molto serio e molto scherzoso. Ha grande determinazione e grande talento, negli ultimi anni è cresciuto tantissimo e ha dato vita a un binomio perfetto con Kawasaki. La moto giapponese non era riuscita a fare la differenza così con Sykes, pur avendo investito tantissimo, mentre ora ha il miglior pilota sulla miglior moto e si vede la grande differenza con tutti gli altri: Melandri e Davies sono piloti d’alto livello, ma per motivi tecnici e altre questioni non riescono ad esprimersi. Rea invece è in totale fiducia e simbiosi con la sua Kawasaki, e riesce a dominare in ogni condizione”.

E in simbiosi eri anche tu con la Ducati del 2011. quella con cui hai vinto il titolo SBK: ci racconti qualcosa di quella fantastica stagione, che ti portò ad essere veloce ovunque e vincere 15 manches?

”Quell’anno, nel primo test con la moto, mi ero trovato benissimo. Nel 2010 ero arrivato terzo e sono convinto che, senza qualche problema tecnico, anche allora avremmo lottato per il campionato: ci siamo riusciti l’anno dopo, andavamo molto forte e ho subito trovato grande feeling con la moto. Il mezzo era stato sviluppato da Fabrizio e c’era qualcosa in più, qualche decimo che derivava dal grande sviluppo della moto: ho subito pensato che poteva essere l’anno buono, e siamo riusciti a portare a casa un grande risultato. Abbiamo fatto un’annata costante, sfruttando l’occasione: sono stato concentrando dalla prima all’ultima gara, sono andato forte ovunque e abbiamo vinto il titolo mondiale 2011. Per me è stato bellissimo, un riscatto personale dopo tanti sacrifici: gara dopo gara, manche dopo manche, sono riuscito ad ”arrotondare” una carriera, e conquistare un fantastico risultato”.

Carlos Checa in Superbike: ha vinto il Mondiale nel 2011

Hai parlato di riscatto personale. Diciamo che il titolo SBK, arrivato a 39 anni, è stato il premio per 20 anni di durissimo lavoro.

”Sì sì, senza dubbio. Vincere un campionato è una cosa bellissima, ho guidato con grande concentrazione e sono riuscito a gestirmi bene anche quando non eravamo al meglio: è quello che ci ha fatto dominare la stagione e vincere il titolo”.

Hai qualche rammarico per gli anni seguenti? Non sei riuscito a difendere il titolo, venendo anche penalizzato da qualche cambiamento regolamentare che ha appesantito la tua moto.

”In questo mondo devi essere coperto sia a livello tecnico che politico. Ducati era andata via dalla Superbike col team ufficiale dopo aver ingaggiato Valentino in MotoGP, e noi siamo rimasti l’unica casa senza un team Factory: ai piani alti, un team privato (Althea Racing) in grado di vincere il Mondiale contro i team ufficiali di Yamaha, Aprilia, Kawasaki ecc non era ben visto. In più c’era sempre una discussione su motore bicilindrico e a quattro cilindri, e decisero di metterci delle zavorre per farci andare meno veloce: se a questo aggiungiamo il fatto che le gomme erano state costruite su misura sulle quattro cilindri e sulla loro maggiore potenza, hai tutti gli elementi per giudicare. A un certo punto delle gare la gomma non sopportava il peso delle quattro cilindri, e poi quando ci hanno messo sei kg in più e hanno modificato i pneumatici, ci hanno di fatto svantaggiato: ho sofferto abbastanza, commettendo qualche errore, ma quell’anno eravamo out dalla corsa al titolo in partenza. Forse avrei potuto fare qualcosa in più, ma quando hai tutto contro è difficile restare concentrati”.

Quel cambio regolamentare può essere paragonato a quello avvenuto nel 2018, quando è stato varato un regolamento per limitare lo strapotere di Kawasaki (che in realtà domina ugualmente, ndr) che prevedeva la decurtazione dei giri-motori dopo un certo numero di vittorie?

”Non ho studiato bene quel regolamento, però queste norme non mi convincono. A questo punto, se si vuole bilanciare davvero un campionato e l’intenzione è questa, basterebbe piazzare tre kg di zavorra nella gara successiva a chi vince: è un modo davvero intuitivo e poco costoso per dare una chance di vittoria a tutti, e comunque alla distanza uscirebbe il più forte. Io la vedo così. La Superbike dovrà trovare prima o poi un modo per arginare lo strapotere di Rea e Kawasaki: poteva succedere se lui fosse andato in Yamaha o Ducati, ma ha rinnovato fino al 2020. E non ha senso che faccia ora il salto in MotoGP (come spera Dorna, ndr): non è il momento giusto, qualche anno fa sarebbe stato perfetto per saltare di categoria perchè ne ha tutte le qualità. Ovviamente ora vince, stravince e vuole rimanere in Superbike perchè è un cannibale, e vuole migliorare record su record”.

MOTOGP 2018: L’OPINIONE DI CARLOS CHECA

Venendo alla MotoGP attuale, come vedi questo campionato? Valentino va forte e Lorenzo cresce, però Marquez sembra inarrestabile.

”Valentino va molto forte e sta facendo qualcosa di straordinario alla sua età, però Marquez è superiore a tutti e ha qualcosa in più, al netto di qualche errore. Vedendo l’ultima gara e il campionato nel complesso, è superiore anche senza avere la miglior moto: Honda ha un buon mezzo, ma è Marc a fare la differenza. A mio avviso Ducati, nonostante gli errori, ha la miglior moto e anche Yamaha non è troppo distante, ma sulla Honda c’è Marquez e questo sposta gli equilibri: vedo un campionato molto aperto e molto bello, nell’ultima gara anche Rins e la Suzuki hanno fatto qualcosa di straordinario. Stiamo assistendo a un campionato molto bilanciato e divertente da guardare”.

Da pilota esperto e con tantissimi anni di carriera alle spalle, come valuti il futuro binomio Marquez-Lorenzo in HRC?

”Credo che sarà molto difficile per Lorenzo, visto come guida la moto e visto che sarà vicino a Marquez. Marc si trova nel momento migliore della sua carriera, è in totale simbiosi con moto e team e non sarà facile gestire questa situazione per Jorge: va anche detto però che, dopo un anno vissuto dietro Dovizioso, quest’anno è riuscito a vincere due gare. Credo che, se riesce a dare il massimo, Jorge può stare al livello di Marquez, ma al mometo vedendo lo stile di guida e la moto Honda, non credo che questa possa essere una buona combinazione: l’avrei visto meglio in Yamaha. Il rendimento di Lorenzo è più legato a un feeling totale col mezzo, mentre Marquez riesce a rendere al meglio in ogni condizione: ricorda il Valentino del 2004, è sicuramente il pilota più forte”.

Il Motomondiale vede passare gli anni e i piloti, ma persiste il duello Italia-Spagna: ha dominato per anni il Bel Paese, poi è toccato alla Spagna e ora siete ancora leggermente avanti, anche se l’Italia cresce. Ti aspettavi di vedere i piloti spagnoli dominare così tanto negli anni seguenti al tuo addio al Motomondiale?

”Latine power, no? (ride, ndr) Spagna e Italia hanno grande tradizione e campionati anche per i bambini giovanissimi, mentre in altri paesi non succede altrettanto: credo sia una questione di cultura, passione e intensità nel vivere questo mondo. I giovani si appassionano subito alle moto e vogliono imitare i piloti: altrove questo non succede”.

GLI ESORDI DI CARLOS CHECA

Come ultima cosa ti chiedo: come ti sei avvicinato al mondo delle moto, e quali erano gli idoli del giovane Carlos Checa quando guardava le gare?

”Mi piace andare forte su qualsiasi cosa che avesse le ruote: bicicletta, monopattino e poi le moto. Mio padre iniziò comprandomi una piccola moto, poi mio nonno guidava il ciclomotore e quando avevo 12-13 anni mi sono avvicinato al mondo delle ruote: non ho iniziato da giovanissimo, prima ho praticato calcio, ginnastica e atletica e mi divertivo a fare altri sport. Negli anni seguenti ho iniziato a correre, e posso dire di aver fatto la mia prima gara reale a 16 anni, mentre adesso a quell’età si fa il debutto nel Mondiale. Ho debuttato con una gara di ciclomotori sull’asfalto, mi è piaciuto tantissimo e poi per scherzo mi hanno proposto di preparare una moto e fare qualche gara: è andata bene, e ho iniziato il percorso che mi ha portato a debuttare nel Mondiale e correre per anni in questo sport. Posso dire che sono sempre stato spinto da un grande desiderio e da grande passione, che non era ereditaria: mio padre non andava in moto, mio nonno aveva un ciclomotore per andare all’orto e in giro. L’unica cosa che posso raccontarvi è un aneddoto riguardo la mia nascita: quando sono nato, mio padre per correre in ospedale ha avuto un incidente ed è stato ricoverato in un altro ospedale anche se faceva pressioni per essere ricoverato nello stesso in cui ero nato io. L’hanno portato altrove e mi ha visto dopo cinque giorni. A parte questo aneddoto, posso dirvi che il desiderio di correre in moto è nato in maniera spontanea, non saprei spiegare come: mi ha sempre spinto la passione, e sono riuscito a realizzare il mio sogno”.

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