Reinventarsi e lanciare una nuova sfida a 32 anni, e dopo una vita nel mondo dell’enduro: Maurizio Gerini, pilota ligure classe ’85 che ha sfiorato un titolo europeo nelle ruote tassellate e ha assaggiato più volte la Nazionale azzurra, l’ha fatto nel 2017, quando ha deciso di buttarsi nel mondo dei rally-raid. Il suo percorso l’ha visto fare molto bene nel Panafrica e distinguersi nel Merzouga Rally, per poi debuttare ufficialmente alla Dakar nel 2018 col Solarys Team e una moto Husqvarna: tra alti e bassi, e con tanta voglia di chiudere la gara e fregiarsi del titolo di dakariano, Maurizio ha chiuso la sua prima Dakar in crescita, finendo 22° e approfittando di qualche errore altrui per scalare la classifica. Non è stato il miglior italiano (Cerutti ha chiuso 20°, qui la sua intervista ai nostri microfoni), ma ha comunque disputato una sontuosa Dakar, vissuta in simbiosi col compianto Fausto Vignola. Abbiamo intervistato nei giorni scorsi Maurizio Gerini, ricavandone una piacevole chiacchierata che ci ha consentito di scoprire i segreti della preparazione di chi vuole gareggiare nella Dakar, le emozioni del debutto, qualche aneddoto e non solo: ecco le sue parole ai microfoni di ”Bandiera a scacchi”. 

L’AVVICINAMENTO ALLA DAKAR

Ciao Maurizio, partiamo dai tuoi esordi nel mondo dei rally-raid: come ti sei avvicinato a questa disciplina? E come si arriva da Chiusanico (provincia d’Imperia, ndr) alla Dakar?

”Da diversi anni pratico enduro, oltre ai vari eventi nazionali ho gareggiato anche nell’Europeo e ho sfiorato il titolo nel 2008, perdendolo all’ultima gara per la rottura della moto. Dopo tantissimi anni nell’enduro, una passione che tuttora persiste, mi è venuta voglia di cercare nuovi stimoli, e posso dire che il mondo dei rally-raid mi è un po’ ”capitato” addosso: mentre correvo anche con le ruote tassellate Botturi, mio ex compagno di team per anni e amico di lunga data, aveva iniziato a gareggiare nella Dakar e mi raccontava le sue esperienze. Per me il discorso-Africa e rally-raid era totalmente sconosciuto: lui mi ha raccontato tutto, all’inizio ero scettico, ma in seguito mi ha convinto. L’altro grande ”fomentatore” è il dakariano Livio Metelli, con cui condivido vari momenti: lui è un appassionato che fa la Dakar per arrivare al traguardo, e mi ha trasmesso varie emozioni che ha provato, raccontandomi dei rally-raid e del Merzouga Rally. Per me erano tutte cose nuove, ma mi ha dato la spinta decisiva per mettermi in gioco e tutto questo mi ha incuriosito: piano piano, da una cosa con l’altra, ho voluto provare questo mondo e ne sono rimasto conquistato. Ora è la mia attività principale”.

Come ci si allena per approcciarsi a una Dakar e correrla per la prima volta? Avrai dovuto imparare la navigazione, fare una preparazione fisica specifica, e tanto altro…

”Per quanto riguarda la navigazione, ho iniziato a imparare nel campionato italiano, che ti dà una buona base per ”leggere” la corsa e le note. La cosa è abbastanza semplice: si va da chi possiede i roadbook, ti vengono montati sulla moto e hai questi itinerari da seguire con vari trabocchetti più o meno facili, e questo è il primo step. La prima volta mi è venuto mal di testa, perchè ero abituato a dare gas e saltare in moto facendo enduro, mentre lì se non stai attento ti perdi in pochissimo spazio e fatichi a ritrovare la rotta: bisogna tenere conto di molti altri fattori, stare attenti a tante cose e la prima volta da ”navigatore” è stata traumatica. Invece, quando piano piano capisci il senso, diventa un piacere: è bello collegare l’astuzia nell’interpretare le note all’andare veloce, aumenta l’adrenalina. Quando poi vivi l’Africa per la prima volta, cambia ancora molto perchè essendoci spazi aperti, la navigazione è simile alle esperienze dei pescatori di una volta, che seguivano le proprie rotte e se si perdevano interpretavano le stelle. Nella Dakar non abbiamo GPS, ma ti viene data la rotta con i cap, che non sono nient’altro che i gradi sulla bussola, e vai in campo aperto: segui quel numerino che ti viene indicato e questa è la cosa più difficile da interpretare e imparare. Mi spiego: sei in mezzo al nulla, con spazi e scenari infiniti, e devi riuscire a crearti una rotta e magari intuire anche dove potresti andare più veloce rispetto al percorso che ti è stato insegnato, uscendo da quella rotta e seguendo il tuo intuito. Ti senti davvero spaesato, di fatto ti affidi alla sorte, però poi appena prendi confidenza col tutto ti senti molto sicuro: sai esattamente dove sei, cosa stai facendo, come e dove cambiare la rotta, eccezion fatta ovviamente per quei casi di smarrimento che non sono pronosticabili”.

Diciamo che è un’abilità che si migliora, affina e acquista davvero col tempo e con tante gare disputate.

”Esatto. Credo che il rodaggio non finisca mai, perchè anche i piloti di livello commettono errori quando accelerano il passo e si concentrano meno sulla navigazione. Se hai momenti di disattenzione o interpreti male una nota, sbagli tutto e ti succede anche quando sei il più forte. Quest’anno un errore collettivo ha deciso la Dakar, per esempio, consegnandola a Walkner: ovviamente, però, quando si parla di team ufficiali, tutto diventa diverso. Subentrano i mapper/map-man, hanno indicazioni più precise e conoscono i percorsi in modo differente, studiando magari degli itinerari a tavolino. In quel caso, invece, quasi tutti avevano seguito Benavides perchè era il pilota locale e pensavano che avesse una rotta migliore, e invece si sono persi tutti”.

LA DAKAR 2018 E IL DEBUTTO NEL RALLY-RAID PIÙ FAMOSO DEL MONDO

Veniamo alla tua Dakar: sei arrivato 22° nell’edizione del tuo debutto, eri reduce da un ottimo Merzouga Rally e da un buonissimo Panafrica. Ci racconti le tue emozioni, e magari qualche aneddoto sulla tua corsa?

”Sono felicissimo dell’esperienza che ho potuto vivere, e che abbiamo messo insieme col team Solarys Racing, col mio motoclub, MX e tutti i miei sponsor. La mia paura, conoscendo le percentuali di insuccesso dei rookie, era quella di non riuscire ad arrivare in fondo: ho cercato di arrivare al traguardo per ripagare tutti coloro che hanno investito su di me, non mettendomi pressioni o grandi obiettivi riguardo al risultato finale. Anche il team mi ha fatto correre con la testa libera, chiedendomi prima di tutto di arrivare per evitare di buttare via tutto il lavoro dei mesi precedenti: dal mio canto, mi sono preparato fisicamente al meglio possibile, e comunque le esperienze al Merzouga e al Panafrica hanno fatto da avvicinamento a questo grande evento. Non ho lasciato nulla al caso, mi sono preparato nel miglior modo possibile facendo allenamenti molto lunghi (che comprendono anche gare di trail e corsa in montagna, ndr) e molto intensi, e credo di non aver sbagliato nulla: addirittura negli ultimi giorni, quando in teoria dovresti sentire la fatica e calare, io sono migliorato e mi sentivo sempre meglio sulla moto. Il feeling era forte, anche se questa è una moto particolare e altrettanto lo sono i terreni, che di fatto scopri durante la gara senza poter fare ricognizioni prima (i piloti, ci svelerà Maurizio, arrivano nel paese 3-4 giorni prima della gara). Mi sono convinto che, in questo tipo di gare, la condizione fisica fa davvero la differenza: quando inizi a soffrire, anche la testa va giù e commetti errori che non ti saresti mai immaginato di compiere. Invece, io sono andato in crescendo e ho dimostrato a me stesso di aver fatto un buon lavoro prima della gara: durante la gara puoi cambiare ben poco, e devi solo dare ciò che hai”.

Avete attraversato paesaggi molto diversi: le dune del Perù, il terreno roccioso e l’altura della Bolivia, il fesh-fesh e il caldo dell’Argentina. Un autentico viaggio attraverso il Sudamerica.

”Abbiamo visto posti incredibili, che purtroppo in gara non riesci neppure ad apprezzare. Ricordo le dune altissime del Perù, che da una parte andavano a picco sull’oceano e rappresentavano un paesaggio da cartolina: ricordo di aver tirato su la testa, rimirando il paesaggio per un secondo e restando a bocca aperta, pensando ”sono in un posto pazzesco”. Stacchi un attimo la spina dalla gara, dall’adrenalina e dalla concretazione, e vivi questi posti fantastici: sono momenti che durano due secondi, poi tanti paesaggi li vivi da dentro il casco e non li apprezzi. Ho visto vari video dopo la gara, con paesaggi mozzafiato (Maurizio è stato molto attivo sui social, raccontando la sua Dakar grazie all’amico Franco Iannone, che postava regolarmente dai suoi profili Fb e Instagram), e devo ammettere di essermi chiesto ”Ma davvero sono passato qua?’‘, perchè non realizzi davvero il tutto mentre sei in piena adrenalina e ti stai giocando una gara così importante. Venendo alla diversità dei tracciati, posso dire che adoro i continui cambi di fronte: siamo partiti dalle dune altissime del Perù, con sabbia molto soffice e temperatura calda ma sopportabile. Poi siamo finiti in Bolivia, un paese che tanti odiano per il freddo, ma che a me piace molto: sei a una media di 4mila metri d’altitudine, questo ti mozza il fiato e ti toglie concentrazione, facendo sentire la stanchezza, ma questi paesaggi con mezza sabbia/terreni particolari, monti altissimi e temporali improvvisi ci hanno messo alla prova. Sei lì che corri e nel giro di poche ore ti bagni, ti asciughi, ti ribagni, ti riasciughi, prima fa caldissimo e poi freddissimo: tutto questo mette a dura prova il fisico, ma ti tempra e fa parte del gioco. Devo ammettere, masochisticamente, che mi è piaciuto”.

Anche perchè fa parte delle emozioni che si cercano partecipando a una gara e una sfida del genere, no?

Esatto. È quello che rende grande una sfida, che ti fa apprezzare davvero il fatto di arrivare fino in fondo. Racconto un aneddoto: il giorno prima della giornata di riposo siamo arrivati a La Paz, e in quella tappa avevamo preso temporali, grandine e continui scrosci d’acqua, oltre a un freddo notevole. Arriviamo lì col freddo nelle ossa, e l’unica cosa che chiedevo era cambiarmi e fare una doccia calda. Peccato che, siccome c’era la dogana di mezzo e c’era tanto pubblico, quando siamo arrivati ci siamo resi conto che l’assistenza non era ancora arrivata. Ci guardiamo un po’ in faccia, andiamo a mangiare al ristorante e risolviamo la fame: avevamo addosso l’umidità, il freddo e quant’altro, morale della favola ci siamo addormentati e ci hanno svegliato all’una. Stavamo dormendo in mezzo al ristorante: io ero sdraiato su due sedie per traverso, Fausto Vignola dormiva per terra. Arriva l’assistenza e scopriamo che non possiamo fare la doccia calda: rimpiango ancora quella doccia mancata, anche perchè il giorno dopo abbiamo dovuto farla fredda dopo una giornata simile. Mi è rimasta qua, davvero: ancora adesso quando ci penso ho il nervoso (ride, ndr). Tornando al percorso, dopo la Bolivia c’erano le piste veloci in terra battuta, il fesh-fesh (sabbia finissima) e il caldo mostruoso dell’Argentina, e abbiamo cambiato nuovamente situazione. Ho apprezzato tutto questo, avevo cercato di informarmi il meglio possibile su ciò che mi aspettava e sono rimasto solo relativamente sorpreso: non ho sofferto l’altitudine perchè mi sono allenato vari giorni sul Monte Bianco e in altura, e per fortuna ho avuto solo un pizzico di spossatezza. Ho cercato di non farmi sorprendere da nulla, la preparazione ha funzionato e la moto non mi ha tradito. Ho avuto solo una caduta al terzo giorno, che mi ha fatto più bene che male: mi ero distratto, tenendo gli occhi sul roadbook quel mezzo secondo in più, e ho capito che basta poco o nulla per buttare via mesi di lavoro in una gara simile. Ho preso un sasso, sono rimasto disarcionato e ho preso una bella botta, però è stato un modo per crescere durante la gara: sono rimasto molto più concentrato, non ho mai abbassato l’attenzione e ho commesso pochissimi errori. Piuttosto, se dovevo leggere note complicate, rallentavo per non rischiare di compromettere la gara. È andato tutto talmente liscio che, quasi quasi, minimizzi tutto il resto, quando ti basterebbe girarti una caviglia il quinto giorno o avere un problema tecnico, e tutto il resto diventa un calvario”.

Ci racconti il momento più bello di questa Dakar? E il più difficile?

”Non c’è un momento particolare, ma tanti piccoli momenti. Da quando arrivi a metà gara, punti ad arrivare a Cordoba, mettere la moto sul cavalletto nel parco chiuso e rilassarti. Diventi paranoico! Io sentivo il rumore della moto, mi sembrava che si rompesse la catena, sentivo vibrazioni: diverse volte mi sono fermato per controllare, e col senno di poi sono sicuro che non ci fosse davvero niente che non andava nella moto (ride). Là però, dopo tanti km e tanta fatica in cui hai messo la moto allo stremo, hai il terrore di doverti ritirare per un problema tecnico e ti si creano delle paranoie: volevo arrivare in fondo, e farlo è stata la mia soddisfazione più grande. Arrivare al traguardo, abbracciare il mio compagno di squadra (Fausto Vignola) con cui avevo organizzato tutto il viaggio e vissuto la prima Dakar di entrambi, è stato speciale. Il momento più brutto invece lo ricordo molto bene: è successo tutto nell’ultima tappa peruviana, quella precedente l’ingresso in Bolivia. Siamo arrivati tardi al bivacco, abbiamo ritardato i lavori sulla moto e poi dovevamo iniziare le operazioni preliminari di dogana: quando attraversi un confine, la sera prima ti controllano visto o passaporto, così quando sei in gara e passi la dogana ti mettono solo un timbro e te la sbrighi velocemente perchè hanno già i tuoi dati. C’era una coda infinita, tra una cosa e l’altra sono andato a dormire a mezzanotte. Che non era tardissimo, in condizioni normali, ma il giorno dopo la sveglia era alle 3.30. E a un certo punto mi hanno ricordato che tra Perù e Bolivia c’era un’ora di fuso orario in cui andavano tirate indietro le lancette: dunque, le 3.30 diventavano le 2.30. Tra un’imprecazione e l’altra, avrò dormito 2h e mezza, e la mattina dopo ho vissuto un momento bruttissimo: c’era un lunghissimo trasferimento verso la Bolivia, mi venivano dei colpi di sonno allucinanti e non sapevo più cosa fare per restare sveglio. Alla fine mi sono fermato un attimo, ho fatto un pisolino di dieci minuti appoggiato alla moto mentre pioveva, mi sono rigenerato e sono ripartito: in quel momento tu sei in gara, sei alla Dakar, ci lavori da un anno con sponsor e quant’altro che ti supportano, e ti fermi a dormire durante la gara. Col senno di poi, l’ho vista come una cosa inconcepibile, eppure l’ho dovuto fare perchè non riuscivo più ad andare avanti, svirgolavo a destra e sinistra e stavo rischiando di cadere: lì ho creduto di non farcela, poi invece sono arrivato a inizio speciale e l’adrenalina della gara mi ha svegliato. Non avevo più tempo di pensare al sonno”.

Maurizio Gerini in gara alla Dakar

Hai gareggiato con l’Husqvarna del Team Solarys, che è di Castiglion Fiorentino, città natale del compianto Fabrizio Meoni. Da pilota italiano che corre alla Dakar, senti la pressione data dal voler emulare un campione come Fabrizio?

”Diciamo che tutto il progetto di Solarys ruota intorno a Castiglion Fiorentino. Il titolare del team era personalmente amico di Fabrizio Meoni, e tutta la città e tutti gli appassionati vivono ancora in questa scia legata alle sue esperienze: la partenza, il grande ritorno dopo le gare, le notizie che arrivavano dall’Africa riguardo la corsa e quant’altro. A Castiglion Fiorentino si respira Dakar, e sicuramente la passione è stata trasmessa ai ragazzi del team: per quanto mi riguarda abbiamo fatto talmente tanto ”baccano” rispetto alle gare normali, che mi sono sentito davvero speciale. Il sindaco si è preso mezza giornata libera per stare con noi e farci l’in bocca al lupo prima di partire, e comunque ci sono stati momenti davvero gratificanti, che però andavano ad aumentare quella pressione che mi faceva pensare ”ma riusciremo ad arrivare in fondo e non deludere tutti?”. La pressione c’è stata ed era forte, ancor di più perchè ci venivano citare le imprese di Fabrizio, e poi comunque abbiamo assistito a dei brutti infortuni durante la Dakar: basti pensare a Rodriguez (Hero), che pur avendo un buon budget e una buona moto, è caduto dopo 4km di prologo piantandosi in una duna e facendosi malissimo. La sua gara è finita lì, e la sua preparazione maniacale non gli è servita per proseguire la corsa: da lì è nata la mia paura, mentre non avevo pressione sul risultato finale perchè appunto mi bastava arrivare nella prima Dakar. Venendo a Fabrizio, per arrivare al suo livello ci vuole tanta esperienza e non bisogna bruciare le tappe: è un mondo talmente pericoloso che, se commetti un errore, puoi buttare via tutto. Vorrei che i miglioramenti nei risultati fossero una conseguenza del mio lavoro, senza crearmi illusioni o darmi obiettivi irraggiungibili ora”.

LA DAKAR 2019, IL PERÙ E IL RICORDO DI FAUSTO VIGNOLA

Nel 2019 la Dakar sarà tutta in Perù. Come la vedi?

”Inizialmente mi sembrava una gara ridotta o meno eroica, perchè non c’è più l’altura, non ci sono i cambi di fronte e quant’altro. Poi però ho riflettuto sul fatto che, per noi piloti, questa situazione porta solo vantaggi: le condizioni più belle e varie le abbiamo trovate in Perù. Ci sono dune altissime, autentiche e pazzesche montagne di sabbia, e spero che vengano ridotti i trasferimenti su asfalto: va bene tutto, però quei 3-400km di trasferimento a velocità limitata mentre tu vuoi solo arrivare al bivacco e non puoi fare niente hanno poco senso. Da ciò che dicono gli organizzatori, verranno rese più complicate e selettive le prove speciali, e ridotti i trasferimenti: per me tutto questo può solo essere positivo”.

Il Perù, tra l’altro, ci ha regalato un grande pubblico nella Dakar 2018: ali di folla in mezzo al deserto, persone comuni che aiutavano i piloti a ripartire ecc ecc.

”Il grande pubblico è stato una prerogativa di tutta la Dakar, e di tutti e tre gli stati. Trovavamo file di persone in posti assurdi, non sapendo da dove potessero essere arrivate. Magari ti venivano solo a veder passare durante il trasferimento, ma erano contentissimi di sentirsi parte della gara: per ogni pilota c’era una bandierina che sventolava, un bimbo che salutava e ti faceva sentire il tuo appoggio, e la cosa più sorprendente erano queste ”vecchiettine” che venivano lì con entusiasmo a vederti passare pur non sapendo nulla di moto. È stato emozionante”.

Abbiamo citato più volte, qua e là, Fausto Vignola, tuo compagno di squadra in questa Dakar che è tragicamente scomparso qualche mese fa in allenamento. Ti chiedo, se vuoi, di tracciarci un breve ricordo di Fausto, al quale eri molto legato.

”Se dovessi raccontare aneddoti su Fausto, potrei parlare giorni e giorni. La Dakar, per lui, è stata la conseguenza della nostra amicizia: mentre io la stavo organizzando, lui provava sincera ammirazione per questa sfida, e poi è nato tutto durante la presentazione della corsa a Milano (alla quale abbiamo presenziato nel maggio 2018, qui il nostro articolo) nel 2017: teoricamente non sarei riuscito ad andare perchè avevo un impegno, poi è saltato e abbiamo organizzato in extremis la partenza per Milano, facevamo così su tutto. Fausto è rimasto talmente entusiasta del mondo della Dakar, così conquistato anche durante la presentazione, che ha finito col dirmi ”noi dobbiamo andarci insieme”: è stato bravissimo a fare questo salto nel vuoto, però in quattro e quattr’otto da non pilota professionista ha trovato tutto l’occorrente e messo in piedi la preparazione maniacale che serve per un evento del genere. L’ho ammirato tantissimo, e tra l’altro, più che un compagno di squadra per me era un grande amico e un compagno di vita: condividevamo tantissimi momenti assieme, ci sentivamo più volte al giorno ed eravamo legati. Diciamo che la gara in moto è stata quasi un contorno. Scoprire della sua morte mi ha inferto un colpo tremendo. Sono contento che abbia vissuto anche questa esperienza, che abbia fatto tutto quello che sognava e realizzato i propri desideri fino in fondo”.

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