«Mai visto un pilota veloce come Dani Pedrosa. Non riuscivo a capire come facesse a realizzare giri così rapidi. La gente ha la memoria troppo corta». Parola di Casey Stoner. Dichiarazioni tutt’altro che scontate, specialmente perché rilasciate da un pilota senza peli sulla lingua e profondo intenditore in materia di velocità pura. E c’è da credere al campione australiano anche perché pochi altri hanno condiviso momenti, corse, stagioni ed anni interi con il fantino di Sabadell come accaduto a lui.

A fine 2018, il motociclismo perderà un grandissimo interprete. Non ingannino le mere statistiche, non soffermiamoci esclusivamente sui tre titoli conquistati nelle categorie minori, uno in 125 e due in 250, classe in cui è imbattuto. Pedrosa è stato molto altro. Ha stupito il mondo per la sua precocità, per la facilità con cui si è affermato tra i big. Chi si sarebbe mai aspettato che quel ragazzino dal fisico minuto, esile, fin troppo leggero per gestire bolidi simili avrebbe dominato con piglio autoritario già alla terza stagione nel Motomondiale? Ecco, forse, già dal primo alloro iridato si è compreso molto, se non tutto di Dani. La statura e la scarsa massa muscolare sono state le sue croci, incapaci di sostenerlo quando la moto lo scaraventava sull’asfalto. Ma quando tutto filava liscio, ecco il genio. Pulito nella guida, preciso al millimetro nelle sue traiettorie, Pedrosa ha scritto pagine epiche nella categoria di mezzo. Come dimenticare la vittoria al Sachsenring nel 2005, nonostante il tubo di scarico piegato da un contatto con Jorge Lorenzo? Un’impresa clamorosa.

È mancato solamente il titolo in MotoGP per premiare il talento cristallino di Dani. E ovviamente non mancano i rimpianti. Cosa sarebbe accaduto alla carriera del catalano classe 1985 se, sotto il nubifragio tedesco del 2008, non fosse incappato in una rovinosa caduta mentre era in testa, tradito dalla foga e dagli ordini di scuderia errati? Cosa sarebbe successo se quella maledetta coperta termica della gomma anteriore non si fosse incastrata nel parafango, costringendo Pedrosa a partire dal fondo dello schieramento di Misano e condizionando pesantemente il suo Mondiale 2012? Non si dica che il fantino di Sabadell non sarebbe stato un degno re. Non è da tutti domare la concorrenza interna di Hayden e Dovizioso, reggere il confronto nel box con Stoner e non sfigurare eccessivamente di fronte al compagno di squadra Marquez. Non è da tutti battere fior di campioni, talvolta senza disporre di un mezzo competitivo. Non è da tutti inventare un nuovo stile di guida, rialzando la moto a metà curva e accelerando in maniera delicata e al contempo decisa. Dani è riuscito a realizzare piccole grandi imprese nonostante tanti imprevisti. Lo ha fatto con uno stile contraddistinto da garbo ed educazione, mai oltre le righe. Si chiude un’epoca. E, forse, anche l’ultima vera bandiera del motociclismo si ammaina. Senza il binomio Honda-Pedrosa, la MotoGP non sarà la stessa.

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