Tom Sykes ha scelto di voltare pagina. Addio alla Kawasaki dopo nove lunghe stagioni. Dall’anno prossimo, la Verdona nipponica non schiererà al via il mitico numero 66 e non sarà come nel 2014 per rimpiazzare la doppia cifra con il simbolico number 1. Stavolta non ci sarà un titolo da difendere con l’inglese. La vera stella nel box degli imbattibili della Superbike è diventato Jonathan Rea. Il suo arrivo ha fatto crollare il castello di sicurezze di Sykes, relegandolo negli ultimi tre campionati al ruolo di comprimario, come se lo storico alloro del 2013 fosse già finito nel dimenticatoio. Discorso simile per il ricordo dei duelli con Max Biaggi nella stagione prima della vittoria iridata e con Silvan Guintoli nell’annata immediatamente successiva. Battaglie meravigliose, anche se con un esito sempre negativo per Tom, beffato in entrambe le occasioni dai piloti Aprilia. Tutto si è lentamente offuscato di fronte alla caccia ai record allestita da Rea. Il nordirlandese non ha avuto pietà per le difficoltà del compagno di squadra. Si è limitato ad aiutarlo qualora non avesse alcun primato da conquistare e Sykes si trovasse in lizza per il secondo posto nella classifica generale. Una carezza da parte del Cannibale, che Tom ha accettato senza nutrire astio o risentimento per la posizione privilegiata del nuovo capobranco. Non si è mai mostrato ferito o rattristito per aver perso lo scettro nel Mondiale e, soprattutto, all’interno del proprio team. Resta aperto un interrogativo: cosa ne sarebbe stato della carriera dell’inglese se non si fosse trovato a convivere con una leggenda della Superbike?

È una domanda in cui si è imbattuto a sua volta anche Dani Pedrosa. Cosa sarebbe accaduto se non avesse incrociato la sua strada con Casey Stoner e, soprattutto, Marc Marquez? Il fantino di Sabadell si è trovato a lottare con avversari durissimi fuori dalla propria squadra. Forse, senza l’ingombrante presenza di Valentino Rossi e Jorge Lorenzo, il meritato Mondiale in MotoGP sarebbe arrivato. Certamente, non è stato fortunato a condividere il box con compagni capaci di arrivare in cima al mondo, laddove lui avrebbe tanto voluto piazzarsi. L’arrivo di Stoner nel 2011 ha fatto traballare il suo storico dominio in casa HRC. Non dev’essere stato semplice per uno come lui assistere al trionfo dell’australiano sulla moto sviluppata ed aggiornata continuamente nell’arco di diverse stagioni. Ma se la convivenza con l’ex ducatista si era risolta in maniera positiva, la vera mazzata per il morale di Pedrosa si è rivelato l’arrivo di Marquez. Il “Cabroncito” si è rivelato spietato nel demolire la concorrenza interna tanto quanto Rea. E Dani, da vicecampione uscente nel 2013, si è presto trasformato in un gregario di lusso. Anche nel suo caso, i tanti trionfi nella top class e gli allori conquistati nelle categorie minori sono finiti nel dimenticatoio, travolti dai record e dalle prodezze del compagno di box.

È il destino dei campioni reietti. Tom e Dani, stessa stoffa da vincenti, medesima ingiusta sorte, incapace di riconoscere i loro meriti e di concedergli la giusta gloria. Sykes e Pedrosa hanno assaggiato solamente briciole di ciò che il loro talento avrebbe potuto raccogliere. Con un pizzico di fortuna, i rispettivi palmares avrebbero assunto dimensioni diverse. Ora le strade dei due fuoriclasse mancati prendono snodi diversi. L’inglese lascia Kawasaki per abbracciare un’altra causa, sperando in un immediato rilancio. Pedrosa, invece, dice addio alle corse. Questione di stimoli. Dani ha smesso di lottare anche per via dei problemi fisici. Tom ancora sente di avere qualcosa da dare. La pista dirà quanto potrà fare ancora la differenza.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *