”Avrei dovuto esserci io in pole position. Ormai per me è piuttosto chiaro. Sto correndo contro tre auto. E una è quella del mio compagno di squadra”.  (Sebastian Vettel)

Sebastian Vettel, ormai lo sappiamo da tempo, è un tedesco atipico. Potremmo definirlo un tedesco… italiano. Non è un caso che si sia trovato subito bene in Ferrari, che adori fare team radio nel suo italiano maccheronico dopo le vittorie e le pole position (”un altro bandiera in Maranello”) e che sia diventato da subito l’idolo della tifoseria di Maranello. Peccato che Vettel sia, come dicevamo poc’anzi, un tedesco ”italiano”, e abbia in sè anche alcuni dei tratti peggiori dell’italiano medio: è impulsivo, si accende come un fiammifero alla prima provocazione e va in tilt alla primissima difficoltà.

Per svariati mesi la sua kryptonite è stata rappresentata da Max Verstappen. Bastava partire al fianco dell’olandese e subito succedeva qualcosa di drammatico (Singapore docet), perchè Seb vede in Max una scheggia impazzita e di conseguenza non ragionava con lucidità ogni volta che se lo trovava di fianco. Gli errori del 2017 nascono dal carattere ”italiano” di Vettel, gli errori del 2018 pure: si può dire che senza alcuni svarioni grossolani e blackout inspiegabili (Hockenheim), il tedesco sarebbe in testa al Mondiale per distacco. Non tanto per l’assenza di avversari, visto che Hamilton migliora col passare degli anni e sta facendo un’altra stagione da urlo, quanto per la superiorità di una Ferrari che è la miglior vettura, e perchè avrebbe portato a casa quei 30-40 punti che ha perso nelle 3-4 gare che sono state cestinate al via o con sbagli inimmaginabili per un talento del suo calibro.

L’emblema della scarsa freddezza di Vettel, che in questo dovrebbe imparare da Raikkonen (ma evidentemente non sa farlo, dato che condividono il box dal 2015), è senza dubbio Monza. Seb, dopo il weekend da urlo a Spa, vedeva nel GP d’Italia l’occasione per riaprire definitivamente il Mondiale. Poi, il suo weekend è stato funestato dal più classico degli ”strappi nel cielo di carta” (Pirandello docet): Vettel era convinto di poter usufruire della scia di Kimi in qualifica, invece Ferrari ha optato per la prassi consueta e per l’alternanza, mandando avanti il tedesco e dando la chance al finlandese di stabilire pole e giro più veloce della storia della F1 (media oraria di 263.5km/h). Lì, e non domenica, è finito il GP di Vettel: come il Mourinho dei bei tempi andati, che però sfruttava quella strategia per compattare l’ambiente e con una logica inappuntabile (”crea un nemico, e la squadra lotterà come un esercito di centomila uomini”), Seb nella sua testa ha iniziato a pensare a un accerchiamento, e inevitabilmente in gara ha commesso l’errore fatale.

”Il mio GP è finito dopo 30 secondi”

L’ha ammesso lui stesso nel post-gara, e d’altronde come dargli torto. Vettel si aspetta che Raikkonen faccia ”il maggiordomo” e gli ceda la posizione alla prima curva, mentre Kimi giustamente vuole fare la sua gara e giocarsi quella che potrebbe essere l’ultima grande uscita a Monza (l’arrivo di Leclerc per il 2019 sembra ormai certo). E così, quando Hamilton prova a superarlo, Vettel prova a vincere alla prima curva. Errore da principiante, che gli costa un contatto che danneggia la Ferrari, la ripartenza dalle retrovie e una gara buttata: Vettel chiude quarto, salva il salvabile, ma ha già individuato il ”mulino a vento” contro cui lottare nei giorni seguenti. E si può dire che anche in questo abbia un pizzico di carattere dell’italiano medio, o meglio, dell’italiano ”piagnone”: Seb, dopo aver ammesso inizialmente il proprio errore, ieri sera ha scaricato tutta la colpa su Kimi Raikkonen in un’intervista rilasciata al quotidiano olandese Ziggo Sport. ”Ormai per me è piuttosto chiaro. Corro contro tre auto. E una è quella del mio compagno di squadra”.

In sostanza, Vettel lancia il sasso e poi ritrae la mano, cambiando discorso, ma la sua idea è chiara: Raikkonen, che dovrebbe aver ricevuto la comunicazione della fine imminente del suo rapporto con la Rossa, è diventato un nemico da aggiungere alla lista. Il giusto comportamento in gara del finlandese (l’abbiamo spiegato e difeso qui), un tradimento inaccettabile. E così Ferrari si ritroverà con due piloti ai ferri corti a sette gare dal termine del Mondiale, col Mondiale piloti ancora aperto (Hamilton è a +30, ma il 2017 rosso dimostra che tutto può succedere) e quello costruttori altrettanto alla portata. E qui ci chiediamo, le dichiarazioni di Vettel, fatte tra l’altro a 48 ore da Monza e dunque non a freddo, avevano davvero senso? Erano davvero necessarie?

A nostro avviso, no. E lo sfogo andava evitato a tutti i costi, o quantomeno limitato alle stanze dei bottoni della Ferrari. Vettel, così facendo, creerà un clima mediatico ostile intorno a sè e alla Rossa stessa, e il suo tentativo di additare Raikkonen come il colpevole di tutto agli occhi dei tifosi onestamente non regge. In questi due anni, con una Ferrari competitiva e cresciuta ulteriormente nel 2018, il tedesco ha sbagliato tutto lo sbagliabile, e l’ha fatto da solo: solo nella stagione attuale contiamo quattro errori (Baku-Le Castellet-Hockenheim-Monza), di cui due da matita rossa (Hockenheim-Monza). E dunque, perchè tirare in mezzo Raikkonen? Il mistero resta, o forse semplicemente, al contrario di quanto ha dichiarato Arrivabene, Vettel vorrebbe al suo fianco ”un maggiordomo” (ha lasciato Red Bull per una nuova sfida in rosso, ma anche per l’esplosione di Ricciardo) e non un compagno di squadra competitivo ai massimi livelli (nonostante i 39 anni che si avvicinano). E allora lo invitiamo a prepararsi, perchè Leclerc ha il potenziale per essere un compagno di squadra altamente competitivo. E non sicuramente un ”maggiordomo”.

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