È matto come un cavallo.
“Meglio arrivare primi che secondi”, le parole a caldo.
Kimi appartiene a una specie umana della quale è l’unico esemplare.
Fulminato. Privo di reazioni. Inconsapevolmente incosciente. Apatico. Indolente. Stralunato. Incurante. Rettile. Diretto. Perso. Disconnesso.
Insomma: perfetto per il suo mestiere.

(Ronny Mengo su Instagram, oggi)

Ci sono definizioni che calzano a pennello sulle persone, che le descrivono meglio del loro volto, del loro essere e delle loro azioni. Le frasi che avete appena letto sono lo specchio di colui che è tutt’altro che un personaggio ”comune”. Kimi Raikkonen, di ordinario, ha ben poco, e lo sa lui stesso: a differenza di tanti altri piloti, che con l’andare degli anni si sono costruiti un personaggio a livello mediatico, il finnico è sempre stato genuino, schietto ai massimi livelli e ha pian piano mostrato un carattere particolare. È stato semplicemente sè stesso, nel bene e nel male: dagli spassosi team radio (”just leave me alone”, ”GLOVES AND STEERING WHEEL” ecc ecc), alle conferenze stampa (una continua guerra tra le domande dei giornalisti e i silenzi di Kimi), alla pista.

Kimi è stato il debuttante meno ”esperto” della F1 recente, entrando nel circus nel 2001 e con una licenza provvisoria per sei GP perchè aveva corso solo 23 gare in Formula Renault (e dunque non in F3 ecc). Ha sorpreso con la Sauber, andando a punti nella prima gara, e ha raccolto la pesante eredità di Mika Hakkinen in McLaren, sfiorando due Mondiali con le Frecce d’Argento ed esaltando il pubblico con una vittoria dopo essere partito dall’ultima posizione. E, dopo l’avventura a Woking, ha iniziato la lunga storia di amore, rottura traumatica e ancora amore con Ferrari: la Rossa gli ha regalato l’unico titolo mondiale della sua carriera (nel 2007, ultimo ferrarista iridato), ma l’ha anche appiedato dopo una stagione disastrosa (nella quale, secondo le indiscrezioni, Kimi avrebbe conosciuto la depressione), facendogli firmare un accordo per cui non avrebbe potuto correre per due anni in F1. Detto, fatto: Kimi si è cimentato con le amate motoslitte, con la NASCAR e col WRC (Citroen griffata Ice1 Racing: Ice1 è la sua bevanda energetica, sponsorizza anche l’Husqvarna motocross), andando anche a punti nell’off-road. E poi è tornato in Lotus a miracol mostrare, vincendo la storia gara di Abu Dhabi (quella del ”Just leave me alone”) e chiudendo terzo nel Mondiale 2012: un’avventura che gli ha regalato il ritorno in rosso (2014) da scudiero di Alonso prima e di Vettel poi.

Perchè il rapporto con la Rossa di Maranello, nonostante le incomprensioni del 2009, è sempre stato fortissimo: d’altronde ha attraversato l’età dell’oro, il tracollo, la risalita e la nuova potenziale età dell’oro di Ferrari. Tutto questo in 7 anni di onorato servizio in rosso (2007-09, 2014-18). E perchè Kimi ha sempre avuto un rapporto stretto coi tifosi italiani e col gruppo-Ferrari: Sergio Marchionne stravedeva per lui e per il suo talento smisurato, misto a una favolosa capacità di impigrirsi e perdersi anche nel corso della stessa gara; Raikkonen, con le dovute proporzioni, è stato per Marchionne quello che Regazzoni fu per Enzo Ferrari. Un talento che si è visto parecchie volte in stagione, al netto degli ordini di scuderia e della decisione di puntare tutto su Vettel e sacrificare spesso il finlandese. Quando ha avuto il via libera, Raikkonen ha incantato: prima con la pole position a Monza, poi con la strepitosa gara di Austin e con quello che di fatto è il regalo d’addio ai tifosi della Ferrari.

Negli States si è visto l’intero repertorio di Kimi: ha superato Hamilton con una partenza da urlo, ha vinto la battaglia dei nervi ai box fingendo di anticipare la sosta e rientrando poi qualche giro dopo, e si è gestito splendidamente per quasi tutto l’arco della gara. Il quasi è d’obbligo, perchè prima della ”sveglia” via team radio, Kimi aveva rallentato il ritmo fino a farsi riprendere da Verstappen ed Hamilton: dopo la comunicazione (”se continui così, entro tre giri ti superano entrambi”), il finnico ha pestato sull’acceleratore ed è tornato Iceman. E che Iceman! Kimi non ha sbagliato nulla, ha gestito le gomme e perso pochissimo, blindando la vittoria grazie alla propria lucidità (qualità che manca nei momenti clou a Vettel) e al duello tra Verstappen ed Hamilton.

Ad Austin ha vinto la parte-Iceman di Kimi, che ha sfatato una serie di tabù personali e ottenuto un piccolo grande record: non vinceva da 5 anni, dal GP d’Australia del 2013 (Lotus) e per la precisione da 113 GP, non vinceva con Ferrari dalla gara di Spa del 2009. E inoltre è diventato il primo pilota (andiamo a memoria, non dovrebbero essercene altri) a vincere una gara coi motori V6, V8 e V10, attraversando tre generazioni della F1 senza cambiare di una virgola il proprio modo di essere e trionfando a 39 anni. E, nel post-gara, è stato il solito Kimi Raikkonen: esultanza senza eccessi, occhialoni da sole sul podio e promessa di ”bere qualcosa più tardi per festeggiare con calma”, come se vincere dopo cinque anni e nello stesso giorno in cui avevi vinto il titolo 2007 fosse assolutamente normale.

E d’altronde, è proprio questo quello che ha detto al fianco degli sbigottiti (quand’anche divertiti) Hamilton e Verstappen nella conferenza stampa: ”Non sono mai stato ossessionato dalla vittoria mancante: veniamo tutti qui per vincere e fare grandi cose, ma solo uno ci riesce. E allora, ho deciso di concentrarmi su me stesso: se sei diverso, se ti mostri per quello che sei e ti rendi unico agli occhi del pubblico, questo vale come una vittoria”. Una piccola grande lezione di vita, che poteva tranquillamente essere racchiusa nel libro degli Kimi-haiku che circolava nel paddock a Suzuka, o nella sua biografia*, e che ben rappresenta il rapporto tra Kimi e i giornalisti: Raikkonen è elusivo, di poche parole, ma anche arguto e capace di regalare autentiche perle.

A chi gli chiedeva se ci sono ancora stimoli a gareggiare con Sauber per due anni (fino ai 41) qualche GP fa, rispondeva con un serafico ”Ma no ragazzi, a me fa schifo la F1: sono rimasto solo per voi e per queste conferenze (ridendo sotto i baffi che non ha)”, a chi ieri provava a farlo polemizzare sull’addio a Ferrari ricordava con viva sincerità che ”Io sono contentissimo di tornare in Sauber e chiudere dove ho iniziato. E poi ragazzi, Hinwil è a 15 minuti da casa mia”. A chi gli chiedeva un feedback sulle emozioni della famiglia dopo il successo di Austin, rispondeva così: ”Probabilmente, e purtroppo, i miei bambini si saranno addormentati a metà gara”.

Genuino, squisitamente folle, semplicemente Kimi Raikkonen: un pilota capace di tutto e del contrario di tutto, un pilota che ieri ha fatto esultare anche gli insospettabili (mia sorella, fan del finnico della prima ora, non guardava un GP con tale trasporto dal titolo del 2007: è quasi magia, Kimi) e oscurato per qualche minuto il derby di Milano, così per dire. Perchè il talento puro viene apprezzato da tutti, a maggior ragione quando è accompagnato da un carattere e da un’indole che ti rendono dannatamente unico: magari ci fossero più piloti come Kimi Raikkonen, e speriamo che da qui a fine stagione il finlandese possa togliersi altre soddisfazioni, prima di tornare in Sauber e dedicarsi alla crescita della scuderia svizzera e allo ”svezzamento” di Antonio Giovinazzi.

*= Biografia nella quale racconta episodi meravigliosi: dal lancio del telefono in mare per festeggiare il ritorno in Ferrari, alle esperienze alcoliche che durano giorni, al risveglio nel letto di un noto attore/produttore italiano nel giorno in cui doveva essere presentato a Maranello. E potremmo citarne altri: non vediamo l’ora che esca in italiano.

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