F1

Anno nuovo, stesso Max. Il Messico, coi 2.200m d’altitudine della sua capitale, esalta la strepitosa trazione delle Red Bull e soprattutto esalta Max Verstappen: l’olandese ottiene la quinta vittoria in carriera, ottenuta tra l’altro quando deve ancora conquistare la prima pole (ieri gliel’ha strappata Ricciardo), e vince per il secondo anno consecutivo all’Autodromo Hermanos Rodriguez, gestendo al meglio la sua monoposto e conquistando un grande successo.

Max, di fatto, vince la gara già in partenza: è proprio Verstappen il migliore allo scatto, e il figlio d’arte si tiene dietro Hamilton e Ricciardo, con Vettel quinto alle spalle di Bottas. Il finnico viene subito superato da Seb, autore di uno scatto a rilento per evitarsi problemi al via (e capace comunque di toccare leggermente la seconda Mercedes), e dopo lo start inizia la gara perfetta delle Red Bull: Verstappen guadagna tantissimo su ogni rivale, e si costruisce una comfort-zone di almeno 5” su ogni vettura che lo segue. Non cambia nulla neppure dopo la Virtual Safety Car nata dal ritiro di Fernando Alonso, che vede andare ko la sua McLaren in un GP al quale teneva particolarmente: Max si gestisce e gestisce le gomme, mantenendo un buon margine e dando il via alla girandola dei pitstop. Le gomme ultrasoft usate in qualifica durano una quindicina di giri, poi tutti ai box: tutti tranne le Ferrari, che tirano cinque giri in più e si accorgono per prime che il divario tra la mescola più morbida e le supersoft è praticamente pari allo zero.

I cinque giri in più danneggiano Raikkonen, che finisce staccato dai migliori, ma aiutano Vettel, che ha gomme più fresche e le sfrutta: Seb va all’attacco di Ricciardo, rosicchiando secondi e mettendo insieme giri di ottima fattura, e lo supera approfittando del lungo plotone dei doppiati in una pista veloce e capace di regalare ampi distacchi. E poi inizia l’assalto ad Hamilton, che è in difficoltà con la mescola più dura: la sua Mercedes soffre di graining prematuro e alza i tempi, e così Vettel supera anche lui. A quel punto, tutti quanti optano per la seconda sosta (con ritorno alle ultrasoft per Vettel e altri big), vedendo anche che Seb sta rosicchiando secondi anche a Verstappen: al rientro dai box, Vettel è a 8” dall’olandese e a tre secondi da Ricciardo, che si difende come un leone, ma cede la posizione al tedesco a una decina di giri dal termine. E non per il nuovo sorpasso di Seb, ma per un problema tecnico: la Red Bull dell’australiano fuma in rettilineo, sembra riprendersi in seguito, ma poi va ko per l’ennesimo problema idraulico legato alla power unit Renault. Per Daniel Ricciardo, autore ieri della pole e quest’oggi bravo a gestire la sua monoposto con gomme supersoft (al pari di Raikkonen, aveva fatto una sola sosta) che avevano sulle spalle quasi 50 giri, questo è l’ottavo ritiro stagionale: il numero è cresciuto esponenzialmente dopo l’annuncio del passaggio in Renault, come se le parole di Helmut Marko (”l’anno prossimo, quando soffrirà coi motori Renault, ci rimpiangerà”) si fossero tramutate effettivamente in un trattamento di Serie B rispetto al compagno.

Ma tant’è, e la gara scorre via con Verstappen che tira fino all’ultimo km (giocando coi meccanici e chiedendo ”tagli di potenza” per evitare i problemi al motore, salvo poi fare il suo giro veloce pochi secondi dopo) e Vettel che chiude con un ottimo secondo posto, disputando la miglior gara possibile e mostrando un ritmo impensabile fino a pochi istanti prima del via della gara. Seb chiude a 17”3 da Verstappen, che bissa il successo messicano del 2017, e Kimi Raikkonen chiude terzo con 49”9 di ritardo: gara costante e senza acuti per Kimi, che beneficia della giornataccia di Mercedes. Con gomme supersoft o ultrasoft che fossero, le Frecce d’Argento hanno sofferto costantemente di problemi agli pneumatici: il più aggressivo Hamilton e il serafico Bottas soffrivano di graining dopo 5-6 giri, un problema (forse dovuto alla chiusura dei cerchioni, ritenuti illegali dalla FIA) che ha di fatto reso impossibile la gestione del ritmo e costretto le vetture anglo-tedesche ad andare anche 2-3” più lente rispetto alle concorrenti. Hamilton ha rischiato il doppiaggio, chiudendo a 1’18” dal vincitore e come ultimo pilota a pieni giri: esatto, perchè solo quattro piloti non sono stati doppiati, mentre Bottas (tre soste, l’ultima per montare hypersoft e fare il giro veloce) è il primo dei doppiati e l’unico a chiudere con un solo giro di ritardo. Dopo di lui, il vuoto: Hulkenberg chiude a due giri e con 15” circa su Leclerc ottimo 7° e leader del trenino che lo vede precedere Vandoorne (8°), Ericsson e Gasly che completa la top-10. Poi, sempre a due giri, i vari Ocon, Stroll, Sirotkin, Hartley e Magnussen, con Grosjean a tre giri (ritirati Ricciardo, Sainz, Alonso e Perez): disastrose le Haas, che occupano gli ultimi due posti e vedono Grosjean chiudere a cinque minuti dal vincitore.

I risultati odierni regalano lo scontato titolo a Lewis Hamilton, al quale bastava anche il ritiro per vincere il 5° Mondiale, se Vettel non avesse centrato la vittoria quest’oggi. LH44 eguaglia Fangio, portandosi a soli due titoli mondiali da Schumacher, e lo fa nella giornata più difficile e in un GP da dimenticare: il quarto posto odierno lo fa salire a 358 punti, +64 su Vettel secondo, con Raikkonen terzo a quota 236 e con nove punti su Bottas e venti su Verstappen. Nel costruttori, Ferrari si regala una speranza salendo a quota 530 punti, -55 da Mercedes: mancano ancora due gare e si può sognare il difficile ribaltone, vedendo i recenti problemi delle vetture di Hamilton e Bottas. Ferrari proverà a guadagnare ulteriori punti in Brasile tra due settimane, ma intanto a Città del Messico esultano Max Verstappen per la vittoria parziale e Lewis Hamilton per il 5° titolo: per Sebastian Vettel, la consapevolezza che si poteva fare molto di più, e che senza qualche errore (Hockenheim, Baku ecc) il titolo poteva essere vestito di rosso, o quantomeno si poteva lottare fino ad Abu Dhabi.

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