Dakar 2019

MILANO, dal nostro inviato a Eicma 2018 Marco Corradi

Joan Barreda è ormai da anni uno dei protagonisti annunciati della Dakar: il 35enne spagnolo si era segnalato all’attenzione generale debuttando nel 2011 con Aprilia, per poi passare a Husqvarna e conquistarsi un posto all’interno dello squadrone Honda. Nei suoi anni da dakariano, Barreda ha lottato praticamente sempre per la vittoria finale, ma non è mai riuscito a centrarla: in termini di velocità pura, lo spagnolo è superiore a tutti i suoi contendenti, ma viene spesso colpito dalla sfortuna e dal fato avverso, con cadute, problemi meccanici e/o di navigazione che di fatto gli hanno impedito di vincere il rally-raid più famoso al mondo. La Dakar 2018 era iniziata benissimo per Joan, ma poi si è trasformata in un autentico calvario: inizialmente lo spagnolo era davanti a tutti, salvo poi perdere qualche minuto per un errore di navigazione nel deserto e dover rimontare.

Quando l’aveva fatto, è arrivata la fuga di Matthias Walkner, che aveva approfittato di un errore collettivo per ipotecare la vittoria finale, e poi Barreda è caduto malamente e si è dovuto ritirare (”non avevo sensibilità alla gamba, non potevo continuare”): da lì in poi, il pilota HRC è andato tre volte sotto i ferri, e ora sta lavorando duramente per essere al 110% a gennaio. Joan Barreda è uno dei grandi favoriti per la Dakar 2019, che si svolgerà interamente in Perù, e per 21 buoni motivi: 21, come le vittorie di tappa ottenute in questi anni, un numero che lo rende il più vincente tra i piloti in attività, e il più vincente di sempre tra coloro che non hanno mai vinto una Dakar. Il pilota ufficiale HRC era presente a Eicma, e ha rilasciato un’intervista ai nostri microfoni: ecco le sue parole.

Ciao Joan, partiamo dalla scorsa Dakar: eri partito molto forte, poi qualche errore e la caduta che ti ha costretto al ritiro. Una corsa da dimenticare?

”Non è stata una Dakar facile, non è stato un anno facile in generale e vorrei passare oltre perchè ho provato grande delusione. Il mio 2018 è iniziato con una brutta frattura al polso appena prima della Dakar, e non è proseguito meglio: mi sono operato appena prima della Dakar e poi altre due volte, perchè l’osso non si era saldato bene (mentre parla, Joan ci mostra la cicatrice, ndr) e non era assolutamente stabile. Sono stato metà stagione senza poter andare in moto, ed ero arrivato a quella Dakar al pelo, ma quest’anno sarà diverso: ho ricominciato ad allenarmi con grande intensità un mese fa, non sento più dolore e dopo un anno tremendo posso finalmente tornare a divertirmi e ad andare in moto. Ho due mesi per arrivare al massimo della condizione e fare una grande Dakar”.

Arrivi alla Dakar 2019 dopo questo anno complicato, e con grandi stimoli: cosa ne pensi del percorso, che si svolgerà al 100% in Perù?

”Mi piace molto questa scelta, sarà una Dakar un pochino più corta, con tanta sabbia in Perù e la navigazione che giocherà un ruolo fondamentale. Mi aspetto una corsa difficile, gli organizzatori cercheranno di renderla estrema e di complicare la navigazione, così da mantenere alto lo spettacolo: alla fine la Dakar è questo, una gara molto lunga nella quale non puoi commettere errori”.

Correndo solo in Perù, vi troverete di fronte praticamente solo la sabbia e le dune locali, con pochi cambiamenti di terreno rispetto al passato: questo vi ha spinto a fare qualche modifica alla moto?

”Non abbiamo modificato molto. Abbiamo effettuato qualche miglioramento all’elettronica e alle sospensioni, ma non abbiamo stravolto la nostra Honda: la cosa più importante è la conoscenza della moto e la sua affidabilità. Veniamo da due anni in cui la moto non ha mai dato problemi, mentre nelle prime stagioni avevamo qualche problemino che ci ha impedito di fare risultato: purtroppo, nonostante una moto totalmente affidabile, nel 2018 io non ero assolutamente a posto fisicamente, e l’anno prima c’è stata quella maledetta penalità a toglierci dalla corsa alla vittoria. Senza quella sarei stato primo. Speriamo che quest’anno vada tutto bene!”

La Dakar viene vinta da 17 anni, dal lontano 2001, da KTM: da portacolori di Honda, senti la pressione di dover sfatare questo dominio?

”La pressione si sente sicuramente, ma ci stimola. Lavoriamo duramente per conquistare la vittoria e per non commettere errori, sapendo che la Dakar è una gara che si vince anche come team e non solo come singolo pilota: ormai abbiamo l’esperienza necessaria per controllare la pressione e usarla a nostro vantaggio, e sento che quest’anno possiamo sfatare il tabù-vittoria”.

Uno dei tuoi maggior rivali è nel tuo stesso team, ed è Kevin Benavides: come ci si sente ad avere un rivale ”interno” così competitivo?

”È una grande cosa, perchè così la pressione non è solo su di me e la dividiamo (ride, ndr). Scherzi a parte, è importante avere due piloti forti: negli anni scorsi, mi trovavo da solo a lottare contro il gruppone KTM, e questo rendeva tutto più difficile. Ora invece Honda ha due piloti di valore, e questo può essere utile nella lotta per la vittoria”.

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