Dakar 2019

Dal momento dell’annuncio del percorso della Dakar 2019, abbiamo letto ogni tipo di critica sulle scelte di ASO e dell’organizzazione del rally-raid più famoso (e amato) del mondo. Dalla lunghezza del percorso, troppo corta per garantire una corsa di alto livello, alla decisione di partire e arrivare a Lima con un tracciato ad anello, alla scelta di esplorare solo il Perù (e ovviamente, solo la parte desertica), nessuna delle caratteristiche della nuova Dakar è stata risparmiata da media ed esperti. Insomma, se dovessimo basarci sui commenti pre-partenza, ci troveremmo di fronte a un fallimento annunciato. E invece, secondo noi, la Dakar 2019 sarà un successo: ecco perchè.

TRASFERIMENTI RIDOTTI, TRACCIATO DURO E… NOVITÀ: È UNA DAKAR CHE CAMBIA– Partiamo da un assunto: la Dakar 100% Perù è una precisa scelta, ma anche una necessità legata alla contingenza economica. Prima di optare per una Dakar ”inca”, gli organizzatori hanno sondato altri paesi del Sudamerica: Bolivia, Argentina, Cile ed Ecuador, però, si sarebbero tirati indietro al momento di presentare le dovute garanzie economiche. Mentre il Perù, che l’anno scorso aveva fatto un grande lavoro e mostrato un grandissimo pubblico anche sulle altissime dune desertiche di Ica e Tanaka e nelle zone più impervie, ha fatto significativi sforzi economici: ha reso la Dakar ”evento di interesse nazionale”, così da poterle donare un extra-budget ed essere sicuro che venisse organizzata. Perchè sì, per qualche settimana la Dakar 2019 è stata davvero a rischio, prima che tornasse il sereno. Quindi, chi critica la scelta di correre solo in Perù, dovrebbe riflettere: spostare la corsa in un altro continente in extremis sarebbe stato impossibile, come anche organizzare un ritorno in Africa (che, a nostro avviso, potrebbe avvenire in futuro).

Inoltre, il Perù aveva garantito spettacolo: le altissime dune e la finissima sabbia del deserto peruviano avevano messo in difficoltà i piloti di auto e moto, ”bloccandone” molti in mezzo al nulla e causando spettacolari (e dolorose) cadute. Il Perù dunque viene scelto anche perchè lì si è decisa parte della Dakar 2018, e per il calore mostrato l’anno scorso: il pubblico più attivo e numeroso si è visto proprio nel paese degli Incas. Veniamo alla seconda critica a questa Dakar: ”Il percorso è troppo corto, un insulto alla tradizione della corsa”. Partiamo da una semplice equazione: tappe più corte=trasferimenti più brevi=piloti maggiormente disposti a dare gas. Non è detto che un percorso più corto implichi la totale impossibilità di fare selezione, anzi: nella Dakar il rischio (che sia un problema meccanico, una caduta, un errore di navigazione) è sempre dietro l’angolo, e gli organizzatori hanno garantito che questa sarà una delle Dakar più dure di sempre. Perchè di fatto, con tappe più brevi, i piloti saranno quasi sempre immersi nella sabbia e nel deserto, con tutti i rischi che comporta in termini di cadute, colpi di calore ecc. Inoltre, aumentando le tappe Marathon, aumentano i rischi di perdere tantissimo tempo: difficilmente, con due tappe Marathon, un problema tecnico verrà sorpassato agevolmente.

Insomma, è una Dakar che cambia, ma che non per questo ha perso il suo spirito. Quando venne fondata, nel 1979, la Dakar ripercorreva la sfida al deserto africano di Thierry Sabine: nel 2019 vivrà la 41a edizione, e si è costantemente rinnovata. Nel primo decennio era una corsa davvero estrema, un’autentica sfida all’Africa, dal 1989 al 1999 gli organizzatori hanno iniziato a sperimentare, con partenze differenti e percorsi più arditi, dal 1999 al 2008 invece abbiamo vissuto una gara durissima: varie sedi di partenza (Lisbona, Parigi, Barcellona ecc), e attraversamento di quasi tutta l’Africa con tappe durissime in Mauritania e non solo. Il caos dell’ultima edizione africana spinse gli organizzatori a spostare tutto in Sudamerica, la terra del grande tifo e della passione, e si può dire che per ASO la Dakar nel continente sudamericano è stata un vero e proprio successo in termini di pubblico ed economici: strade sempre piene al passaggio dei corridori, ovunque essi fossero, crescita sui social e aumento degli sponsor. Ora, nel 2019, si tenta l’esperimento della Dakar 100% Perù: il tempo ci dirà se ha funzionato (e se verrà ripetuto), ma una domanda ci sorge spontanea. Se gli organizzatori sono entusiasti della scelta, e i piloti hanno cambiato idea dopo un iniziale scetticismo, dichiarando in massa che la Dakar tutta peruviana è una sfida interessante e stimolante, perchè invece i mass media hanno deciso di usare ”il piccone” contro questa scelta e demolire la corsa ancora prima del via? Mistero.

NUOVA DAKAR, UN EVENTO MEDIATICO MONDIALE. MA L’ITALIA…– La Dakar è cresciuta a livello mediatico di anno in anno, di decennio in decennio, e nonostante i cambiamenti. La corsa originale, che partiva da Parigi per arrivare a Dakar, durava tre settimane. È stata poi ridotta a due settimane per motivi logistici e su richiesta dei piloti, e infine spostata in Sudamerica. Nonostante tutto, la Dakar resta la terza corsa motoristica più seguita sui social network (dopo F1 e MotoGP, con 2mln di follower solo su Facebook), ed è costantemente in crescita. Nel continente sudamericano è uno degli eventi dell’anno insieme alla Copa Libertadores e ai campionati calcistici, con coperture che durano sostanzialmente per metà della giornata, in Francia e nel resto d’Europa ha ancora tantissimo seguito. Chi ha fatto un passettino indietro a livello mediatico è l’Italia: nel Bel Paese, si vedrà solo su Eurosport con la classica mezz’ora di sintesi. Mediaset non ha infatti rinnovato l’accordo, e dunque la Dakar sarà seguita live e con ampie coperture solo sul web, di fatto. E ”Bandiera a scacchi” proverà ad aggiornarvi sulla corsa nel miglior modo possibile, dal 6 al 17 gennaio.

Chiudiamo con una considerazione, che riguarda una gara che invece non seguiremo: a fine dicembre scatterà l’Africa Eco Race, brutta copia della Dakar africana che attraversa Marocco, Mauritania e Senegal in 13 giorni. Sono aumentati i protagonisti italiani (c’è Botturi), ma il rally ideato da Jean Louis Schlesser continua a non convincerci: perchè creare una corsa parallela alla Dakar ed evitare di cimentarsi coi migliori interpreti dei rally-raid del mondo intero? Resta una scelta che continuiamo a non comprendere, e che forse serve solo a qualche pilota per poter vantare un trofeo in più nella propria bacheca…

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