Tiziano Siviero

Tiziano e Miki, Miki e Tiziano. Miki Biasion e Tiziano Siviero sono stati una coppia indissolubile, due amici nella vita che hanno vissuto un’esperienza in tandem nel grande mondo dei rally: come Sebastien Loeb e Daniel Elena, i due nativi di Bassano del Grappa sono stati legati per tutta la loro carriera nel motorsport. Tiziano Siviero è stato copilota di Biasion nei due Mondiali vinti e in 17 vittorie iridate, ma anche nell’avventura-Dakar coi camion IVECO e in altre avventure sportive: quando ha deciso di terminare la sua carriera rallystica, il classe ’57 ha intrapreso un nuovo percorso. Da qualche anno ormai Tiziano Siviero è il responsabile del percorso e della sicurezza della Dakar: è lui l’autentica mente del tracciato, colui che studia e disegna le tappe che verranno poi percorse dai piloti coinvolti. C’è la sua regia dietro all’intrigante percorso della Dakar 2019, che verrà disputata totalmente in Perù: abbiamo parlato di questo e molto altro con Tiziano, che si è concesso ai microfoni di ”Bandiera a scacchi”.

Ciao Tiziano, partiamo innanzitutto dalla Dakar che inizierà il 7 gennaio: c’è stato qualche problema di gestazione, poi si è optato per una corsa totalmente in Perù. Raccontaci la genesi dell’edizione 2019.

”È stato un parto un po’ difficile. Inizialmente avevamo in mente un progetto su più paesi, poi abbiamo scelto di concentrarci su un solo paese, il Perù. Pensavamo che sarebbe stato difficile fare un buon percorso, invece ci siamo accorti man mano che andavamo avanti con le ricognizioni e i viaggi nel Paese che si poteva veramente dar vita a una bella gara. Non sarà un’edizione dai tanti paesaggi differenti com’è capitato in questi anni sudamericani, perchè dominano la sabbia e il deserto e non c’è praticamente vegetazione, ed è un’edizione differente dalle scorse, ma sarà sicuramente una grande Dakar”.

Quale sarà il leit-motiv della Dakar 2019, oltre alla sabbia del deserto? Sarà una corsa più difficile, più estrema, viste anche le tappe più corte?

”Innanzitutto partiamo da un dato di fatto: se facciamo un paragone con le tappe sabbiose del 2018, nel 2019 affronteremo frazioni più lunghe. Ovviamente, parliamo però di tappe più brevi rispetto a quelle canoniche della Dakar, con oltre 450-500km di speciale. Cosa che non si può fare nella sabbia, perchè arriverebbero tutti la mattina dopo. Saranno tappe lunghe per le loro caratteristiche peculiari, con molti passaggi di dune e tratti complicati: dal punto di vista della difficoltà, pensando anche alle mie esperienze africane, la valuto con un 8 su 10”.

Veniamo ai potenziali favoriti della Dakar 2019: chi vedi meglio nelle auto e nelle moto?

”Partiamo dalle moto. Ci sono almeno dieci favoriti, e non saprei fare un nome preciso. Vanno tutti più o meno allo stesso livello, hanno grandi motivazioni ed è davvero difficile fare previsioni. Quest’anno inoltre, con la partenza a 3′ l’uno dall’altro, due partenze in linea e la partenza della tappa 2 con le macchine davanti, che solcheranno il percorso e scombussoleranno la gara delle moto, cambierà tutto. Ci sarà pochissimo spazio per i tatticismi: vincerà chi è più bravo a navigare, perchè trovare il giusto percorso in mezzo alle dune è tutt’altro che facile, e chi avrà il fisico per sopportare dieci tappe di quella difficoltà e così tanta sabbia. Ma soprattutto, vincerà chi eviterà le cadute e i rischi eccessivi, dosando al meglio velocità, lucidità e capacità di osare al momento giusto: è impensabile fare dieci giorni al 120% sulle dune, senza rischiare di cadere”.

Potrebbe essere la Dakar di Joan Barreda, che sogna di vincere dopo tante sfortune?

”Se dovesse succedere, sarei contento per lui, perchè Joan mi piace come personaggio. È fuori dagli schemi, un po’ naif, ma la realtà è che bisogna imparare a dosare le energie in una Dakar: se parti per andare al 100-110%, non riuscirai mai ad essere lucido per l’intera corsa. Vincere la Dakar vuol dire sapersi gestire, andando al 90% per poter essere sempre al top ed evitare rischi. In questa specialità bisogna trovare una buona velocità senza prendere rischi: nel momento in cui senti che quella è la tua tappa, la giornata giusta, allora puoi giocarti quel 10% extra di cui si parlava prima. In questo, sia nelle auto che nelle moto, è stato ed è maestro Peterhansel: ci sono delle tappe in cui è semplicemente imbattibile. Ricordo che, nella Dakar africana, quando si passava il ”muro” e si entrava in Mauritania dava sonori distacchi a tutti: non so dire come faccia, se si studia prima le tappe oppure agisce d’istinto, ma ci sono giorni in cui è ingiocabile per ogni avversario, anche in Sudamerica. In quelle tappe, fa un bel distacco”.

La Dakar, con te, parla italiano, e allora ti chiedo: quali sono le chances dei piloti italiani nella Dakar 2019? E soprattutto, cosa ci manca per avere un pilota al vertice della corsa? L’anno scorso ci siamo riusciti solo parzialmente con Eugenio Amos…

”Credo che il problema parta da una base generale, e dallo scarso interesse per questa specialità (un disinteresse che si nota anche dalla scarsa copertura televisiva, ndr). Ovviamente quando c’era Cagiva, marca italiana con piloti italiani, c’era molto più interesse. Così come c’era grande interesse quando correva Edy Orioli, che ha vinto quattro Dakar nelle moto, oppure Fabrizio Meoni: allora c’era una bella copertura, anche la Rai si spingeva in Africa per trasmettere. Questa è una parte del problema, la seconda invece riguarda l’assenza di un vivaio di piloti italiani per gare di questo tipo: c’era una gara in Sardegna, ma negli ultimi anni non è stata fatta, e in generale manca una scuola capace di sfoderare campioni in questa categoria. Sia nelle auto che nelle moto. E, senza una scuola, è praticamente impossibile arrivare in un pilota ufficiale e ottenere risultati di rilievo: per questo, non possiamo aspettarci piazzamenti di prestigio dai piloti del Bel Paese”.

La Dakar peruviana è stata molto criticata a livello mediatico: da responsabile del percorso, come hai vissuto questo ”bombardamento” dei media?

”Posso dare una mia chiave di lettura. Inizialmente a livello mediatico si è partiti pensando che questa Dakar fosse ”raffazzonata” e legata al fatto che non c’erano alternative, ma il progetto è cresciuto davvero bene ed è cresciuto anche l’interesse dei team e dei piloti. Sono tutti entusiasti, e il numero degli iscritti è maggiore rispetto a quello del 2014 e del 2015, gli anni migliori della Dakar sudamericana: inizialmente avevamo pensato a una gara col 30% in meno di partecipanti rispetto all’anno scorso, mancando vari paesi, e invece ci siamo trovati con più iscritti del 2018 e abbiamo dovuto ripensare al timing delle tappe e alla sicurezza intorno alla corsa. È stato sorprendente e gratificante, ed è la miglior risposta alle critiche”.

Hai vissuto praticamente tutta la tua carriera motoristica al fianco di Miki Biasion e come suo copilota. Ci racconti qualche aneddoto su questa esperienza, che vi ha portato a vincere due Mondiali?

”La nostra è praticamente una storia di vita. Siamo partiti nel 1979 e abbiamo corso l’ultima gara insieme nel 2007, ma ci sentiamo ancora tutti i giorni. Eravamo compagni di liceo ancora prima di correre insieme in auto, c’è un rapporto speciale tra noi. L’aneddoto che voglio raccontarvi è quello legato all’inizio del nostro percorso nel tout-terrain e nella Dakar: a un certo punto ci siamo trovati a non fare niente per 2-3 anni, e io ho sempre avuto il pallino della Dakar. La gara che assomigliava maggiormente al rally-raid era il Safari Rally, che abbiamo vinto nel 1988 e nel 1989 (la corsa, disputata in Kenya, potrebbe tornare presto nel WRC), e ho sempre passato 3-4 mesi in Kenya per preparare la corsa, che è difficilissima da organizzare e riproporre in chiave moderna. Ho adorato quella gara, e ce l’avevo spesso in mente nel 1994, quando eravamo fermi dopo la fine del contratto con la Ford: siamo rimasti fermi un paio d’anni, ho fatto il Rally di Tunisia con un amico e ho chiamato Miki per proporgli di fare qualcosa di simile. Lui mi ha risposto che non aveva voglia di far fatica, e stiamo stati lì sei mesi a scervellarci sul modo in cui potevamo partecipare alla Dakar: alla fine è venuto fuori il progetto che ci ha portato a correre con un camion IVECO di serie. Volevamo portarlo in fondo per far vedere che quel camion, che aveva pessime referenze, era in realtà un ottimo prodotto: abbiamo convinto la gente di IVECO e abbiamo fatto quei 4-5 anni molto divertenti nella Dakar. Per almeno due anni avevamo un mezzo di serie e, nonostante non avessimo assistenza, abbiamo ottenuto prestazioni interessanti: sul mezzo c’eravamo io, Miki e un meccanico. È stata un’esperienza entusiasmante”.

Tiziano Siviero con Miki Biasion: in coppia hanno vinto due Mondiali rally

Come abbiamo già ribadito ampiamente, tu ti occupi del percorso della Dakar: è stato strano passare a questo ruolo, dopo anni in auto? 

”Preciso che passo davvero pochissimo tempo sulla scrivania. Sono un uomo d’azione, non riesco a stare fermo: la mia vita è in mezzo alle dune, alle montagne e ai deserti, ho lavorato davvero dappertutto. Nella mia carriera ho sempre vissuto una doppia vita. Posso dire di aver iniziato a organizzare corse già quando ero giovane: negli anni ’70 ho corso nell’enduro, facendo parte dello stesso Motoclub di Miki, che faceva motocross, e di fatto ci siamo conosciuti davvero lì. Nel mentre però, nel 1974 organizzavo già la mia prima gara a 16 anni e mezzo: ovviamente una ”garetta” di moto abusiva per l’età e il resto (ride). Ho sempre vissuto due percorsi, uno da copilota/pilota e l’altro da organizzatore: ho tracciato il Rally dell’Elba, traccio tuttora il Rally d’Italia del WRC, ho fatto percorsi in giro per il mondo, collaborando con l’Acropolis Rally e disegnando il Japan Rally del Mondiale. Ora non guido più, ma non è detto che un giorno mi venga in mente di tornare in macchina (ride)! Sono un giramondo di natura, amo questo lavoro: da bambino scappavo di casa per cercare stradine in cui giocare, ora cerco zone interessanti e difficili per il percorso della Dakar e di altri rally. Posso dire di essere pagato per fare qualcosa che mi diverte, è un privilegio”.

Chiudo con una domanda sul futuro della Dakar. Quali sono le tue sensazioni riguardo alle edizioni future? Si tornerà in Africa, verranno esplorati nuovi paesi e/o continenti oppure si resterà in Sudamerica?

”ASO è una grande azienda e un gruppo di livello mondiale, è difficile prevedere le sue idee future. Da un punto di vista ideale, posso dire che ci sono varie zone che potrebbero essere interessanti per la Dakar: l’Africa può tornare, magari non solo il Nord, ma anche le zone del Sud e nuovi paesi. Ma ci sono anche degli altri paesi interessanti: la zona dell’Arabia Saudita, degli Emirati, oppure nuovi paesi sudamericani da scoprire e visitare. La mia personalissima idea è che arriverà il momento in cui si penserà all’addio al Sudamerica, per dare linfa nuova alla Dakar, ovviamente con un progetto ben definito: a quel punto, il ritorno in Africa potrebbe essere un’opzione intrigante, ma non l’unica”.

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