Maurizio Arrivabene (fonte The Independent)

Quattordici vittorie in ottantuno gare disputate. Questo è il bottino del quadriennio di Maurizio Arrivabene al timone della Scuderia Ferrari. Un bilancio complessivamente positivo, anche se non privo di zone d’ombra risultate probabilmente decisive per porre fine alla sua esperienza a capo del Cavallino rampante. Al team manager bresciano classe 1957 vanno riconosciuti diversi meriti. Non era semplice risollevare la casa costruttrice italiana dalla crisi di risultati in cui era piombata con il passaggio ai motori turbo. La stagione 2014, terminata senza successi, con due soli podi ed un disastroso quarto posto nella classifica costruttori, dietro a Mercedes, Red Bull e Williams, ha rappresentato il punto più basso della recente storia della Ferrari e segnato la fine dell’epoca di Luca Cordero di Montezemolo. Scelto da Sergio Marchionne, Arrivabene ha ridato slancio e vitalità al reparto corse. Ha puntato su Sebastian Vettel per il rilancio ed il tedesco ha ricambiato la sua fiducia vincendo. Nel 2015 tre vittorie e la sensazione di potersi avvicinare alla Mercedes pigliatutto di Hamilton e Rosberg. Un’idea rimasta tale per tutto l’anno successivo, ma divenuta realtà nell’ultimo biennio. La Rossa è tornata a recitare un ruolo di primo piano, lottando per il Mondiale da protagonista come non accadeva da tempo. E questo è a suo modo un grandissimo successo.

RIMPIANTO Il vero rammarico sta proprio nello zero alla voce “titoli mondiali”. Le occasioni per conquistare l’iride ci sono state. Nel 2017, durante tutta l’estate, la Ferrari ha dato l’impressione di poter sottrarre alla Mercedes lo scettro e solamente in autunno, complice la sfortuna, ha alzato bandiera bianca. L’ultima stagione ha mostrato un Cavallino ancora più agguerrito e, forse, complessivamente superiore alla Freccia d’argento. La differenza si è materializzata nel confronto tra piloti, che ha visto prevalere la freddezza di Hamilton sull’emotività di Vettel. Arrivabene ha pagato la mancata conquista di un titolo che manca da 11 anni. Forse, tutto è naufragato nel pomeriggio monzese, quando la carambola al via ha tolto serenità a Seb e lucidità al box. Paga Maurizio, direttore di valore, ma privo di un titolo mondiale a lungo accarezzato, uomo senza peli sulla lingua, diretto e schietto nei modi, anche a costo di sembrare eccessivamente sicuro dei propri mezzi o tacciato di arroganza. Ora tocca a Mattia Binotto. Fare meglio del suo predecessore è già una grande sfida.

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