Dakar 2019

La Dakar 2019 si è conclusa nella serata di ieri: cinque equipaggi italiani sono arrivati al traguardo (Gerini, Pavan, Minelli nelle moto, Schiumarini e Liparoti nelle auto), mentre un totale di 193 piloti ha concluso la corsa, all’incirca la metà di quelli che avevano preso il via. Per la precisione, parliamo di 75 moto, 15 quad, 56 auto, 20 SxS e 14 camion (180 in totale), ai quali si aggiungono i tredici piloti che hanno usufruito della second chance concessa ad auto e camion: i beneficiari sono rientrati a partire dalla 6a tappa, gareggiando in una classifica a parte che è stata vinta da Orlando Terranova (Mini), che si era ritirato dopo aver subito un colpo alla schiena in seguito a un salto nelle dune. La ”vera” Dakar l’hanno vinta Toby Price (moto), Nasser Al-Attiyah (auto), Nicolas Cavigliasso (quad), Chaleco Lopez (SxS) ed Eduard Nikolaev (camion), e il miglior italiano è stato Maurizio Gerini, 14° nelle moto. Dopo aver dato questi dati, andiamo a fare un bilancio sulla Dakar. Parte così il nostro post-rally raid: proseguiremo con la Dakar degli italiani, e con un punto su ogni categoria. Ecco tutti i temi-chiave della Dakar 2019.

LOEB E BARREDA: QUANDO LA VITTORIA CONTINUA A ”RESPINGERTI”Sebastien Loeb e Joan Barreda sono i due grandi sconfitti della Dakar 2019: per entrambi, la ricerca del successo nella Dakar sta diventando una mezza ossessione, un obiettivo da raggiungere ad ogni costo. Sebastien Loeb ha esordito in questo mondo nel 2016, coi colori Peugeot: ha iniziato con un 9° posto, per poi chiudere secondo nel 2017, ritirarsi nel 2018 sulle Dunas de Ica e arrivare a questa edizione in modo rocambolesco. Peugeot aveva annunciato il disimpegno dalla Dakar, ”costringendo” tutti i piloti a passare a Mini per competere nel rally-raid. Tutti tranne Loeb, che si è iscritto con una Peugeot privata preparata da Ph Sport: obiettivo-vittoria per il re dei rally, che però si è scontrato con sfortuna ed errori. Un errore di navigazione gli è costato una mezz’ora nella prima tappa da apripista, i problemi meccanici ed elettrici delle tappe seguenti almeno un’ora e mezza, se non due ore: si può dire che Loeb, che ha vinto quattro tappe nelle auto, avrebbe conquistato la Dakar, senza errori o problemi. E così il rammarico cresce.

Rammarico anche per Joan Barreda, il cui rapporto con la Dakar ormai sfiora un drammatico masochismo: Joan è il pilota più veloce nella velocità pura sulla sabbia e sulle dune, ma pecca ancora nella navigazione e nella gestione della corsa. Si può dire che lo spagnolo va sempre al 110%, quando invece la Dakar si vince andando al 90% (Siviero dixit) e osando solo quando è necessario, magari in un paio di tappe: negli anni scorsi l’avevano frenato sfortuna e infortuni, quest’anno è toccato a un errore di navigazione collettivo nella frazione-mass start. Walkner e Brabec hanno trascinato Joan nell’errore, e lo spagnolo è rimasto intrappolato per due ore nelle dune, ritirandosi per disperazione. Joan Barreda, in nove partecipazioni alla Dakar, ha vinto 22 tappe. Eppure, non è mai neppure salito sul podio venendo bersagliato dalla dea bendata, e si è ritirato tre volte negli ultimi quattro anni (2016, 2018, 2019: 5° nel 2017) nonostante parta sempre da pilota favorito e più forte. Chissà se ce la farà nel 2020: tifiamo tutti per lui.

GIOIA E DOLORE: LA SFIDA VINTA DA TOBY PRICE, LA DELUSIONE DI QUINTANILLA– Un mese fa vi parlavamo dell’infortunio di Toby Price e del rischio che non prendesse il via della Dakar 2019, un mese dopo ci ritroviamo a commentare la sua vittoria. Il successo dell’australiano, che bissa la vittoria del 2016 e porta a 18 le vittorie consecutive di KTM (la prima fu di Meoni), è il più emozionante dell’intera corsa. Un mese fa Toby Price, campione del mondo cross-country 2018, si è fratturato lo scafoide in una caduta: nonostante tutto, ha corso la Dakar col polso in fiamme, controllando e gestendosi al meglio. Le immagini lo vedono staccare la mano incriminata dal manubrio in ogni rettilineo, guidando con un solo arto, e il suo volto sofferente a ogni tappa è il volto della Dakar 2019: nonostante tutto, Toby Price è sempre rimasto nella top-5 della Dakar, scalando posizioni man mano che avanzava la corsa. Nell’ottava tappa è andato in testa, e nei 112km di speciale di ieri ha blindato la vittoria: un pilota col polso rotto e tantissimo dolore ha battuto tutti, diventando l’eroe della Dakar. Dal dolore alla gioia per Price, dal sogno al dolore per Pablo Quintanilla: il cileno ha disputato una grande Dakar, lottando sempre per il successo e sbagliando solo quando ha aperto la strada. Fino all’inizio della decima tappa, dove scattava con 1’02” di ritardo da Toby Price, avrebbe potuto vincere: è stata fatale una caduta sulle dune, che gli hanno fatto prendere il contraccolpo che ha causato l’infortunio al piede e la perdita dei 20′ che l’hanno fatto scivolare al 4° posto finale. Dal sogno-vittoria alla medaglia di legno in un’ora: la Dakar è anche questo, sofferenza. 

SFORTUNA, ERRORI E… CADUTE: COLORO CHE POTEVANO FAR BENE, MA NON SONO ARRIVATI A LIMA– La Dakar, nel corso delle dieci tappe, ha perso tanti protagonisti, anche nella tappa finale. Nelle moto, oltre a Joan Barreda, si sono persi per strada tra gli altri Adrien van Beveren (era 2°) e Ricky Brabec, traditi entrambi dalla rottura del motore: heartbreak per Brabec, che stava dominando la corsa e si è ritirato al km 56 dell’ottava tappa, la stessa tappa dove si era ritirato nel 2018 per… la rottura del motore. Ha chiuso in lacrime, hanno chiuso in barella invece Lorenzo Santolino e Paulo Gonçalves: peccato per Santolino, al debutto su Sherco e in risalita nella classifica generale. Avrebbe potuto chiudere nella top-5, visti i tanti ritiri. E peccatissimo per Jacopo Cerutti: il migliore degli italiani si trovava in 17a posizione, prima della brutta caduta causata da una pietra sporgente sul tracciato. Husqvarna distrutta e addio alla corsa: poteva sognare la top-10, visto lo sviluppo seguente della Dakar delle moto. Grande rammarico anche per Carlos Sainz, che ha buttato via la Dakar da detentore del titolo nelle auto restando fermo per ore nelle dune, e per Stephane Peterhansel: raramente Monsieur Dakar ha commesso così tanti errori ed è rimasto bloccato così tante volte nelle dune. E, nonostante tutto, avrebbe potuto comunque chiudere secondo alle spalle di Al-Attiyah: niente da fare per lui, perchè si è ritirato dopo che un salto nelle dune ha compromesso la schiena del copilota Castera, che non avrebbe potuto proseguire. Tutti questi sfortunati big meritavano una menzione, e la merita ogni ritirato della Dakar: si rifaranno l’anno prossimo.

SOLIDARIETÀ E FRATELLANZA: QUANDO I PILOTI ONORANO LO SPIRITO DELLA DAKAR– La solidarietà tra piloti è sempre stata il fulcro della Dakar: se si nota un pilota fermo sul percorso, ci si ferma a soccorrerlo, anche perchè il tempo perso verrà riaccreditato. E così, abbiamo assistito a tanti bellissimi momenti di solidarietà: Adrien van Beveren si è fermato per più di dieci minuti per soccorrere Lorenzo Santolino e confortarlo fino all’arrivo dei medici, Sam Sunderland ha fatto lo stesso con Paulo Gonçalves. E ieri Toby Price si è fermato mentre si stava giocando tutto per vedere come stava Pablo Quintanilla. La Dakar è anche questo, e chi sgarra paga: chiedere a Karginov, squalificato perchè non si era fermato a soccorrere uno spettatore investito dal suo Kamaz.

PRICE, AL-ATTIYAH, CAVIGLIASSO, CHALECO LOPEZ E NIKOLAEV: CINQUE VINCITORI, CINQUE CAMMINI DIVERSI– 5 vincitori, 5 percorsi. Toby Price ha lottato dall’inizio alla fine, conquistando la vetta nella penultima tappa e legittimandola ieri. Nasser Al-Attiyah ha perso la leadership in una sola frazione, disputando una Dakar intelligente, che ha mischiato controllo e gas, e vincendo tre tappe: vince la terza Dakar, tutte a distanza di quattro anni (2011, 2015, 2019), tutte con marchi diversi (Volkswagen, Mini, Toyota). Nicolas Cavigliasso non ha fatto prigionieri: in testa dal primo all’ultimo metro dei quad, otto vittorie di tappa su dieci e 1h55′ sul secondo. Chaleco Lopez ha assaggiato la vetta a metà Dakar, si è perso nella tappa seguente e sembrava spacciato, e poi ha riconquistato la leadership quando Varela e Moreno si sono smarriti nei SxS, perdendo più di un’ora. E infine, Nikolaev: per lui un duello interno coi Kamaz di Karginov e Sotnikov, vinto dopo aver riconquistato la vetta nella 9a tappa. Cinque vincitori, cinque storie differenti, che approfondiremo nei prossimi giorni.

GRINTA E AMPI DISTACCHI: L’ALTRA DAKAR– La Dakar è lotta per la vittoria, ma anche per arrivare fino in fondo. Ci sono tantissimi piloti che vivono il rally-raid come un’esperienza indimenticabile, volta al solo e unico obiettivo di chiudere la corsa indenni: le difficoltà e i problemi tecnici fanno parte del percorso, e vengono vissuti da alcuni (citiamo il nostro Schiumarini e i suoi post Instagram) come parte integrante dell’avventura. È l’altra Dakar, quella dei piloti Original by Motul (malle-moto) che corrono senza assistenza e riparano da soli ogni guasto, quella delle auto che arrivano al bivacco la mattina dopo, magari pochi minuti prima della partenza della tappa seguente e dopo aver dormito sulle dune. È la Dakar nella quale l’ultimo delle moto arriva a 70h, e il penultimo delle auto a 276h con una penalizzazione di 27 ore: in pratica, se la Dakar si corresse ”in linea” e senza interruzioni, il povero Bruno Afonso Martines sarebbe arrivato dieci giorni dopo Nasser Al-Attiyah. E l’avrebbe fatto col sorriso.

SABBIA E DIFFICOLTÀ: UNA DAKAR CHE HA VINTO LA SCOMMESSA CON SÈ STESSA– La Dakar tutta peruviana non aveva convinto gli scettici e i puristi, ma ha convinto noi. La varietà delle dune e della sabbia trovata dai piloti ha generato vari problemi: meccanici ed elettrici nelle auto, dovuti ad incidenti nelle moto. E poi, l’incubo di chi si blocca nelle dune per surriscaldamenti (temperature vicine a 40°) o… troppa sabbia. Ma anche il temuto fesh-fesh, la sabbia finissima che impedisce la visuale. Insomma, piloti e spettatori si sono divertiti, e i tanti ritiri (ma anche gli ampi distacchi) dimostrano l’assoluta difficoltà di questa edizione. E poi, abbiamo visto tantissima sabbia: Dunas de Ica, Super-Ica, Dunas de Tanaka, Dunas California, Duna Argentina, Dunas de Acari e probabilmente altre che non ricordiamo su due piedi. Tutte con paesaggi fantastici e mozzafiato, e con tantissimo pubblico. Il Perù ha vinto la sfida-Dakar, la Dakar ha vinto la sfida-Perù. E vedremo cosa succederà nel 2020, e dove ci porterà il rally-raid più bello e famoso del mondo: noi non vediamo l’ora di ricominciare il viaggio-Dakar (nonostante le notti insonni ad aspettare gli italiani), e voi?

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *