Per dirla alla Cremonini, da venticinque anni non è più domenica. Colpa di un 1 maggio entrato tragicamente nella storia della Formula 1 e nei cuori degli appassionati, attoniti di fronte alle immagini provenienti da Imola. Alla curva del Tamburello, al settimo giro del Gran Premio di San Marino, la Williams di Ayrton Senna si schianta contro il muro protettivo. Un urto terribile, scioccante e, purtroppo, tragico. Il braccetto di una sospensione anteriore si stacca e trafigge il casco giallo del “Campeao”. Nessuno vuole crederci. C’è chi prega, chi spera, chi inizia a piangere. Alle 18, dall’Ospedale Maggiore di Bologna arriva l’annuncio: Ayrton non ce l’ha fatta.

GENIO

All’improvviso, in un pomeriggio incredibile e funesto, la Formula 1 si trovava orfana della propria icona principale. Senna era il volto simbolico dell’intero movimento per diverse ragioni. In primis, era un vincente. Ma ciò che lo rendeva un magnete irresistibile per gli appassionati non era tanto la quantità di vittorie, comunque notevole guardando ai tre titoli iridati e ai 41 successi, quanto piuttosto la capacità di generare imprese incredibili. Ad Ayrton non piaceva solamente imporsi sul resto della concorrenza. Riusciva a rendere uniche le gare, regalando sorpassi e rimonte memorabili o superando ostacoli di ogni sorta. Una scintilla nata sotto la pioggia battente di Montecarlo nell’84 e proseguita con la rimonta mondiale a Suzuka quattro anni dopo, con la lotta contro il cambio quasi rotto ad Interlagos nel ’91 e con i cinque sorpassi al primo giro di Donington all’ultima stagione alla McLaren, prima del passaggio alla Williams. Imprese straordinarie, consegnate per sempre alla memoria dei tifosi.

SFUMATURE

Ayrton è entrato nella storia anche per i duelli senza fine con Alain Prost. Il francese, trovato al momento dell’approdo alla scuderia di Woking, è stato la sua nemesi perfetta. Tanto Senna era aggressivo e fantasioso in pista quanto l’erede di Niki Lauda era freddo e cinico nel leggere gli sviluppi della gara. Duelli sfociati in colpi proibiti e faide, come testimoniati dagli incidenti a Suzuka nell’89 e nel 90’, valsi un titolo a testa per i due contendenti. Ma Ayrton non era solamente un pilota altamente competitivo. Il brasiliano piaceva anche per il suo lato generoso. Nel 1991 si fermò per aiutare il collega Martin Donnelly, sbalzato dall’abitacolo della propria vettura con conseguenti multiple fratture. Un anno dopo, a Spa, Senna corse ad aiutare il collega Erik Comas, rimasto coinvolto da un terribile incidente che rischiava di far esplodere la propria vettura. Una dimostrazione dei valori di cui disponeva il “Campeao”. Senna era questo e molto altro. Ammetteva senza problemi di vivere intensamente la propria fede cristiana e parlava apertamente della disparità di ricchezza presente in Brasile e nel mondo. Tutt’ora la sua fondazione è attiva per aiutare i meno fortunati. Senna ha dato tutto sé stesso, con la generosità che lo contraddistingueva. In quel maledetto 1 maggio, aveva persino portato nell’abitacolo la bandiera austriaca per omaggiare Roland Ratzenberger, lo sfortunato collega scomparso il giorno prima. Un triste destino, accompagnato dallo slogan “the show must go on” ideato da una Formula 1 più miope che mai, si è portato via tragicamente il suo carisma, celato dallo sguardo timido di un campione senza tempo.

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