Maurizio Gerini

MILANO, dal nostro inviato a Eicma Marco Corradi

Maurizio Gerini è stato il più costante tra i piloti italiani che concorrono nei rally-raid nell’annata che sta per concludersi: il ligure (è di Chiusanico, Imperia) ha completato la sua miglior Dakar, chiudendo 14° nella corsa disputata interamente in Perù e con qualche rammarico per delle condizioni fisiche non ottimali nella fase iniziale, si è confermato al Merzouga Rally chiudendo sesto e prima dello sfortunato ritiro stava concludendo un ottimo Rallye du Maroc. Ora Gerry, insieme agli altri protagonisti del mondo dei rally-raid, dovrà prepararsi alla nuova edizione della Dakar, che verrà corsa per la prima volta in Arabia Saudita: la scarsa conoscenza del terreno e le grandi incognite sul percorso in terra araba potrebbero lasciare spazio a delle sorprese, e i nostri piloti vogliono dare il massimo. Quest’oggi, durante una delle due giornate aperte esclusivamente alla stampa di Eicma 2019, abbiamo intervistato Maurizio Gerini: ecco le parole del portacolori del team Solarys Racing ai microfoni di “Bandiera a scacchi”.

Ciao Maurizio, partiamo dalla nuova sfida della Dakar 2020, che si correrà in Arabia Saudita. Come vi state avvicinando al “Capitolo 3” della Dakar, e quali sono le tue sensazioni?

“Sarà una novità per tutti. Continuano ad arrivarci notizie e indiscrezioni, a volte anche discordanti, e non ci sono ancora certezze sul percorso. Stando a quanto sappiamo oggi, pare che la prima parte sarà montana e rocciosa, con terreni compatti, e la seconda parte dopo il riposo sarà ricca di sabbia e ambientata totalmente nel deserto. Però siamo tutti un po’ sul chi va là, non avendo ben chiaro a cosa andremo incontro: i paesaggi desertici alla fine si assomigliano un po’ tutti, magari varia la compattezza della sabbia, quindi c’è apprensione su questo, ma è relativa. Diciamo che il grande pensiero è quello di andare in uno stato nuovo, che non conosciamo e dovremo imparare a conoscere, ma sono convinto che non appena si arriverà in prossimità della gara tutte queste preoccupazioni svaniranno. Quando gareggi e sei concentrato al 100% sulle speciali e sui tuoi obiettivi, tutti i fattori esterni che oggi ci stanno facendo preoccupare non conteranno più nulla”.

Tracciamo un bilancio del tuo 2019: sei soddisfatto oppure avresti potuto fare meglio?

“Sono tutto sommato soddisfatto. Sai meglio di me che i piloti non sono mai soddisfatti al 100%, pensiamo sempre di poter fare di più. Ho fatto molta esperienza, molte più gare internazionali e ho portato a casa la vittoria del Transanatolia, un rally-raid molto bello e molto costruttivo, che mi ha insegnato tante cose. La piccola nota dolente è stata il Rally del Marocco, dove mi sono dovuto ritirare per un problema tecnico a un centinaio di km dall’arrivo: una “stupidata” che però ha interrotto il mio percorso in quella gara. Tutto sommato però devo dire che le ultime due gare che ho fatto in Marocco sono state un ottimo allenamento in vista della nuova Dakar. Tornando a noi, non posso che essere soddisfatto di quest’annata agonistica: c’è stato un pizzico di sfortuna e qualche volta non ero al 100%, ma è stata una stagione positiva”.

Torniamo alla Dakar 2019, che hai chiuso al 14° posto (miglior risultato, ndr): ci racconti la tua esperienza in Perù? La top-10 è un sogno raggiungibile in futuro?

”Sicuramente è il mio grande sogno. So però che, con la mole di piloti ufficiali che ci sono attualmente e col livello alto che c’è nei rally-raid, è tutt’altro che facile. L’anno scorso ho avuto un po’ di problemi fisici dovuti a un virus contratto all’incirca a metà gara, ma è filato quasi tutto liscio e ho disputato un’ottima gara: riconosco che replicare quel 14° posto sarebbe già un risultato importante, ma voglio provare a migliorarmi. Ho fiducia nei miei mezzi, so a che punto posso arrivare e a cosa andrò incontro, e voglio disputare un’altra Dakar ad alto livello. Il tutto ovviamente rimanendo coi piedi per terra”.

Nel 2019 hai disputato il Merzouga Rally (6°) e il Rally del Marocco, due rally-raid molto diversi che hanno in comune il fatto di essere disputati nel paese nordafricano: quali sono le differenze tra queste due gare?

”Diciamo che il Rally del Marocco, che fa parte del Mondiale e si è concluso poco tempo fa, è stata una gara atipica per come conoscevo io il paese. Avevamo come partecipanti anche le auto e i camion, a differenza del Merzouga, quindi i percorsi erano composti maggiormente da tratti “su pista” e in minor misura da tratti fuoripista. Questa è stato senza dubbio una condizione diversa, perchè le piste erano più veloci e le strade distrutte dagli eventi climatici e dall’abbandono: abbiamo trovato condizioni anche leggermente pericolose e questo, considerando che un infortunio a così poca distanza dalla Dakar sarebbe stato fatale, mi ha fatto un po’ rallentare il ritmo e pensare più alla sicurezza, pur facendo esperienza e trascorrendo ore preziose in moto. Ho corso le gare proprio con due approcci differenti: più aggressivo al Merzouga, più controllato al Rally del Marocco”.

Nel Rally del Marocco è stato sperimentato un nuovo roadbook, che ha portato anche a svariati errori di navigazione da parte dei big della specialità.

”Le strade in parte hanno influito negli errori di navigazione, ma le novità riguardo al roadbook hanno avuto un peso oltremodo maggiore. In due tappe il roadbook ci è stato consegnato poco prima della partenza, una cosa che ha di fatto riequilibrato il campo tra i piloti ufficiali, che sono dotati di costosi map-men che gli consentono di conoscere sempre la via più rapida e magari avere anche aggiornamenti last-minute sulle variazioni del percorso. Questa novità del roadbook, che verrà sperimentata anche alla Dakar 2020, ha dato un’opportunità ai piloti “privati” e ha ovviamente aumentato gli errori: chi parte per primo rischia grosso, e lo spettacolo aumenta”.

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