Letteralmente significa  “distruzione delle immagini”, con particolare riferimento ai dipinti sacri. L’iconoclastia è stato un fenomeno culturale e politico diffusosi tra l’VIII e il IX secolo d.C., avviato dall’imperatore Leone III Isaurico. Lo scopo di questa iniziativa era ridurre l’influenza sulle masse da parte dei monasteri che possedevano immagini venerate. Per certi aspetti, qualcosa di analogo si sta verificando nel mondo dei motori dal 2014 ad oggi. Gli iconoclasti sono Marc Marquez e Lewis Hamilton, padroni rispettivamente di MotoGP e Formula 1. Lo spagnolo in sella alla Honda e l’inglese al volante della Mercedes non si sono limitati a vincere, ma stanno letteralmente cannibalizzando la concorrenza nei rispettivi settori. Entrambi hanno fallito l’assalto al titolo in una sola occasione – Marc nel 2015, Lewis l’anno successivo – mentre nelle stagioni rimanenti si sono sempre laureati campioni del mondo. Otto i titoli del “Cabroncito”, sei le corone dell’anglo-caraibico. E l’anno prossimo potrebbe permettere un aggancio clamoroso a Valentino Rossi e Michael Schumacher, icone motoristiche e detentori di primati ritenuti finora irraggiungibili.

TOTEM

Dieci stagioni per il Dottore di Tavullia, quindici per il Kaiser di Hurth: tanto è trascorso dal loro ultimo sigillo iridato. Per rendere l’idea, nel 2004 Facebook era ancora lontano dal network mondiale conosciuto attualmente. E cinque anni dopo iniziava a prendere piede la rivoluzione dei cellulari con l’introduzione dei primi smartphone, comunque ancora distanti dai modelli attuali. Rossi e Schumacher sono stati molto più di due campionissimi. Hanno segnato un’epoca straordinaria, vincendo tutto e dominando in lungo e in largo. In pochi hanno dato la sensazione di imbattibilità, come se le sorti della singola gara, ancor più che del Mondiale, dipendessero esclusivamente dai loro umori. E la raccolta dei titoli iridati li ha eletti a totem delle rispettive categorie. Nessuno pensava dopo il loro clamoroso ciclo vincente che sarebbe arrivato velocemente qualcuno non solo in grado di avvicinare questi numeri, ma persino di raggiungerli e superarli.

DISTRUTTORI

Hamilton è arrivato nel Mondiale di Formula 1 un anno dopo il primo ritiro di Schumacher. Ha sfiorato il titolo all’esordio, rifacendosi la stagione successiva. Ma è dal 2014 in poi che è iniziata la marcia trionfale di Lewis. Alla straordinaria velocità pura, testimoniata dal record di pole position a quota 88, l’inglese ha abbinato una sensibilità nella guida eccezionale. Nessuno riesce a gestire al meglio le gomme, rallentando l’usura anche con mescole apparentemente più sfavorevoli. Una caratteristica paragonabile con quell’incredibile senso di adattamento a condizioni meteorologiche diverse che fece la fortuna del grande Michael. E con Mercedes ha trovato anche il mezzo ideale per dominare con carisma e cinismo, esattamente come accadde al binomio Schumacher-Ferrari tra il 2000 e il 2004. Il passaggio di consegne tra Rossi e Marquez è stato decisamente più burrascoso rispetto a quanto accaduto in Formula 1, quando i due cannibali si sono incrociati per tre stagioni con ambizioni diverse. L’idillio tra Valentino e Marc è durato poco, cedendo il passo alla fame di vittorie di entrambi. Lo spagnolo non ha imitato il Dottore nel cambio moto, ma è stato in grado di attraversare con notevole acume le insidie dei recenti cambiamenti della MotoGP, come il passaggio dalle Bridgestone alle Michelin e l’introduzione della centralina unica. Attualmente il Cabroncito è l’ombelico del Motomondiale: sa essere uno stratega eccezionale se il meteo fa le bizze e un vorace predatore nelle domeniche in cui mezzo e pista stuzzicano il suo appetito. Dal punto di vista statistico, Vale e Marc sono accomunati da un dato: sono gli unici nel Nuovo Millennio ad aver conquistato almeno due titoli di fila. L’anno prossimo Marquez proverà a entrare nel club ristretto dei vincitori di cinque Mondiali consecutivi. Più complessa la rincorsa al numero di vittorie di Rossi – 115 a 82 per il pesarese – anche perché il Dottore può ancora incrementare il bottino. Meno difficile la strada di Hamilton, distante solamente 7 lunghezze dal record di 91 successi di Schumacher. Un motivo in più per seguire la rincorsa ai record degli iconoclasti.

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