Paulo Goncalves

La 7a tappa della Dakar 2020, che portava la corsa da Riyadh a Wadi Al Dawasir, è stata funestata dalla tragica scomparsa di Paulo Gonçalves. Il pilota portoghese è stato vittima di una dura caduta al km. 276, patendo un arresto cardiaco: Toby Price, Kevin Benavides e Stefan Svitko si sono fermati per prestare i primi soccorsi e sincerarsi delle sue condizioni, ma la situazione era già grave. Paulo Gonçalves è stato rianimato dai mezzi di soccorso della Dakar, arrivati a soli otto minuti dall’allarme lanciato dal sistema che controlla i parametri vitali dei piloti, ma è deceduto in ospedale, spegnendosi a soli quarant’anni.

Paulo Gonçalves, che quest’anno gareggiava con Hero Motorsports (casa indiana) dopo la separazione da HRC, è stato uno dei grandi protagonisti recenti della Dakar: ha ottenuto quattro top-10 negli ultimi dieci anni, chiudendo secondo nella Dakar 2015 alle spalle di Marc Coma. Gonçalves era molto amato nel paddock da piloti e addetti ai lavori, per questo la sua tragica scomparsa ha toccato molti dei partecipanti alla Dakar 2020. Inizialmente sembrava che tutto dovesse svolgersi senza intoppi nella giornata di domani, e invece qualche minuto fa gli organizzatori della Dakar hanno annunciato un cambiamento nel programma di lunedì 13 gennaio. Per rispetto a Paulo Gonçalves, e per consentire a chi l’aveva conosciuto e apprezzato di onorare al meglio la sua scomparsa, l’ottava tappa è stata cancellata per moto e quad. Mentre vi scriviamo, i piloti e l’intera “famiglia” della Dakar stanno rendendo omaggio con un minuto di silenzio e pregando per Gonçalves nel bivacco del rally-raid. Niente operazioni di gara dunque per moto e quad, mentre auto, camion e SxS affronteranno l’8a tappa: 716km di anello intorno a Wadi Al-Dawasir, con 477km cronometrati che alterneranno tratti rocciosi e montuosi a zone sabbiose e ricche di dune nel sud dell’Arabia Saudita.

DAKAR: PAULO GONÇALVES È LA 72A VITTIMA DEL RALLY-RAID– Con la tragica scomparsa di Paulo Gonçalves, la morte si è riaffacciata alla Dakar a cinque anni dalla scomparsa del 39enne motociclista polacco Michal Henrik, trovato morto sul percorso della 3a tappa della Dakar 2015. Sono in tutto 72 le vittime della Dakar, tra piloti (29), addetti ai lavori, spettatori e membri dei team/dell’organizzazione. La prima vittima del rally-raid, nato nel 1979 da una “visione” di Thierry Sabine, fu il motociclista Patrick Dodin, autore di una caduta mentre cercava di sistemarsi il casco. Nel 1981 toccò invece al giornalista Giuseppe De Tommaso di Motosprint e a due meccanici perdere la vita in un incidente automobilistico, mentre l’anno seguente morirono il motociclista olandese Bert Oosterhuis, una giornalista tedesca (che venne investita a bordo strada) e un bambino maliano, travolto da un veicolo dell’organizzazione. Nel 1983, ancora lacrime per la scomparsa del motociclista francese Pineau, mentre nel 1984 la Dakar pianse una spettatrice, travolta da un’auto in Burkina Faso: uno scenario vissuto anche l’anno seguente, con una bambina nigeriana che venne investita da una vettura partecipante alla corsa, ma nello stesso anno perse la vita anche il passeggero di un elicottero diretto a Dakar per seguire la gara. Nel 1986 la Dakar visse una delle sue annate più tragiche, e “fagocitò” anche il proprio creatore: Thierry Sabine morì nella caduta di un elicottero al seguito della corsa, e con lui persero la vita quattro persone. Nella corsa, invece, ecco la scomparsa del giapponese Yasuo Kaneko e dell’italiano Giampaolo Marinoni: Marinoni, vincitore di due tappe, cadde ad alta velocità a 40km dalla fine dell’ultima tappa che riuscì a concludere, salvo poi morire all’ospedale di Dakar per le lesioni interne riportate nell’incidente.

Nel 1987, invece, il francese Henri Mouren venne investito da un’auto a Kiffa (Mauritania). L’anno seguente, sei morti per la Dakar: il navigatore di camion olandese Kees Van Loevezij a Djado (Niger), l’automobilista francese Patrick Canado e tre spettatori, tra cui una madre e sua figlia. Successivamente muore in ospedale di Parigi il pilota francese Jean Claude Huger, caduto in Mali. La Dakar tornò a piangere la scomparsa di un membro della “famiglia” due anni più tardi, quando il giornalista finlandese Kaj Salminen perì dopo un incidente, mentre nel 1991 il francese Charles Cabannes (autista del camion-assistenza di Citroen) venne ucciso in un agguato tuareg a Kadaouane (Mali). Nel 1994, scomparsa in un incidente per i francesi Laurent Le Bourgeois e Jean-Marie Sounillac (assistenza Range Rover), e per il motociclista Gilles Lalay in Congo. La Mauritania fu invece fatale per il motociclista belga nel 1994, in un’edizione scandita anche dal decesso di un bambino senegalese, investito da un veicolo dell’assistenza. Nel 1996, invece, tre decessi: il francese Laurent Gueguen (camion) finì vittima nell’esplosione di una miniera abbandonata nel sud del Marocco, in Guinea invece la moto del francese Marcel Pilet uccise una ragazza, mentre lo spagnolo Tomas Urpi morì in un incidente d’auto nei pressi del proprio albergo. Morte che arrivò a colpire anche il motociclista Jean-Pierre Leduc nell’edizione 1997, dopo un incidente in Senegal. Il 1998 vide invece uno degli incidenti più assurdi della storia della Dakar: quattro persone morirono e tre rimasero ferite nello scontro tra un’auto partecipante e… un taxi.

Dopo tre anni di “tranquillità”, la morte tornò ad affacciarsi alla Dakar nel 2001, quando nella città francese di Montalban morì in un incidente il conducente di un veicolo di supporto alla corsa: morte che andò a toccare anche un meccanico del team Toyota dopo un incidente in Mauritania. I primi anni del Duemila furono funesti per la Dakar: nel 2003 scomparve il copilota Bruno Cauvy dopo un incidente in Libia, nel 2005 invece ecco la tragica morte di Fabrizio Meoni (vincitore con KTM nel 2001 e nel 2002) dopo un arresto cardiaco seguito a una caduta a Kiffa, in Mauritania. Nello stesso anno morirono anche il motociclista spagnolo José Manuel Perez, una bambina (5 anni) investita da un camion e due motociclisti belgi che supportavano René Delaby. Gli anni orribili proseguirono fino alla fine dell’esperienza africana: nel 2006 morirono Andy Caldecott (caduta in Mauritania) e due bambini investiti da dei partecipanti, nel 2007 il motociclista Elmer Symonds e il francese Eric Aubijoux, vittima di un attacco di cuore in Senegal. La corsa venne annullata nel 2008 per l’uccisione di quattro turisti francesi in Mauritania, e ripartì dal Sudamerica nel 2009 con la tragedia del motociclista Pascal Terry, che scomparve e venne trovato morto in Argentina due giorni dopo, stroncato da un arresto cardiaco.

Il Sudamerica fece le sue vittime: nel 2010 una spettatrice venne investita in Argentina dalla vettura di Mirco Schultis, nel 2011 un uomo morì in un incidente d’auto con l’argentino Eduardo Amor, nel 2012 invece la tragica scomparsa del motociclista Jorge Andreas Martinez Boero. Infine, le tragedie più recenti: nel 2013 due persone morirono nella collisione tra un veicolo dell’assistenza e due taxi, mentre il pilota francese Thomas Bourgin morì nello schianto con un veicolo della polizia cilena. Nel 2014 la morte del belga Eric Palante e di due giornalisti argentini in un incidente stradale, poi le tragedie recenti di Michal Hernik (2015) e Paulo Gonçalves (2020). La Dakar ha aumentato estremamente la sicurezza, non perdendo mai di vista i piloti grazie al GPS e ai sistemi che tracciano i loro parametri vitali (oltre a inserire dei sistemi per chiamare i soccorsi e l’assistenza dalle proprie moto), ma purtroppo l’elemento di rischio non potrà mai essere cancellato da una gara che viene disputata nel deserto e/o in ampi spazi aperti. Il rischio e l’adrenalina che ne consegue fanno parte della Dakar, così come fanno parte della F1, del Motomondiale e del road racing (TT, Macao ecc). Ecco perchè domani i piloti piangeranno Paulo Gonçalves, ma il giorno seguente torneranno a sfrecciare nel deserto e affrontare le dune e i terreni rocciosi della Dakar.

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