Dakar 2020

La Dakar 2020 è finita, evviva la Dakar 2020. Come accadde per lo spostamento dall’Africa al Sudamerica, c’era qualche dubbio riguardo al trasloco del rally-raid più famoso del mondo in Asia e in Arabia Saudita, ma la scommessa (per ora) può definirsi assolutamente vinta. Nella sconfinata nazione guida da Re Salman, la Dakar ha trovato un habitat per certi versi simile a quello africano: continui cambiamenti di terreno, con un deserto sconfinato (Rub Al-Khali, superficie pari a quella della Francia) a concludere un rally-raid che era iniziato alternando “piste” e terreni rocciosi a zone montuose (fino a 1.500m) e sabbia fine/dune, ma non solo. La Dakar 2020 ha garantito, per il disegno delle tappe e le difficoltà nella navigazione aumentata dalla gestione differente del roadbook (spesso consegnato a 15′ dallo start), continui colpi di scena ed emozioni per gli appassionati italiani e non. Sono tante le tematiche dell’edizione che si è appena conclusa, andiamo a ripercorrerle insieme. Prima di farlo, però, ci soffermiamo un attimo anche sull’aspetto che avremmo voluto non dover citare, il dolore per la morte di Paulo Gonçalves: non si poteva fare di più per il pilota portoghese, che di fatto è morto sul colpo, ma il ritorno della morte nella Dakar (e l’incidente all’11a tappa di Edwin Straver, tuttora in condizioni critiche) deve far riflettere per provare a incrementare ulteriormente delle normative di sicurezza già eccellenti. Un abbraccio ai familiari di Paulo, e ora incominciamo la nostra analisi.

DAKAR 2020, RICKY BRABEC E CASEY CURRIE: L’ORGOGLIO DEI BORN IN THE USA– Fino a stamattina, gli Stati Uniti non avevano mai conquistato la Dakar in 42 edizioni. Poche ore dopo, entravano nell’olimpo del rally-raid con due vincitori “born in the USA”. Da un lato, un pilota che ha inseguito a lungo la vittoria e ha potuto finalmente esultare (Ricky Brabec), dall’altro un quasi-rookie alla seconda esperienza in una classe ancora “embrionale”, che attrae costantemente nuovi piloti alla ricerca di sfide (Casey Currie). Ricky Brabec e Casey Currie hanno in comune più di quanto si pensi: è stato infatti proprio Brabec, insieme ad Andrew Short, ad allenare il 36enne, un passato nella Baja 1000 e nell’apprezzatissimo Monster Jam. Casey Currie ha appreso al meglio e, dopo una Dakar difficile al debutto (4° con parecchi errori), ha centrato il bersaglio grosso al secondo anno: l’ha fatto sfruttando la propria regolarità e abilità nell’evitare gli errori, perchè di fatto non ha conquistato neanche una vittoria di tappa nell’edizione saudita. Casey Currie, già primo dopo la 3a tappa, ha approfittato degli errori altrui e della propria costanza per riprendersi la vetta dei SxS dopo la 7a frazione e non mollarla più: si è tolto anche il lusso di “passeggiare” e guidare in totale scioltezza nelle ultime tappe, perchè il suo vantaggio aveva superato i tre quarti d’ora e ormai la Dakar era totalmente nelle sue mani. Ha dominato la Dakar dei SxS con 39′ su Kariakin e 52′ su Chaleco Lopez, che dopo il successo dello scorso anno ha visto sfumare la vittoria nella 10a tappa: lì ha perso quasi un’ora e ha consegnato definitivamente la corsa a Casey Currie.

Diverso invece il percorso di Ricky Brabec, che aveva più di un conto in sospeso con la Dakar. La sua esperienza nel rally-raid più famoso del mondo era stata infatti costellata dalla sfortuna: dopo un buonissimo 9° posto nel 2016 e la vittoria di tappa nel 2017 al Salar de Uyuni, per Brabec erano infatti arrivati solo ritiri. Il più bruciante dei tre era datato Dakar 2019, una Dakar che Ricky Brabec aveva parzialmente in pugno fino alla 7a tappa, quando il motore della sua Honda ufficiale disse “ciao ciao”, costringendolo al ritiro e all’addio in lacrime. Nel 2020 Ricky Brabec aveva solo un obiettivo, vincere la Dakar e prendersi la propria rivincita nei confronti del destino: obiettivo perfettamente raggiunto, dominando in una categoria che storicamente (eccezion fatta per l’errore collettivo che incoronò Walkner) è sempre equilibrata, restando leader dalla 3a tappa in poi. Con due vittorie di tappa al punto giusto e una grande costanza, Ricky Brabec ha gareggiato “alla Peterhansel” e ha visto il proprio vantaggio raggiungere e superare i venti minuti: a quel punto, nonostante i tentativi di rientro di Quintanilla, ha controllato e assaporato ogni attimo della sua prima vittoria alla Dakar, gareggiando “al 70%” (parole sue) per “preservare sè stesso e la moto” dalla 9a tappa in poi. Texano dalla parlantina facile, dall’accento tagliente e dalla personalità dirompente, Ricky Brabec ha consegnato la prima Dakar agli USA, ma non solo: vincendo la Dakar 2020 ha spezzato un dominio-KTM che durava dal 2001, e vinto la corsa per HRC dopo 31 anni di infinito digiuno. L’ultimo a vincere per Honda era infatti stato Gilles Lalay nel 1989, concludendo un poker di vittorie HRC (2 Neveu, Orioli, Lalay): chissà che anche Brabec non dia il via a un’epoca vincente per la casa giapponese.

DAKAR 2020: LA VITTORIA DEL MATADOR SAINZ, IL DEBUTTO DI ALONSO– La terza tappa aveva consegnato la leadership a Ricky Brabec, la terza tappa l’ha consegnata anche a Carlos Sainz, vero e proprio dominatore della Dakar delle auto. Le dune saudite hanno fatto commettere qualche errore ai suoi rivali Al-Attiyah e Peterhansel, ma non al Matador spagnolo, che è entrato a suo modo nella storia: a 57 anni ha vinto la prima Dakar asiatica, completando un grandioso tris personale (2010, 2018, 2020) con tre marchi diversi (Volkswagen, Peugeot, Mini) e vincendo anche la sfida-Mini dopo un 2019 complicato. La sua storia alla Dakar è mostruosa nella sua efficacia: su 13 partecipazioni, ha concluso la gara sette volte e l’ha vinta in tre occasioni (più un terzo posto). Nella Dakar 2020 è stato implacabile: ha sfruttato al meglio la prima parte della Dakar, con le insidie nella navigazione e i continui cambiamenti di terreno, costruendosi un ampio margine su Al-Attiyah e Peterhansel. Margine che però è stato spazzato via dagli errori e dai problemi avuti nella 9a tappa: a quel punto Carlos Sainz sr. si è trovato a ripartire da capo, con soli 24” di vantaggio sul principe del Qatar. Una situazione che avrebbe potuto farlo innervosire, ma il vero campione esce in momenti del genere. Sainz ha vinto la tappa seguente, si è ricostruito un ottimo margine e si è messo nella condizione di poter assistere “in panciolle” al duello tra Al-Attiyah e Peterhansel per la seconda posizione, vinto dal qatariota grazie al successo nella 12a tappa, che ha relegato Monsieur Dakar in 3a posizione dopo una corsa a due volti: problemi di navigazione per le note in inglese nella prima, grande velocità e arrivo a 80 vittorie (record) nella seconda. Carlos Sainz ha vinto confermando la sua classe (4 successi di tappa), e per buona parte della Dakar 2020 ha condiviso i riflettori spagnoli con un altro pilota.

Fernando Alonso debuttava alla Dakar dopo l’addio al WEC e alla F1, seguendo una strada tracciata agli albori della Dakar da Jacky Ickx, vincitore nel 1983: tutti si aspettavano una Dakar molto complicata per Nando, che invece ha mostrato di sapersi adattare a qualsiasi situazione. Dopo qualche mese d’allenamento e apprendistato con Giniel de Villiers, il “rodaggio” al Rallye du Maroc e la scelta di Marc Coma come copilota, Fernando Alonso si è messo alla guida della Toyota Hilux #310 e ha mostrato un grande passo: ha chiuso nei dieci in piena scioltezza in otto tappe sulle dodici complessivi, lottando seriamente per la vittoria nell’8a tappa e nella chiusura a Qiddiya, ma soprattutto ha limitato gli errori. Un paio di problemi con la navigazione nelle prime tappe e due sfortunati incidenti hanno trasformato una Dakar che poteva essere trionfale in un buon debutto: nella 2a tappa ha distrutto una sospensione nello scontro con una roccia, perdendo 2h30′, nella 10a si è capottato su una duna e ha chiuso 56° e senza parabrezza, perdendo più di un’ora. Ha chiuso 13° a 4h42′ e senza intoppi sarebbe stato in lotta per la top-5 in un debutto da urlo, considerando che non aveva mai corso off-road prima del Rallye du Maroc (ottobre 2019), ma soprattutto è entrato nello spirito della Dakar: Nando ha più volte spiegato quanto siano state arricchenti per lui le difficoltà e le particolarità della Dakar, dal bivacco alle riparazioni self-made delle vetture per non aspettare l’assistenza, passando per quella camerata “comune” durante la Marathon Stage. Lo rivedremo sulle quattro ruote motrici molto presto, eventuali rientri in F1 permettendo.

DAKAR 2020: KARGINOV E CASALE, IL RITORNO ALLA VITTORIA– La Dakar 2020 è stata l’edizione delle prime volte (Brabec e Currie), delle conferme (Sainz) e dei ritorni al successo. In entrambi i casi, il ritorno al successo è arrivato con un assoluto dominio sull’edizione saudita del rally-raid. Dirompente la vittoria del russo Andrey Karginov, che ha raccolto lo status di leader dello squadrone-Kamaz dopo i problemi meccanici di Sotnikov e il ritiro per lo stesso motivo del vincitore dell’anno scorso Nikolaev, poi rientrato in gara sfruttando la Dakar Experience: Karginov ha vinto sette tappe e dominato nei camion, chiudendo con 42′ sul compagno Shibalov e mandando “fuorigiri” il bielorusso Viazovich, poi terzo a 2h. Nei quad, invece, dopo la decisione di non gareggiare dell’argentino Cavigliasso (che temeva attentati), è ricominciato il dominio del cileno Ignacio Casale: Casale aveva vinto nel 2014 e nel 2018, per poi tentare un improvvido salto sui SxS. Quest’anno è tornato nei quad e ha imposto un ritmo infernale, vincendo tre delle prime quattro tappe e vedendo gli avversari ritirarsi o scivolare molto indietro: il suo margine prima della 10a tappa superava i 45′, salvo poi accorciarsi per un grave errore di navigazione (ha seguito le erronee tracce di Al-Attiyah e Peterhansel) a soli 16′, per poi crescere ancora. Ignacio Casale ha dominato e vinto la sua terza Dakar (2014, 2018, 2020), Andrey Karginov è arrivato a quota due, bissando la vittoria del 2014 e proseguendo la serie vincente dei Kamaz: tre vittorie consecutive, dieci vittorie nelle ultime 12 edizioni, sedici vittorie dal 2000 ad oggi (7 Chagin, 4 Nikolaev, 2 Kabirov e Karginov, 1 Mardeev). Il deserto è blu, blu Kamaz.

LA DAKAR DEGLI ITALIANI: OTTIMO GERINI, SFORTUNATO CERUTTI E NON SOLO– Venti italiani (tra piloti ed “equipaggi”) avevano iniziato la Dakar, 14 la finiscono. Lo fanno con stati d’animo diversi: per alcuni è la prima volta, per altri il risultato sarebbe potuto essere migliore, altri sono contentissimi di… esserci. I migliori, ancora una volta, sono Maurizio Gerini e Jacopo Cerutti sull’Husqvarna del team Solarys Racing. Per entrambi la corsa è stata complicata all’inizio, tra forature, adattamento alla nuova Dakar e al nuovo roadbook, e ottima nella parte finale: senza errori avrebbero potuto lottare tranquillamente per la top-15 e chissà, magari anche battagliare fino all’ultimo per la top-10, visti i tanti ritiri/infortuni e l’uscita dai dieci di Kevin Benavides e Ross Branch. Maurizio Gerini ha vissuto una grandissima Dakar: ha chiuso ventesimo, appena alle spalle di Kevin Benavides, sfiorando la top-10 nella 10a tappa (era 9°, poi Faggotter e McCanney l’hanno superato) e mantenendo la top-5 per gran parte della frazione. Purtroppo per lui, mentre sognava la sua prima top-10 alla Dakar e un piazzamento di prestigio, la sua Husqvarna ha finito la benzina e ha chiuso quella frazione “trainato” da Howes. Dakar positiva per Gerini, Dakar che non ha convinto appieno invece lui stesso per Jacopo Cerutti: troppi errori/problemi per il comasco, reduce dal ritiro dell’anno scorso quando era tranquillamente in top-15 con un ottimo passo e 22° quest’anno.

Ottima invece la Dakar di Alessandro Barbero, che rientrava dopo l’unica partecipazione e il ritiro del 2018: ha chiuso 49°, con una crescita netta nei giorni finali. Hanno concluso nelle moto anche Alberto Bertoldi (70°), Cesare Zacchetti (73°), Mirko Pavan (75°), Francesco Catanese (82°) e Matteo Olivetto (93°). Nelle auto, l’unico italiano ufficialmente all’arrivo è stato Andrea Schiumarini, che ha concluso la sua seconda Dakar, non senza peripezie: Schiumarini, un maestro nei racconti dell’avventura-Dakar sui social, ha chiuso 52° con la sua Mitsubishi a oltre 49h da Sainz. Per lui l’importante era esserci, e lo stesso vale per Michele Cinotto ed Elvis Borsoi nei SxS: Cinotto, esponente di un team/mezzo privato, ha chiuso 25° mostrando una grande crescita nella seconda metà della Dakar, Borsoi e Pelloni invece erano in ottima posizione finchè un problema non li ha relegati in fondo alla classifica dei SxS con oltre 47h di ritardo. Hanno concluso la Dakar anche Claudio Bellina, Antonio Cabini e Paolo Calabria, rispettivamente 21°, 25° e 27° nei camion. L’hanno conclusa, usufruendo della seconda chance garantita dalla Dakar Experience e non comparendo dunque nelle classifiche finali, Carrara nelle auto e Liparoti nei quad. Percorso interrotto anzitempo invece per Fabio Fasola (moto), Ricky Rickler (camion), Stefano Marrini (SxS) e Fabio Del Punta (SxS): per loro un amaro ritiro.

INFORTUNI, SOLIDARIETÀ E SORPRESE: L’ALTRA DAKAR– La Dakar è fatta di bellissime storie, risultati sorprendenti, sogni infranti e spesso (purtroppo) anche dolore. Dolore per la morte di Paulo Gonçalves, ma anche dolore per gli infortuni che spezzano i propri sogni: hanno abbandonato anzitempo molti protagonisti, soprattutto nelle moto, e per le ragioni più disparate. Un tremendo infortunio dopo una caduta ha interrotto l’ottima Dakar di Sam Sunderland, la frattura della spalla ha “regalato” ad Adrien van Beveren il terzo ritiro consecutivo in una Dakar che per lui non era iniziata al meglio e un infortunio ha tolto a Yamaha anche Xavier de Soultrait. E poi, il secondo ritiro di Santolino mentre lottava per la top-10, il ritiro doloroso di Hero per solidarietà al compagno scomparso e, purtroppo, gli incidenti più disparati che hanno privato del piacere di concludere la corsa tanti piloti. Ma si può veder finire la propria Dakar anche concludendola: ne sanno qualcosa i piloti che hanno usufruito della Dakar Experience, ma anche coloro che come Kevin Benavides hanno perso più di 3h per dei problemi meccanici, dicendo addio ai sogni di vittoria/piazzamento. La Dakar però è molto altro, e ha in sè un moto di solidarietà tra i piloti che raramente si vede in altre classi motoristiche. In questa Dakar abbiamo assistito a vari momenti emozionanti. Il gesto di Andrew Short, che sapendo di non poter lottare per la generale lascia la sua ruota a Toby Price (lui Husqvarna, l’australiano KTM) per consentirgli di non perdere tempo, e conclude la tappa danzando “sul cerchione” (un destino condiviso in un’altra tappa da Cerutti), il “traino” di Howes a Gerini che aveva finito la benzina, l’aiuto reciproco nelle riparazioni e/o nel raddrizzare camion che si erano cappottati. Ma il gesto di maggior solidarietà è arrivato nel momento più doloroso della Dakar 2020, quando prima Kevin Benavides e poi Toby Price (quest’ultimo, per 1h30′) sono rimasti al capezzale di Paulo Gonçalves, prestando i primi soccorsi e aiutando i rianimatori e i medici a soccorrere il portoghese. Perchè la Dakar è anche questo, umanità e solidarietà: chiedere per credere a Joan Barreda, che ha buttato via un potenziale podio per scortare il vincitore Ricky Brabec nelle ultime tappe, in tandem con Kevin Benavides. Ma la Dakar è anche fatta di sorprese: le maggiori sono state date dai piloti sauditi, con la doppia top-10 di Alrajhi (Toyota) e Seaidan (Mini) nelle auto, ma anche da Mathieu Serradori e dal suo buggy.

ORE PERSE  E ARRIVI “NOTTURNI”: LA DAKAR DEGLI ULTIMI– La Dakar è una di quelle corse in cui la classifica, dal 10° posto in giù, conta relativamente. L’ha spiegato bene Fernando Alonso, dicendo che per lui sarebbe cambiato poco tra la 10a e la 50a posizione dopo il “ribaltone” sulle dune della 10a tappa, ma potrebbe spiegarlo ogni pilota che compete con un obiettivo preciso. Un obiettivo che non è quello di vincere, ma quello di portare a termine la corsa, costi quello che costi. Chi partecipa solo per arrivare al traguardo mette in conto che potrebbe passare ore e ore a riparare il proprio mezzo, notti nel deserto inseguendo l’arrivo per evitare il temutissimo “fuori tempo massimo” e ripartenze a poche ore dall’arrivo perchè… gli altri sono già in gara da un pezzo. C’è un’altra Dakar, quella degli ultimi, della classifica guardata verso il basso, delle ore di penalizzazione e dei… giorni di ritardo, che nessuno racconta: è la Dakar dei piloti malle moto, che corrono senz’assistenza come nella vecchia formula del rally-raid, costi quel che costi, e di chi semplicemente non ha una crew consolidata o un team ufficiale alle spalle, ma vuole solo vivere un’esperienza e godersi anche gli errori e le riparazioni prolungate. Potremmo raccontare tante (tantissime?) storie, ma abbiamo scelto di scorrere la classifica dal basso e pensare agli ultimi di ogni categoria.

Nelle moto l’australiano Matthew Tisdall ha chiuso la sua prima Dakar con 40h di ritardo da Ricky Brabec, completando il percorso esattamente col doppio del tempo del vincitore: Tisdall scoprì la Dakar nel 2009, a Mendoza e durante un viaggio da turista con moglie e figli in Argentina. Se n’è innamorato, ha iniziato a gareggiare da amatore nel deserto e, dopo l’Africa Eco Race 2019, eccolo debuttare alla Dakar: ha faticato ed ha chiuso 98° e ultimo, ma ne è valsa la pena. Perchè, come dice lui, “A volte devi fare un salto dentro le fiamme”. C’è chi da ultimo nella generale è diventato primo di tappa: è successo al polacco Arkadiusz Lindner, che dopo una Dakar sfortunata nei quad ha sfiorato la vittoria ieri e l’ha conquistata oggi all’arrivo a Qiddiya, perchè non bisogna mai smettere di sperare. E c’è anche chi ha vissuto una Dakar quantomeno singolare: il francese Marco Piana era alla sua 18a Dakar da pilota (più cinque da membro dell’assistenza), disputata su una Toyota griffata Xtreme Plus. Come ha più volte spiegato, Piana si iscrive alla gara, ma la vive più da “assistente dei propri piloti-clienti”, che da vero competitor: l’ha conclusa con 199h50’03” di ritardo da Sainz e 39h50′ di penalità. Se la Dakar si fosse disputata su una linea retta e con partenza in linea, lui sarebbe arrivato a Qiddiya otto giorni e qualche ora dopo Carlos Sainz: complimenti per la tenacia. Sono anche queste storie a rendere grande la Dakar: appuntamento al 2021 per viverne altre!

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