Esaltazione, eccitazione e speranza: con questo micidiale cocktail inebriante, il popolo della Ferrari ha accolto Sebastian Vettel a inizio 2015. Lui l’erede designato del grande Michael Schumacher approdato nella scuderia che ha reso grande proprio il Kaiser. Da una parte Seb, il ragazzo cresciuto sui kart di Kerpen, il paese natale di Schumy; dall’altra la Rossa, la macchina più famosa della Formula 1. Il binomio composto dal tedesco e dalla creatura di Maranello era inevitabilmente chiamato a ricalcare il solco vincente tracciato tra gli Anni ’90 e l’inizio del Nuovo Millennio dall’illustre predecessore.

SEB IL TIFOSO

Dal canto suo, Vettel ci ha messo pochissimo a entrare nel cuore dei tifosi ferraristi. Esattamente due gare: al secondo tentativo, infatti, il Delfino del Kaiser batteva le due Mercedes di Lewis Hamilton e Nico Rosberg sul circuito di Sepang in Malesia. L’esultanza sfrenata con tanto di prime battute in italiano lasciò subito un segno indelebile. Un marchio di fabbrica che ha accompagnato tutti gli altri trionfi, lasciandosi andare anche a siparietti curiosi come il “Lasciatemi guidare” cantato via radio sulle note de “L’Italiano” di Totò Cotugno dopo il successo a Singapore sempre nel 2015. Probabilmente il punto più alto della storia d’amore tra Seb e la Rossa è stato toccato a Silverstone nel 2018, quando con una manovra impeccabile il tedesco infilò Valtteri Bottas e volò verso la vittoria. Dopo aver tagliato il traguardo, si lasciò andare a un commento da vero tifoso: “Qui a casa loro! Portiamo la bandiera inglese a Maranello!”, con chiaro riferimento a Hamilton e alla Mercedes, la cui scuderia di F1 ha sede a Brackley nel Regno Unito. Difficilmente nella storia della Ferrari si è trovato un pilota, per giunta non italiano, capace di legarsi così fortemente alla causa della squadra di Maranello. In quel momento Vettel e la Rossa sono davvero apparsi come una cosa sola, un corpo e un’anima, con il tedesco nei panni del perfetto capopopolo al comando dei ferraristi pronti a ribaltare il dominio della Mercedes. Non sarebbe stato così e la discesa si sarebbe rivelata terribile.

SEB IL “COLPEVOLE”

Curiosamente dopo Silverstone è arrivato il primo significativo tonfo. A Hockenheim, in casa, su una pista viscida e umida, Vettel finiva a muro, buttando alle ortiche una sicura vittoria. Un errore tanto clamoroso quanto difficilmente spiegabile per uno come lui. Questo svarione, unito a un altro grave disastro a Monza, hanno presto reso Seb da idolo della tifoseria a capro espiatorio, il principale colpevole delle sconfitte mondiali. Questa narrazione ha trovato terreno fertile in alcuni episodi del 2019. L’arrivo di un compagno di squadra velocissimo come Charles Leclerc ha acuito le difficoltà del tedesco. Così, se il monegasco si è fatto apprezzare per i suoi sorpassi imprevedibili, Vettel è diventato ingiustamente l’anello debole della squadra agli occhi dei supporters. Basti vedere quanto accaduto a Monza, con Charles trionfante e Seb autore di una prova disastrosa con due errori grossolani. La rivincita di Singapore ha avuto un sapore effimero, nuovamente offuscata dalle polemiche di Interlagos, in Brasile, con il discusso contatto con Leclerc. Da eroe e colpevole: il mondo della F1 gira veloce, anche troppo a volte.

RIMPIANTI

E pensare che non sono stati solamente gli errori dell’ultimo biennio a condannare Sebastian. Vettel è stato anche l’unico capace di interrompere il dominio della Mercedes nel 2015. Ha retto il vessillo rosso nella durissima stagione successiva e nel 2017 ha perso il titolo solamente per il tracollo dell’affidabilità della Ferrari nella seconda parte di stagione. Probabilmente senza i problemi di Sepang e Suzuka, costate due possibili vittorie, il Mondiale non sarebbe stato una chimera. E poi il giudizio su Vettel viene appesantito anche da un fardello significativo chiamato Schumacher. Il ciclo di vittorie del Kaiser ha avuto l’effetto di abituare i tifosi a stare ai piani alti, a lottare puntualmente per il bersaglio grosso, senza pensare che non tutti i capolavori sono replicabili e che sono i dettagli a fare la differenza. Seb non è riuscito a ergersi al rango di divinità di Maranello, diventando un semidio tornato troppo velocemente umano. Sono gli effetti di un amore tradito da entrambe le parti. Il nuovo profeta non ha condotto il suo popolo nella Terra Promessa e l’ambiente non ha esitato a scaricarlo non appena era divenuto chiaro che non sarebbe stato il ragazzo di Kerpen il prescelto a ripristinare l’Impero rosso. Almeno fino a ora. Già, resta un ultimo giro di giostra, un’ultima cartuccia da sparare. Un modo per dirsi addio col sorriso. Provaci ancora, Seb! Provaci un’ultima volta.

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