Vent’anni possono essere un periodo lunghissimo dal punto di vista temporale, ma anche un arco di tempo non smisurato per la memoria. Quando l’8 ottobre 2000 il popolo della Ferrari si ritrova davanti ai televisori per assistere al Gran Premio del Giappone, ripercorre idealmente le tappe salienti che separano quel giorno dal 9 settembre 1979, data dell’ultimo titolo mondiale della Rossa. Allora era stato Jody Scheckter a imporsi a Monza, nel tempio ferrarista, davanti all’idolo Gilles Villeneuve. Doveva essere lui, il canadese volante, a proseguire la tradizione vincente, prima che le incomprensioni con il compagno Didier Pironi a Imola deteriorassero il rapporto con la scuderia e diventassero una sorta di preludio del tragico incidente di Zolder nel 1982, inaugurando la lunga maledizione. I meno giovani avranno ricordato a figli e nipoti di quanto fosse stata disgraziata quell’annata, conclusa con il ritiro prematuro dello stesso Pironi per un altro drammatico infortunio e con la beffa all’ultima gara da parte di Keke Rosberg su Williams, capace di approfittare della lunga assenza del francese.

FATTORE SCHUMACHER

“Già, ma stavolta è tutto diverso: c’è Michael Schumacher“, spiegano i più ottimisti. Nel 2000 è il tedesco l’uomo della Provvidenza motoristica, andando all’assalto della corona iridata per il quinto anno consecutivo dopo le cariche andate a vuoto dal 1996 al 1999. I pessimisti ricordano la recente storia: la Ferrari aveva già puntato su un asso del calibro del Kaiser, quando al termine del 1989 ingaggiò Alain Prost dalla McLaren. Il progetto sapeva tanto di vendetta: il fresco campione del mondo alla Rossa per giocare uno scherzo alla sua ex squadra. In realtà si rivelò un mezzo fallimento. Prima del licenziamento nel ’91, nel suo debutto con la casa italiana, il francese sfiorò il titolo, perso, ironia della sorte, proprio a Suzuka contro la scuderia di Woking. Non restituì nemmeno il favore che la stessa Ferrari gli fece involontariamente nel 1985, sbagliando gli aggiornamenti e appiedando l’ottimo Michele Alboreto, suo rivale in campionato. I più scaramantici. legati alla cabala, ricordano poi quanto il Giappone sia nefasto: tralasciando le polemiche sul ritiro di Niki Lauda nel ’76, c’è chi tira in ballo gli ultimi due anni. Sempre lo stesso circuito, Suzuka, sempre la stessa avversaria la McLaren di Mika Hakkinen. Due beffe, una nata con la complicità della sfortuna di Schumacher e l’altra figlia dell’ennesima magia del finlandese. Proprio lui è l’ultimo ostacolo sul cammino di Michael verso il titolo e la fine di un digiuno lungo ventuno anni, a patto che il tedesco conquisti altri quattro punti per diventare imprendibile anche in classifica generale.

ADDIO MALEDIZIONE

La corsa sembra ricalcare perfettamente l’edizione precedente. Hakkinen brucia al via la Ferrari numero 3 e prova a fuggire via. Schumacher lo marca stretto. Risultano decisive le strategie. C’è già chi rivede il grottesco pit stop di Eddie Irvine al Nurburgring l’anno prima. Stavolta, però, fila tutto liscio. Ross Brawn, dal muretto, sceglie di far inserire più benzina a bordo, in modo da rinviare il più possibile la seconda sosta di Schumy. Quando la McLaren rientra ai box, la Ferrari tira dritto per altri tre giri a suon di record. Il gap diventa superiore ai 26 secondi. Un margine incolmabile anche per il piede destro di Hakkinen. Una volta che Schumacher torna in pista, risulta praticamente imprendibile. Mika prova la disperata rimonta. La sagoma argentea della McLaren si fa sempre più vicina, ma passano anche i giri. Inizia il countdown. Meno dieci, meno cinque, meno tre, meno due, meno uno: è titolo mondiale. La maledizione è finita. A Maranello è tornato il sole dopo ventuno anni di nuvole grigie.

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