Nel mondo dello sport, il sei è un numero che difficilmente si nota. I grandissimi, solitamente, si fermano al massimo a quota cinque. È successo a Michael Schumacher, dominatore della Formula 1 dal 2000 al 2004. E’ capitato a Mick Doohan e Valentino Rossi tra 500 e MotoGP. Guardando gli altri sport, restano negli annali i cinque Tour de France consecutivi di Miguel Indurain o le cinque Coppe dei Campioni del Real Madrid. Ma la sesta stagione, un po’ per tutti, è risultata fatale per le rispettive ambizioni. Non è successo a due fuoriclasse assoluti come Giacomo Agostini nella 500 degli anni ’70 e ad Antonio Cairoli in MXGP. Non è accaduto a Jonathan Rea e forse non è un caso.

UNICO

Il pilota nordirlandese è molto più di un semplice vincente. Il segreto sta tutto in una parola: evoluzione. Del resto, anche l’ex leader del Regno Unito Winston Churchill sosteneva che “migliorare significa cambiare ed essere perfetti vuol dire cambiare spesso”. Apparentemente Johnny, anno dopo anno, sembra sempre lo stesso. Lo è negli atteggiamenti lontanissimi dal farlo apparire un divo. Nessun vizio, poche parole, tanta riservatezza per sé e per la sua meravigliosa famiglia. Perché a parlare dev’essere solamente la pista. Tuttavia, una volta indossati casco e tuta, Rea ha la capacità di abbinare la fame smisurata di vittorie con una capacità di analisi straordinaria. Non sfugge nulla a JR, sia del proprio box che degli altri. Sono i dettagli a far la differenza e pochi sportivi sanno sfruttare i punti di forza propri o analizzare le debolezze altrui come fa il numero uno della Kawasaki. In ogni stagione Johnny sembra aggiungere qualcosa al suo vastissimo repertorio, dalla gestione della gara alla precisione nel giro secco. Impressionante il suo camaleontismo sempre più eclatante negli anni in sella alla verdona, riuscendo ad alternare la versione più aggressiva di sé con quella più accorta e delicata in base ad avversari e situazioni e a far convivere le due anime anche all’interno della stessa gara. Diavolo e calcolatore, guerriero e ragioniere: lati diversi dello stesso meraviglioso campione. Con questo modus operandi il nordirlandese è riuscito ad assorbire bene gli scossoni provocati da nuovi protagonisti come Alvaro Bautista e Scott Redding nelle ultime stagioni, imparando da loro per poi ripagarli con la stessa moneta. E in questo continuo gioco al rialzo, a cedere per primi sono sempre gli avversari.

MEMORIA

Come tanti altri campioni, Rea è un grande studioso. Conosce e ricorda bene le storie di molti rivali o predecessori. Ma ha anche una notevole memoria del suo vissuto. Una dimostrazione di questa sua virtù si è presentata proprio nella stagione che lo ha da poco incoronato per la sesta volta. La Kawasaki ha pagato l’anzianità del proprio mezzo, ormai il più vecchio tra i modelli presenti in pista. Eppure Johnny ha fatto forza sulla perfetta conoscenza del mezzo. Laddove gli altri avrebbero dovuto improvvisare, lui si sarebbe servito di anni di esperienza per partire con un leggero vantaggio per mettere pressione alla concorrenza. Ha imparato anche dall’anno scorso, quando le vittorie a ripetizione di Bautista sembravano averlo destabilizzato. Stavolta ha neutralizzato qualsiasi tentativo di fuga di Toprak Razgatlioglu prima e dello stesso Redding poi macinando punti nelle Superpole Race quando ancora il successo “pieno” in una delle due manche stentava ad arrivare. Perché tre punti rosicchiati possono essere pochi, ma anche una piccola goccia che lentamente erode le certezze degli avversari, impedendo loro di poter fare sempre bottino pieno su terreni favorevoli. Quando il calendario pareva aver avvantaggiato la Ducati con il doppio GP ad Aragon, storicamente feudo della Rossa, Rea non si è scomposto e ha annunciato battaglia. Il suo approccio è stato assai simile ai tempi in cui guidava la Honda, inventando traiettorie impossibili per andare oltre i problemi e i deficit di velocità. Persino il potentissimo motore della scuderia di Borgo Panigale non è bastato a garantire la vittoria contro le staccate a vita persa e le intraversate del numero 1. Una lezione di completezza che è stata probabilmente la svolta di uno dei Mondiali più strani e complicati.

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