L’aggancio è riuscito. Lewis Hamilton annulla anche l’ultimo gap che lo separava da Michael Schumacher. Da oggi il britannico diventa sette volte iridato, esattamente come il Kaiser tedesco. Davanti a loro, nella classifica dei pluri-iridati, nessuno, alle spalle il resto dell’Olimpo motoristico. Si tratta di numeri che dicono molto, ma non tutto delle divinità metà uomini e metà macchine così unici da far battere intensamente il cuore agli appassionati. Le cifre premiano Hamilton: primo ex-aequo con Schumacher nella conta dei titoli, primo nel numero di gare vinte (94), primo nel numero di pole position (97). Una furia iconoclasta, intenzionata a cancellare ogni simbolo dei predecessori.

INNOVATORE

Perché nonostante i modi garbati e i numerosi e veritieri attestati di stima nei confronti dei campioni del passato, Lewis possiede il DNA del Cannibale. Ha un’avversione per la sconfitta maturata fin dall’infanzia, forse per dimostrare al mondo che sarebbe stato più grande e forte della storia e dei pregiudizi. È il primo pilota nero nella Formula 1, considerata tradizionalmente uno sport per bianchi. E stato anche il top driver che più si è esposto proprio contro la piaga del razzismo, abbattendo barriere che si erano erte a protezione di un mondo forse troppo ovattato negli ultimi anni. Per questo motivo, a modo suo, Lewis è un’icona di questi tempi moderni.

IL MIGLIORE?

I numeri dicono che al momento Hamilton è il più titolato. Difficile, però, stabilire con ragionevole certezza se sia anche il più grande della storia. Il quesito è tornato di moda nelle ultime settimane, quando l’inglese ha agganciato Schumacher. Certamente “Hammer” è il migliore della sua Formula 1. Ha saputo guidare e vincere con vetture diverse tra loro e con regolamenti completamente differenti. E come altri grandi del passato ha una sua peculiarità, con la sensibilità innata nel saper gestire il consumo delle gomme in qualsiasi situazione. Le ultime due vittorie sono indicative in questo senso: Hamilton è il demolitore capace di infilare 10 giri con ritmo da qualifica per operare il sorpasso in pista a due piloti rientrati ai box prima di lui, ma anche lo stratega sopraffino che non si lascia ingolosire dalla bagarre facile e risolve la contesa con un colpo solo, ben assestato nel momento giusto, come farebbe un pistolero esperto nell’arte dei duelli. Ma queste qualità sono migliori della capacità di andare oltre il limite che ha reso leggendario Schumacher o delle prodezze in ogni condizione di Ayrton Senna? E dove lasciamo la velocità inaccessibile per tutti di Jim Clark o la spietata precisione di Juan Manuel Fangio? Leggende e miti diversi, con numeri figli di epoche e regole difficilmente paragonabili. Forse anche per questo il gioco del più grande diventa tanto stucchevole quanto sgradevole. Una semplificazione eccessiva di talenti meravigliosi, che, uniti tra loro, hanno costruito lo splendido quadro senza fine della Formula 1.

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