L’era del COVID-19 ci ha consegnato una Dakar dai numeri ridotti rispetto all’edizione 2020 (non si sono iscritti vari piloti, tra questi il nostro Cerutti), ma non meno spettacolare e divertente in ogni categoria. Tante le novità nella Dakar 2021, partendo dal roadbook elettronico e con la consegna delle note appena prima dello start, e proseguendo col progetto “Dakar Classic” per i mezzi costruiti prima del 31/12/1999 e per gli appassionati d’auto d’epoca, e tante le emozioni. Le 12 tappe da Jeddah, dove la corsa è iniziata il 3 gennaio col prologo, a Jeddah dove si è conclusa ieri, interrotte solo dal riposo del 9 gennaio ad Ha’il, ci hanno regalato continui cambi di scenario e colpi di scena su un percorso meno rapido, più tecnico e tortuoso, nel quale si sono alternati la sabbia del deserto di Rub al Khali, zone rocciose e montuose, canyon, dune, fiumi in secca e frazioni molto lunghe e dispensiose dal punto di vista fisico e mentale: Sam Sunderland, 3° nelle moto, l’ha definita “La più dura di sempre”. Andiamo a ripercorrere ciò che è successo in questa edizione del rally-raid.

MOTO: KEVIN BENAVIDES, È UNO-DUE HONDA– L’anno scorso Ricky Brabec, con la sua Honda CRF450 Rally griffata Monster Energy, interruppe 18 anni di dominio KTM, iniziato nel lontano 2001 col compianto Fabrizio Meoni, e regalò il primo successo agli USA nella Dakar. Nel 2021 è arrivato il bis per HRC, con Kevin Benavides, che diventa il primo sudamericano capace di vincere il rally-raid: Benavides, molto sfortunato e a tratti incauto negli anni precedenti, ha disputato la Dakar perfetta, vincendo due sole tappe e riuscendo comunque a sfruttare ogni singolo errore dei rivali. Si può dire che sia cresciuto, in una Dakar ricca di insidie, che ha lasciato molti big sul percorso, ed è arrivato all’ultima tappa con cinque minuti da amministrare su Sam Sunderland, vincitore della penultima tappa e dunque “condannato” ad aprire il percorso: il britannico ha commesso un errore, mancando un waypoint, e perdendo oltre 13′ ha lasciato il secondo gradino del podio a Ricky Brabec, che lo seguiva da vicino. HRC ha così conquistato una storica doppietta che mancava dal lontano 1987: Benavides vincitore, Brabec 2°. Sono state proprio decisive proprio le ultime tappe per “allargare” la classifica, molto corta e compatta dopo metà Dakar. Tanti, come dicevamo, i ritiri: out tutto lo squadrone Yamaha (Short, De Soultrait, Caimi, van Beveren), out Luciano Benavides e Branch, mentre Barreda si è ritirato pochi giorni dopo la forte commozione cerebrale che gli aveva fatto perdere molte posizioni e anche Ignacio Cornejo ha detto addio alla corsa. Il ritiro più importante, però, è stato quello di Toby Price, vincitore del 2018 che era in lotta con Benavides e ha dato forfait dopo una brutta caduta e la frattura scomposta della clavicola: ritiro anche per i nostri Interno, Gerini, Piolini, Cominardi, Stigliano. Brutta e spettacolare la caduta di Gerry, che si è dovuto ritirare ed è attualmente in ospedale per smaltire una leggera emorragia addominale: si sta riprendendo in fretta.

Ma torniamo alla gara: Kevin Benavides l’ha conclusa in 47h18’14”, precedendo di 4’56” Brabec e di 15’57” Sunderland, primo pilota KTM: superlativa la Dakar dell’aussie Daniel Sanders, 4° al debutto su KTM con 38”52 di ritardo, sfiorando il miglior piazzamento di sempre di un rookie (Toby Price, 3° nel 2015). Top-10 completata da Howes (KTM, +52’33”), Santolino (Sherco, +58’30”), Quintanilla (Husqvarna, +1h26’39”), Svitko (KTM, +1h43’07”), Walkner (KTM, +2h32’12”) e Michek (KTM, +2h42’37”), con Joaquim Rodrigues 11° (Hero), 17a Laia Sanz su GasGas e 19° Rui Gonçalves, al debutto su Sherco dopo una lunga carriera nel motocross (2° nella MXGP 2009 dietro Cairoli) e per omaggiare il fratello Paulo, scomparso l’anno scorso. Molto sfortunato il già citato Walkner, 9° a 2h32′, ma perdendo oltre due ore nella prima tappa per un guasto alla frizione: senza quel problema avrebbe chiuso nella top-3, giocandosi il podio. Il migliore degli italiani è stato Cesare Zacchetti, in gara con una KTM privata e con un visore per la realtà aumentata con cui ha mostrato e condiviso in diretta sui social tutta la sua Dakar, corsa con grandi capacità navigatorie nella classe Original by Motul, dedicata proprio a chi vuole ritentare le emozioni della “vecchia” Dakar, senza assistenza: per lui il 7° posto negli Original by Motul (il leader, fino al ritiro, era Gerini) e il 38° complessivo a 19h50’25”. All’arrivo anche un mostro sacro come Franco Picco, che per festeggiare il suo 65° compleanno e i 35 anni dalla sua prima Dakar (tre podi per lui negli anni Ottanta nelle moto, due volte 2°) si è iscritto all’edizione 2021, chiusa al 43° posto: solo 63 motociclisti hanno raggiunto il traguardo, e solo due italiani. È stata la Dakar delle prime volte (Benavides), e dei tanti vincitori: 4 tappe per Brabec, 3 per Barreda, 2 per Price e Benavides, una per Sunderland. Ma, purtroppo, anche della paura e del dolore: si è salvato dopo un tremendo crash l’indiano CS Santosh (Hero), prontamente soccorso da Gerini e Sunderland e in ripresa dopo vari giorni di coma e un fortissimo trauma cranico. Non ce l’ha fatta il francese Pierre Charpin, che è spirato nel trasferimento che l’avrebbe riportato in Francia dopo i primi soccorsi a Sakaka: fatale per lui una caduta che aveva causato varie fratture alle costole e un considerevole trauma cranico.

AUTO: IL 14° SIGILLO DI MONSIEUR DAKAR“Il suo ego lo ha spinto al punto in cui voleva vincere il prologo. Penso sia stato proprio quel momento in cui ha perso la gara”. Stephane Peterhansel ha sferzato così Nasser Al-Attiyah, che per lunghi tratti della Dakar 2021 si è confermato il più forte in Arabia Saudita, salvo poi commettere errori gravi e lasciare la vittoria a Monsieur Dakar: 14° successo per Peterhansel, a secco dal 2017 e vincitore per la 3a volta con Mini, e un enorme rammarico per il principe del Qatar. Al-Attiyah ha infatti vinto sei tappe su 12, l’esatta metà di quelle disputate, ma la sua velocità l’ha portato ad errori di superbia e peccati nella navigazione che hanno consentito al signore della Dakar, coadiuvato dal nuovo ed inesperto copilota Edouard Boulanger, di superarlo e distanziarlo pur vincendo una sola frazione, la 9a tappa a Neom. La corsa per il successo nelle auto è sempre stata limitata a Peterhansel e Al-Attiyah: Sainz ha chiuso terzo a 1h pur vincendo tre tappe, Alrajhi ne ha vinte due ma è arrivato 16° a 6h58′. Peterhansel ha potuto così festeggiare la 14a vittoria col tempo conclusivo di 44h28’11”, precedendo di 13’51” Al-Attiyah, che ha sfoderato il vecchio argomento della superiorità dei buggy (Mini) sulle vetture con 4 ruote motrici (Toyota), ma forse dovrebbe ripensare a quegli errori che l’hanno privato del successo nonostante i 6 trionfi di tappa. Podio per il già citato Carlos Sainz su Mini, con 1h00’57” di ritardo: 4° Przygonski (Toyota) a 2h35”, precedendo Nani Roma (Prodrive), Vasilyev (Mini), Al Qassimi (Peugeot), De Villiers che chiude solo 8° a 3h57”, Prokop (Ford) e Despres (Peugeot). Solo 48 veicoli all’arrivo: tra loro non figura Loeb, autore di una Dakar fallimentare e ricca di problemi sin dal via, conclusa col ritiro nell’ottava tappa. Col 14° successo Peterhansel entra ulteriormente nella storia della Dakar: è il primo (e unico) ad averla vinta in Africa, Sudamerica e Asia.

LE ALTRE CLASSI: CAMION, SxS E QUAD – Nei camion, 18° successo e consueto dominio per lo squadrone dei Kamaz Master russi, con Vladimir Chagin (7 Dakar vinte) come direttore sportivo ed Eduard Nikolaev (4 successi) come stratega in quello che dovrebbe essere un semplice anno sabbatico per tornare in gara nel 2021. Un autentico trionfo per i Kamaz, che hanno monopolizzato il podio: primo successo per Dmitry Sotnikov, già vincitore del Silk Way Rally e dell’Africa Eco Race e due volte secondo nella Dakar (2017 e 2019). Il russo ha dominato la prima parte del rally-raid, vincendo 4 tappe e potendo controllare nel finale: chiude con 39’38” su Shibalov (due successi) e 1h14′ su Mardeev, entrambi su Kamaz. Molto sfortunato invece il quarto pilota russo, Andrey Karginov, che dopo aver concluso la 1a tappa con la rottura del cambio e un’evidente perdita d’olio, è stato bersagliato dalla sfortuna, chiudendo 7° a 2h49′ e aiutando spesso i compagni. Molto meglio Martin Macik, 4° con l’Iveco Powerstar, eguagliando il miglior piazzamento del padre (2004) e vincendo tre delle ultime quattro tappe. Ritiro per il bielorusso Viazovich, che per l’ennesima volta era partito molto forte col suo Maz e sembrava poter insidiare gli storici rivali russi. 9° posto per Ignacio Casale, alla prima Dakar nei camion dopo i successi nei quad e il tentativo coi SxS: ritirati entrambi gli equipaggi italiani del team Orobica Rally, solo 20 camion hanno raggiunto Jeddah.

Nei quad, il ritiro di Nicolas Cavigliasso e del francese Giroud ha spianato la strada all’argentino Andujar, che ha preceduto di 33’44” il cileno Giovanni Enrico e di 3h Copetti. Bis nei side-by-side per il cileno, già vincitore nelle moto, Chaleco Lopez su Can-Am: ha preceduto di 17’23” Austin Jones e di 51’53” il polacco Domzala: 9° il nostro Paolo Ceci, iscritto come copilota del qatariota Khalifa Al-Attiyah, fratello di Nasser e debuttante. All’arrivo solo 11 quad e 29 SxS, per un totale di 171 mezzi giunti a Jeddah (63 moto, 48 auto, 11 quad, 20 camion, 29 SxS) sui 269 che avevano preso il via (101 moto, 16 quad, 64 auto, 44 SxS, 44 camion). 24 invece i partecipanti al progetto Dakar Classic: il vincitore è stato il francese Marc Douton su un buggy Sunhill del 1979, 7° posto per l’italiano Luciano Cancheri con una Nissan Patrol del 1998 e 22° posto per l’altro italiano Roberto Camporese su una Peugeot 504 del 1982.

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